The sunroom

“Devi smetterla di scrivere per un po’” aveva detto la mia compagna. “Devi provare a distrarti con qualcos’altro.”
“Come?”
“Leggi. Prendi un libro che non sei ancora riuscito a cominciare. Qualunque cosa.”
Ed eccomi, allora. Lo scrittore incapace di scrivere storie che prova a leggerne una. Dunque dovete sapere che la mia dolce metà aveva un debole per gli angoli della casa, amava le decorazioni, sosteneva la bellezza dei dettagli: una collezione di scatole di latta qua, le monetine dell’ I-Ching là, una raccolta di libri illustrati, sapientemente mischiata a dei manuali di fotografia, riflessioni sull’erotismo, saggi di astrologia, vecchi romanzi dalle copertine sdrucite.
Di tutte le sue creazioni, ad ogni modo, di tutti i suoi segni distintivi, di tutto quel suo fulgore di bellezza e personalità, il capolavoro assoluto era senza dubbio la sunroom.
L’aveva ribattezzata così, ma di stanza aveva poco o niente. Era piuttosto la parte finale di una protuberanza della casa, uno spazio atipico, una via di mezzo tra un corridoio e un’entrata, che si affacciava sul giardino come il ponte di comando di una nave sul mare. Intinta nel verde senza esserne intaccata, gli alberi da frutto ben visibili in secondo piano, aveva il muro da una parte e tre ampie vetrate (di cui due ad angolo) sull’altra. Queste finestre erano circondate da un glicine folto e vibrante, indeciso tra il correre a perdiocchio sui bordi dei vetri o l’ingoiarli d’un fiato: ecco, vi presento un frammento di mondo perfetto incastonato in uno spazio di vetro e luce.
Avevo passato pomeriggi interi a cercare un’espressione in grado di tradurre in italiano quel sunroom, senza trovare altro che “stanza-sole” o “veranda d’interno”. Nulla che riuscisse veramente a soddisfarmi. Niente che fosse capace di comunicarne il senso di serenità, l’effetto di partecipazione.
Lei ci aveva accomodato nel mezzo un microscopico divano a due posti, very cosy aveva detto, comprato per pochi dollari in internet e posizionato tra le finestre e il muro. Aveva detto: “il luogo migliore in cui andare a leggere un libro.”
Così, invece di ricominciare a scorticarmi i capelli davanti al computer in cucina, mi ero andato a sedere su quel divano con un volume di liriche tra le mani.

Di solito non mi interesso di poesia. Confesso che non è la prima delle cose che mi capitano tra le mani quando transito nei pressi di una libreria. Preferisco la prosa. Preferisco storie fatte di nomi, di eventi, di luoghi, di dialoghi, di gente che si trova nei casini o che sta cercando di uscirne, cose di cui mi diverto a scrivere anch’io, o almeno, ci provo.
Ma quel giorno avevo aperto un libro di Ovidio. Qualcosa, come anche aveva suggerito la mia compagna, che da tempo volevo leggere ma che per una ragione o per un’altra non ero ancora riuscito a cominciare.
Ed ecco che neppure dieci, quindici righe dentro la prima elegia e quella cosa aveva cominciato a vibrare. A fremere. Come il tremolio di un labbro su di un grido muto. Nessun suono. Nulla, tranne un rauco frusciare di membrane. Non era stato il rumore a richiamare la mia attenzione. Era stato il movimento. Quel brivido sulla periferia del mio campo visivo, aggrappato sull’orlo della finestra. Quel domandare senza chiedere, quel gridare privo di strillìo.
Un insetto.
Grande e pieno che pareva il pollice di un contadino – e che solo poche ore dopo avrei scoperto essere stato una cicala.., la mia dolce metà, sempre lei, lei sì che se ne intendeva, le era bastato sentirmelo descrivere ancora sotto shock per potergli dare un nome.–
Questo insetto insomma era rimasto intrappolato in una ragnatela.
Il corpo completamente libero, aveva le estremità delle ali appiccicate a due lunghi fili spessi come spaghetti, tesi che parevano le cime da ormeggio di una petroliera.
Di tanto in tanto questo insetto si metteva a sbattere le ali con tutta la forza che trovava in corpo, e allora cominciava a vibrare orrendamente, cominciava a scuotere ali e corpo e testa e coda con fastidiosa e disperata insistenza, con accanita testardaggine.
Fremeva allora in questo palpito esaltato per quaranta, cinquanta secondi, poi si placava. Frazioni d’attimo necessarie a valutare il da farsi, forse.
Riprendere fiato, richiamare energie.
Poi ricominciava.
Un infinito volo statico, al termine del quale non si era spostato di nulla. C’era un ché di tragico che non riuscivo bene a decifrare in tutta quella situazione, qualcosa, realizzai, a cui avrei voluto fare volentieri a meno d’assistere.
Cercai il ragno. Lo cercai a lungo – e mi ci volle parecchio per individuarlo, tempo durante il quale l’insetto si scosse più volte, lanciandosi in ennesimi tentativi di volo privo di distacco – finché lo scovai. Era un cancro scuro accucciato tra il vetro e la cornice in legno della finestra. Di media grandezza, ricoperto da una peluria folta e abbozzata, il ragno sembrava attendere, apparentemente disinteressato a quanto stava accadendo a poca distanza da lui.
Mi avvicinai per guardarlo meglio e notai con orrore che per niente intimorito dalla mia presenza – o forse cosciente dell’esistenza del vetro a farci da separé, come mi venne da pensare più tardi – non accennava a muoversi o a fuggire. Sembrava, anzi, che mi stesse sfidando. Mi ignorava, immobile, sulla conca di quel suo giorno fortunato.
Valutai dimensioni e angolature. Considerai distanze e rapporti di forza. E conclusi che l’insetto era quattro, cinque volte la grandezza del ragno. Ed essendo volto in direzione del prato, aveva il suo nemico alle spalle e il cielo di fronte.
“Buona fortuna” pensai. E mi rimisi a leggere.
Non erano fatti miei. Non erano questioni di cui dovevo preoccuparmi. Erano cose normali, faccende quotidiane, eventi che in natura avvenivano ogni istante.
Provai – davvero – a leggere.

Ma c’era sempre quel vibrare. C’era sempre quel brivido che partiva e poi si interrompeva, si arrestava, ricominciava. Sull’angolo del mio campo visivo, impossibile da evitare, c’era quella cosa.
Mi voltai spalle alla finestra nell’assurda presunzione che bastasse non avercela di fronte per smettere di ritrovarsela davanti. Passarono istanti, minuti che parvero giorni. Ma non guardare era divenuta una maniera ancora più pressante d’osservare. Adesso avevo cominciato a sentire anche il suono del suo aspettare, questa era la verità. – O era il battito del suo cuore? – Un ronzio irritante, un intraducibile alfabeto morse sul retro della mia testa, come nell’angolo irraggiungibile di una microscopica cassa armonica. Che lo ignorassi o meno, c’era sempre quel lamento di sottofondo.
Posai il libro di fianco al divano e tornai ad osservare la scena.

In che maniera quella cosa fosse finita nella ragnatela rimaneva per me un mistero. Come avesse fatto ad incastrarsi, così, ad ali divaricate e corpo teso, in quell’assurda posizione da sacrificio biblico, ecco, proprio non me lo riuscivo a spiegare.
Per un istante l’idea di immortalare l’intera scena in uno “scatto” mi attraversò i pensieri. Ad essere un fotografo, ad avere la mia compagna lì presente – lei e la sua Canon, quella sì che era una combinazione perfetta – sarebbe venuta fuori un’opera da National Geographic. Ma di fare fotografie il sottoscritto non era capace. Ci avevo provato con risultati imbarazzanti, per me e per l’oggetto della mia visione, più di una volta e alla fine avevo deciso di lasciar perdere.
Valutai di nuovo e attentamente  il da farsi.
Considerai la possibilità d’ignorare l’evento, d’osservarlo con distacco partecipato, di tifare ‘cicala!’, di supportare ‘ragno!’ Considerai di lasciare che la natura facesse il suo corso o di intervenire per modificarlo. Mi ripetei che tutto sarebbe comunque avvenuto. Mi convinsi – me lo ripetei più volte, a mezza voce, come in una nenia che finì per andare a sovrapporsi a quella dell’insetto – che la mia presenza non aveva ragione di cambiare di una virgola lo svolgersi degli eventi.
“Questa cosa non mi sta chiamando” ragionai. “Non mi sta chiedendo aiuto, non si sta lamentando.” Nessuno stava imprecando. Nessuno stava cercando di attrarre la mia attenzione. Quell’occhio d’insetto pareva sì fissarmi con implorazione, ma in realtà non stava vedendo altro che un’ombra gigantesca e scura in movimento. Nulla di mistico o misterioso.
“Soltanto un piccolo animale intrappolato al di là di un vetro.”
Ma un pensiero, un assillo – l’assillo della reincarnazione – insieme ad altre moltitudini di ragionamenti di varia natura e provenienza, aveva cominciato a fare massa nel retro della mia mente.
E se un giorno mi fossi ritrovato anch’io in difficoltà… Se un giorno anch’io fossi rimasto intrappolato chissà dove, come o perché, e d’un tratto avessi sentito la presenza di un qualcosa, una massa scura e informe, un’ombra gigantesca che fattasi vicino avesse cominciato a sussurrare, con voce calda “ti ricordi di quell’insetto intrappolato? Ero io…”
Cosa mi impediva dunque di tagliare la ragnatela e rimettermi a leggere? Se veramente di questo si trattava, di prendere un bastoncino e spezzare quei fili, cosa mi bloccava?
Il ragno. – Lo realizzai con sorpresa nell’istante in cui tornai ad osservarlo. – Era il maledetto grumo peloso che se ne stava rannicchiato di fianco allo stipite della finestra che mi impediva di spezzare la ragnatela: il ragno che aveva costruito e aveva atteso, il ragno che aveva fatto il suo dovere di predatore, il ragno che aveva il diritto di guadagnarsi la sua cena come il sottoscritto l’aveva di cucinarsi una bistecca ai ferri. Non era forse un atto da ipocriti liberare un insetto da una ragnatela e poi comprare bistecche al supermercato?
“Lasciare tutto così com’è” ripetei. “Lasciare che la natura segua il suo corso.”
E me ne convinsi. E ne fui certo. E per qualche minuto, per qualche lungo, maledettissimo minuto, riuscii addirittura a fingere d’essermene dimenticato.

Ora, non so se avete presente il volo del calabrone di Rimsky Korsakoff. Sicuro che avete presente la sua versione al pianoforte di Rachmaninoff, ovvio che ce l’avete, ce l’hanno tutti. Nell’originale, ad ogni modo, arriva un momento – uno dei tanti a dire il vero – in cui la melodia si incrina e quasi scompare.
In quell’attimo, ecco, io mi vedo alzare, mi vedo andare in cucina, mi vedo aprire il cassetto delle posate ed estrarre due bastoncini da cibo cinese, e brandendoli come scimitarre mi vedo tornare verso la finestra e aprirla per metà, abbassare con decisione i bastoncini sui fili della ragnatela e spezzarli, separarne le estremità dal resto della struttura e ritrovarmeli appiccicati sulle punte di legno.
E allora comincio ad agitarli, i maledetti bastoncini, prima con calma, poi con insistenza, poi con stizza, poi con violenza, senza riuscire a staccarli dalla ragnatela. E continuo a scuoterli in questa maniera come in preda a un furore sconosciuto, contraendo labbra e mascelle mentre lo faccio, e l’insetto nel mezzo si mette a vibrare con sempre maggiore ostinazione, a palpitare, a emettere suoni. Finché all’ultimo strappo vedo i fili staccarsi dal resto, la ragnatela spezzarsi e l’insetto cadere libero sul prato.
È a quel punto che arriva l’uccello.
Proveniente da chissà dove sopra la mia testa.
Nel momento in cui l’insetto tocca tutto vibrando l’erba, una massa piumata, nera e veloce, gli piomba addosso, lo squarta a colpi di becco – letteralmente, lo dilania – e se lo porta via tornando sull’albero da cui era calato.
“Una cicala” mi avrebbe detto la mia compagna poco più tardi, di ritorno dal suo pomeriggio di shopping. “Di sicuro l’insetto era una cicala.”
Io avevo già da tempo ricominciato a scorticarmi i capelli davanti al computer in cucina.

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