Va tutto bene

Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Quel a un certo punto della notte si era rivelata l’una e un quarto. CIAO AMORE, STIAMO ENTRANDO NEL LOCALE ADESSO. BATTERIA DEL TELEFONO AGONIZZANTE. LOVE YOU. Primo e ultimo sms della serata, ricevuto nel momento in cui avevo deciso di andare ad aspettarla sotto le lenzuola.

Ma non ero riuscito a dormire. Avevo letto, preso appunti, guardato la televisione, camminato nel terrazzo davanti al pallido andirivieni dei turisti che si faceva sempre più silenzioso. Avevo osservato bande di bambini sostituirsi alle famiglie, ventenni mettersi in partenza per discoteche di cui neppure ricordavo il nome, mentre gruppi di teenager costruivano le prime memorie di baci e sigarette sui gradini dei marciapiedi.
Ero rientrato in camera con un senso d’inquietudine ad affondarmi nel petto.
E il resto del tempo l’avevo passato ad ascoltare il rumore delle macchine diradarsi fin quasi a scomparire, in attesa che anche l’eco delle voci sfumasse nel battito della notte.

La porta si era riaperta alle quattro meno venti. L’avevo sentita entrare, camminare in punta di piedi fino in bagno, accendere la luce, togliersi le scarpe, tirare lo sciacquone, raggiungermi sotto le lenzuola. Mi si era accostata al corpo nudo con un moto di stanco abbandono. Mi aveva baciato la schiena. Aveva detto “mi sei mancato.” E avevo avvertito il suo seno premermi sulla pelle. L’avevo sentita cercare la posizione migliore per prendere sonno. “Ti amo” aveva sussurrato.
“Com’è andata?”
Avevo mantenuto la voce tra il casuale e l’intorpidito, come se stessi dormendo, ma lei si era distaccata dalle mie spalle con un moto nervoso, sorpresa, forse, dall’avermi trovato ancora sveglio.
“Bene.”
“Niente in particolare?” avevo aggiunto muovendomi a mia volta adagio, e accentuando il suono d’impastato torpore che ancora volevo farmi risalire tra le vocali.
Appena due ore prima, stanco di non ricevere notizie e curioso di sapere come stavano procedendo le cose, avevo inviato un sms a mia sorella. Le avevo scritto SERATONE?, pentendomi l’istante successivo ad averlo digitato.
Mia sorella aveva risposto: CONOSCI UN GIOCATORE DEL MILAN CHE SI CHIAMA SPINETTI?
MAI SENTITO NOMINARE. IL CALCIO NON LO SEGUO avevo scritto di rimando. Ero rimasto a lungo col pollice sollevato sulla tastiera, indeciso sull’opportunità o meno di aggiungere PERCHé?
E quel perché mi aveva tormentato per il resto della nottata.
“Il locale era carino. È stata una bella serata.”
“Molti ragazzi attorno?”
Stava sorridendo. Non potevo vederla ma sapevo che aveva sorriso. “I soliti macho modello italiano” aveva mormorato sbadigliando, “tutti troppo giovani e troppo pieni di sé. Ma la musica era ottima.”
Avevo lasciato passare un lungo intermezzo. Considerato attentamente i pro e i contro. Pensavo soprattutto a mia sorella. Mia sorella era divorziata, era sola, aveva una bambina. Non volevo che mia sorella si cacciasse in qualche brutto guaio. “E questo giocatore del Milan?” avevo aggiunto.
“Ha cercato di baciarmi.”
“Come?”
“Così almeno mi hanno detto. Del Milan.”
“Cosa?”
Mi ero sollevato, mi ero voltato, avevo smesso di fingere adesso. Nel buio potevo sentire le pupille bollirmi dentro agli occhi.
“Dai…” l’avevo sentita continuare con noncuranza. Si era a sua volta distanziata, una crepa di risentimento a incrinarle la voce. “Dobbiamo davvero litigare? Era solo un ragazzino, ce ne sono tanti in discoteca.”
“E ha cercato di baciarti” avevo detto, secco.
“E allora?”
“E tu?”
Si era messa a sbuffare.
“Secondo te? Si può sapere cosa ti ha preso? Eravamo in discoteca. Ballavamo. E questo tizio ci ha provato, con me e con chissà quante altre, tutto qua.”
“Non ci posso credere” mi ero messo a mormorare. “Vai una sera in discoteca, e già c’è qualcuno che prova a baciarti.”
“Ma sei impazzito?”
Provavo un rancore soffocato avvolgermi il petto. Voglia di chiudere la notte dentro un sacco e scagliarla lontano.
“Sei arrabbiato perché abbiamo passato una bella serata?”
Avevo voltato la faccia verso la parete, il corpo teso sull’orlo del materasso. Rimuginavo. Lei mi si era riavvicinata con circospezione, aveva infilato un braccio sotto il mio e si era messa a cercare con le dita la mia mano.
Ovvio che no. Ovvio che non potevo essere arrabbiato per qualcosa del genere.
“Se è questo che vuoi, se è tutto qua il problema, allora non ci vado più” aveva detto. “La prossima volta che mi invitano dico di no. Anche se è tua sorella a farlo…”
Guardavo il buio e serravo le labbra. Non lo sapevo io, quello che davvero volevo.

Ci eravamo trasferiti da poco meno di due mesi. In paese lei non conosceva nessuno. Io invece c’ero nato, c’ero cresciuto e ne ero scappato. Avrei dovuto sentirmi a casa, ma ovunque guardassi finivo sempre per avere quella medesima sensazione di morte accanto. Salutavo la gente per strada, sorridevo ai volti dal panettiere, al mercato, in pizzeria, dal macellaio, ascoltavo domande quali allora sei tornato?, oppure, ti fermi?, o ancora, com’è la vita sull’altro lato del mondo? E a tutti rispondevo che sì, ero tornato. Che no, non sapevo se mi fermavo. Ma che non dipendeva da me. Spiegavo che la vita sull’altro lato del mondo era perfetta, magnifica. Era come abitare in un luogo dove si poteva ancora essere felici.
Promettevo a tutti che ci saremmo rivisti, che avremmo fatto una cena, una bevuta, una serata. E intanto aspettavo l’istante in cui sarei rientrato in casa e mi sarei richiuso la porta alle spalle.
La casa era una soffitta ristrutturata sopra l’appartamento dove un tempo aveva vissuto mio nonno. Mio nonno era morto di cancro ai polmoni in un’estate carica d’afa e senso di fine. Era morto soffrendo. La gente ancora ne parlava del caldo di quell’estate. Ma la casa era fantastica. La casa era la più luminosa e accogliente mansarda in cui avreste mai potuto immaginare di trovarvi. Era il luogo dove io e mio nonno andavamo a riparare mobili, a setacciare bulloni, a collezionare chiodi sotto ragnatele immense che parevano velieri.
Adesso era stata ristrutturata, era stata rimessa a nuovo, era stata ripulita, riadattata. Pareva un piccolo giardino sospeso, una dimora pensile. Studiata apposta per metterci dentro qualcuno che per nessuna ragione al mondo avrebbe desiderato stare in quel luogo.

Ero tornato per via dei miei genitori.
I miei genitori stavano invecchiando, erano stati raggiunti dalla stagione delle grandi domande. Erano a corto di risposte. Accusavano la solitudine.
I miei genitori guardavano indietro solo per constatare che le cose non erano andate come avrebbero voluto loro. Non per noi. Non per i loro figli. Noi eravamo quelli per cui avevano lavorato, sudato, risparmiato. Ma qualcosa era andato perso. Qualcosa era andato storto. Io ero fuggito in cerca d’avventura, mia sorella era deragliata sui binari di un matrimonio infelice. E più ci pensavo, più ci guardavo, più mi accorgevo che in una maniera o nell’altra vivevamo tutti all’estremità di qualche cosa. Mia sorella non usciva praticamente mai, abitava in un’altra città, andava tutti i fine settimana a casa dei nostri genitori solo per vedere il tempo consumarsi davanti a questioni quali “chi avesse la responsabilità di cosa.” Tipo, “il futuro non è mai come ce lo siamo immaginati.” Modello “abbiamo tutti perso.” Faccende che avevano l’unico scopo di allontanarci dalla verità.
E la verità è che la vita non ha significato.
Per mia madre ‘tutto’ stava racchiuso nella famiglia, nel sacrificio, nel senso di responsabilità. Era cresciuta all’ombra della Grande Morale Protestante mia madre.
Mio padre invece sembrava vivere nel momento, nell’attimo colto e nel lavoro che ci dà la possibilità di goderne. Voleva vedere i suoi nipotini crescere, non importava come, purché riuscissero almeno loro a essere felici.
Purché la vita continuasse ad andare avanti.
Io temevo che a un certo punto anche la mia compagna avrebbe finito per perdersi e io con lei. Temevo che a un certo punto saremmo anche noi inciampati nel lento vortice delle vite altrui. Saremmo stati anche noi risucchiati in un mondo a cui non appartenevamo. Da un momento all’altro, nel giro di qualche mese, avremmo anche noi pagato le conseguenze delle nostre scelte.
E poi, cosa sarebbe successo poi?
“Mi dispiace” avevo detto sentendo i muscoli rilasciarsi nell’abbraccio della sua mano. “Non lo so cosa mi ha preso. Non lo so cos’è che non va.”
I miei pensieri erano tentacoli che si allungavano nella notte, attorcigliandosi su ipotesi che sparivano non appena accennavo a stringerle.
“Va tutto bene” le avevo sentito sussurrare a quel punto. “Non è facile, ma va tutto bene.”
Mi si era fatta accanto, mi aveva attratto a sé con forza. Il suo corpo era caldo. E il calore era divenuto tutt’uno con quell’unico pensiero.
“Non è facile, ma va tutto bene” aveva ripetuto.
Ogni parola ad affondarmi nella mente come nel mare.

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