Qualche santo provvederà

Devo acquistare una macchina usata.
“Non dovrebbe essere un problema” penso.
Negli ultimi otto anni mi sono servito di macchine usate senza alcun tipo d’inconveniente. Ho fatto più di duecentoventimila chilometri, attraversato catene montuose, parcheggiato per ore di fronte all’oceano in burrasca, salito e ridisceso gli infiniti vulcani spenti della città in cui abitavo (Auckland ndr) e mai che un problema mi avesse fatto rimpiangere la scelta.
Macchina usata, in buone condizioni, affidabile, economica. Niente di meglio in questi tempi di crisi, per chi come me è disoccupato e ha bisogno di un’auto.
“Devo acquistare una macchina usata” penso. E mi convinco che non dovrebbe essere un problema. In effetti un problema non è, basta avere i soldi.
Trovo una Punto del 2000 a duemila euro. È la cosa migliore che c’è al momento sul mercato, perlomeno nella mia zona. Un anno di garanzia.
Duemila euro, speravo di cavarmela con meno. Neanche cinque mesi fa ne spendevo l’equivalente di novecento per una macchina giapponese (Honda Civic prima, Daihatsu poi) in condizioni più che eccellenti, e con la medesima garanzia. Neanche cinque mesi fa. Paiono dieci anni adesso. “Pazienza” penso, “vivo in un altro Paese, è normale. Sono le regole del mercato.”
E prendo accordi per l’acquisto.
Scopro che il passaggio di proprietà verrà a costarmi quasi quattrocento euro. Quattrocento euro per fare qualcosa per cui appena cinque mesi fa ne spendevo otto.
Otto euro è il costo del passaggio di proprietà di un veicolo a Auckland. Ritiri un modulo, lo compili, paghi l’importo, lo spedisci. La macchina è ora tua.
Com’è semplice la vita sull’altro lato del mondo.
Ma cerco di convincermi che neppure questo sia un problema, cerco di convincermi che anche di questo è fatta la vita, che è tutto un grande e bellissimo mantra, che non devo stare a pensarci troppo sopra. Solo una stupida questione di soldi. “È l’Italia” penso, “ovvio che le cose funzionino un po’ diversamente.”
Così faccio due conti. Duemila euro. Più quattrocento. Più l’inevitabile marca da bollo. E arriviamo a duemilaquattrocentoquindici. Con la stessa cifra mi potrei pagare un biglietto di andata e ritorno per la Piccola Inghilterra del Pacifico e avere ancora abbastanza contante da acquistare una Toyota del 2000 in perfette condizioni. Ma vedo di non lamentarmi. “Considera il lato positivo” mi ripeto, “in fin dei conti sei nel Bel Paese.” Look at the bright side of life.
Allungo la carta di credito, cercando di non pensare troppo al conto in banca, e pago.
Ora. Succede che dall’altra parte del mondo mi capitava di tanto in tanto di guadagnare qualcosa lavorando sulle barche. Da giovane, dando prova di stupefacente lungimiranza, avevo anche preso la patente nautica “Che non si sa mai” mi ero detto, “che un giorno decida non di seguire le orme di Conrad e attraversare l’oceano.”
Detto fatto.
Problema è che la mia patente nautica è sul punto di scadere. Mio dio, dieci anni passati in un respiro. Ecco la ragione di tutti questi capelli bianchi e dell’umore da cassintegrato, altro che ritorno in Patria.
Rinnovare la patente. E che sarà mai?
Infatti vado in Capitaneria di Porto e mi dicono che “non c’è nessun problema.” Basta una marca da bollo da 15 euro sul documento di richiesta, un marca da bollo da 15 euro sul foglio della Asl, e una visita medica. È così semplice, ai giorni d’oggi, rinnovare la patente. “Nessun problema” mi ripete il tizio in uniforme bianca. Basta avere i soldi, penso, “basta un po’ di buon umore, trenta euro ed è fatta.”
E il giorno dopo mi reco alla Asl.
Non me le ricordavo più le Asl italiane. Ero abituato alle White Cross neozelandesi e australiane (che poi corrispondono pressapoco alle nostre Asl) dove entri, la signorina alla reception gentilmente ti da un A4 da compilare e gentilmente ti fa accomodare nelle poltroncine della sala d’attesa. C’è sempre una luce diffusa e rilassante nelle Asl oltreoceano. C’è un’area attrezzata per i bambini, riviste da leggere, uno schermo sintonizzato sui canali d’informazione. Ma niente volume. Il volume è leggero, di sottofondo, ed è fatto di musica. Mi verrebbe voglia di andare in una Asl neozelandese a passare i pomeriggi, a mangiarmi un panino, o a leggere un libro.
Svoltato l’angolo di quella italiana invece, mi trovo di fronte a una piccola folla disomogenea visibilmente annoiata, visibilmente in attesa, visibilmente da molto.
Riconosco l’anziano che ci passa le sue mattinate alle Asl. Mamme con bambini, gruppi misti di donne e ragazzi. Tutti con fogli di varie dimensioni in mano, occhi spazientiti, gesti spenti. Respiro atmosfera di rassegnato disincanto.
“Eccone un altro” sembrano dirmi questi occhi non appena mi vedono entrare. “Mettiti in fila e aspetta.”
Respiro aria chiusa e fatalismo, sotto luci giallognole di corridoio.
Mi avvicino al vetro d’ammissione. Impiego un po’ a capire chi sta facendo cosa e perché. Alla fine trovo lo sportello giusto. Faccio la mia domanda.
La signorina non mi lascia neppure finire, e mastica a memoria la sua risposta. Potrei essere di fronte a una macchinetta per la distribuzione di profilattici e non cambierebbe nulla (a parte il fatto che avrei qualcuno ad aspettarmi a letto). Ma io la capisco, la comprendo io. Mica gliene faccio una colpa. Capisco che non è semplice passare le proprie giornate in quest’aria giallo piscio, a fissare gente stressata, con nient’altro ad aspettarti a casa che un televisore a schermo piatto e governo dentro a dirti che va tutto bene. Che non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Osservo la signorina alzare le orbite degli occhi mentre parla. Contro un cielo che neppure c’è. Non sono malato ma mi sento sul punto di diventarlo.
Pare che non dovrò prendere un appuntamento. Pare che non dovrò aspettare per ore l’arrivo di un dottore spazientito, né masticare accidenti tra gli sguardi di chi come me sta attendendo un cenno dalla porta di uno studio.
La signorina mi annuncia, continuando a frugare nel soffitto, che un problema questa volta c’è. Stanno aspettando il Nuovo Regolamento per le Attività Marittime, e fino a quando non arriva quello, niente visite.
Dice proprio così. Dice: “niente visite.”
“Fino a quando?” chiedo.
“Fino a quando non arriva il Regolamento.”
“Questo l’ho capito. Ma quando?”
Alza le spalle. Scrive qualcosa su un foglietto, me lo porge. Sopra, leggo un numero di telefono. Nessuna intestazione, nessun Signor o Signora o Dottore. Niente. Dice: “provi a chiamare e chiedere a loro.”
Dico “loro chi?”
Riprende il foglietto dalle mie mani. Scrive.
“Capitaneria di porto”.
Ed esco in strada.
In questi giorni sto girando in bicicletta (la macchina di fatto ancora non ce l’ho. Devo ancora fare l’assicurazione e saranno altri 700 euro di contratto base. Pare che essendo la mia prima assicurazione in Italia parto da un Livello 14, che poi significa prezzo più alto. Man mano che gli anni passano e non faccio incidenti, il livello dovrebbe abbassarsi col costo. Problema è che 700 euro al momento non ce li ho, dovrò chiedere a mia madre – livello1– di intestare la mia macchina a nome suo) e torno verso il porto.
In Capitaneria non sanno cosa aggiungere a quanto già detto. In effetti non sono il primo ad avere questo genere di problema. Loro con questa faccenda della Asl non centrano nulla. “Allora?” chiedo.
“È una questione burocratica” mi dice il tizio alla scrivania. “Abbiamo entrambi ragione. Loro non fanno le visite, noi non sappiamo quando il nuovo regolamento sarà operativo.”
Di mezzo c’è il vuoto. Ovvero io. La comunità.
“Ci sarebbe una soluzione, ad ogni modo” riprende. “Molti fanno così: vanno da un privato convenzionato con l’ASL o con l’ACI, pagano e fanno la visita. Non dovrebbe costare molto.”
Perché, per un privato il regolamento non conta? Ma preferisco tenermi la domanda per me.
Esco dalla Capitaneria pensando che “no, non è un problema in effetti. Niente lo è. È solamente una questione di soldi.”
E così mi dirigo verso l’ufficio di un “privato”.
La signorina a questo sportello è gentilissima. L’ufficio (che poi è una stanzetta grande abbastanza da contenerla e con una porticina di fianco) ha affisso alla parete un cartello con su scritto “VISITE MEDICHE. Il lunedì e il mercoledì dalle 10 alle 12 e il giovedì pomeriggio dalle 15 alle 17.”
Guardo l’orologio. Mercoledì pomeriggio. Ovvio che non c’è nessuno.
“Basta prendere un appuntamento” mi sento dire. La visita costa 30 euro, più 15 di marca da bollo e fanno quarantacinque in tutto.” Dovrei sentirmi rincuorato, ma la tentazione di rivendere la macchina che ho appena addebitato sulla mia carta di credito, e tornarmene sull’altro lato del mondo comincia a farsi sentire con più insistenza.

A proposito, stasera ceno dai miei. Non é che posso permettermi di riempire il frigorifero tutti i santi giorni. Come il 45% dei trentenni italiani, anch’io, stasera, mi sono ritrovato a dipendere dai miei genitori. Appartengo all’ulteriore 30% (interno al 45%) che non si limita ad una serata occasionale, ad una visita estemporanea. Faccio parte della generazione terzomondista dei paesi occidentali, ho bisogno di continui aiuti da realtà economiche più benestanti, da stati più vecchi: i miei genitori.
Quando e come sarò in grado di pagare i debiti che al momento sto lentamente accumulando, ancora non lo so. Chiamatemi Angola, Somalia, Etiopia. Il terrorismo l’hanno fatto alla mia vita le banche che ancora devo pagare, le tasse universitarie che non mi sono servite ad altro che indebitarmi ulteriormente, e l’idea che i problemi non esistono, basta abituarsi a viverci dentro. Eccomi.
Sto ricominciando ad abituarmi.

Racconto agli stati più ricchi le mie vicissitudini e loro sembrano capire.
Dico che era meglio restare dove stavo, era meglio pagare otto euro per un passaggio di proprietà e non avere bisogno della patente nautica per portare una barca a vela (la patente non è obbligatoria in Nuova Zelanda). Era meglio restare un immigrato, dimenticarmi dell’Italia.
Mi rispondono che è la vita, che ho fatto bene, che ho fatto benissimo a tornare, che è il sistema, che basta capirlo. Che basta utilizzarlo.
Sull’assicurazione si può intestare tutto a mia madre, ad esempio, e pagare meno della metà di quanto dovrei. Un giorno avrò bisogno anch’io di intestare ogni cosa a mio nome, ovviamente, ma finché quel giorno non arriverà, meglio non pensarci. Gran parte dei figli del Bel Paese fanno così. In Italia abbiamo le assicurzioni più alte d’Europa, a fronte degli stipendi, che sono i più bassi.
Per il passaggio di proprietà invece non c’è nulla da fare. Niente trucchi. Questione visita medica? “Potremmo conoscere qualcuno alla Asl, ma i prezzi restano quelli.” Sistema Italia parte seconda: conta chi conosci.
“Quante marche da bollo ti servono?” mi chiede mia madre.
Le marche da bollo, quelle proprio me le ero dimenticate. Erano talmente numerose che alla fine ho smesso di contarle. Quattro, cinque, quindici? Serve una marca da bollo per chiedere un cappuccino al bar? Lo fanno il credito, ai tabacchini?
Pare che siamo l’unico paese in Europa ad utilizzare ancora le marche da bollo. In Germania le hanno abolite dal 1991, in Olanda neppure sanno cosa siano. Della Francia nessuno dice niente, ma c’è chi sostiene che furono vietate da Napoleone, subito dopo l’incoronazione. Lascio a voi l’indagine sui paesi di lingua inglese. Un giorno ho provato a spiegare ad un amico americano il “concetto di marca da bollo” e sembrava gli stessi spiegando il funzionamento di una macchina da tortura medievale. Sono cose che a loro non interessano. Ai tempi del medioevo, d’altra parte, loro neppure esistevano .
Intanto il mio debito nei confronti della generazione che mi ha preceduto cresce, cresce, cresce, insieme al pensiero letto tra le occhiate che i miei genitori si scambiavano durante la cena che “anche per oggi, in qualche maniera, è andata.”
Sulla Rai stanno dando “Una voce per Padre Pio”.
Domani, qualche santo provvederà.

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