Conigli australiani & Co

Stavamo già da un paio d’ore seduti ai tavolini del bar-pizzeria “Da Roberto”.
La discussione finì, chissà come, sulle infiltrazioni criminali nel nord Italia.
Nessuno sapeva un granché di camorra e di mafia – a parte quello che ognuno di noi aveva letto sui libri o visto in televisione, intendo dire – ma il tizio che mi sedeva di fronte insisteva nel sostenere che il maggior responsabile e addirittura il promotore di tali infiltrazioni andasse ricercato nello Stato.
Credo che tutto fosse iniziato con una battuta sull’aumento degli accenti campani che negli ultimi anni stavano prolificando nella nostra provincia. “Questi programmi di confino e di tutela testimoni” si era messo a dire il tizio ondeggiando col bicchiere davanti agli sguardi dei presenti “stanno impiantando intere comunità di camorristi e mafiosi in terre vergini, terre” aveva detto sorridendo “fertili.”
“È proprio l’opposto” era intervenuto un mio caro amico, che gli stava seduto di fianco. “L’idea è quella di allontanarli da un territorio dove c’è una certa mentalità. Senza il supporto della gente attorno, né mafia né camorra possono esistere.”
Il tizio era rimasto col bicchiere a mezz’aria, a riordinarsi le parole nella testa, biascicando pensieri misti a vino e focaccina. Poi aveva detto “sbagliato.”
“Sbagliato” aveva detto. “Cioè, giusto in teoria. La pratica, però, funziona in maniera differente. La pratica funziona come in natura, funziona come nella biologia.” Il tizio aveva fama di tuttologo. Era conosciuto per essere un anarchico, ma un anarchico come pareva a lui – il che significava, sostanzialmente,che viveva di un qualche sussidio statale e passava le proprie giornate al bar, a lamentarsi di un mondo che non andava come avrebbe dovuto. – “Nella biologia” disse “come nella botanica, succede che se io prendo una specie che appartiene a un certo ecosistema, e la trapianto in un altro simile al precedente, ma privo di quegli amici e di quei nemici naturali sviluppatisi nel primo in virtù degli anni di evoluzione dello stesso,” si concesse una pausa, riprese fiato ripercorrendo l’intero ragionamento col pensiero, “quella determinata specie prolifica. Come coi conigli in Australia.”
A quel punto ci eravamo fatti silenziosi. Aspettavamo di vedere dove l’intera questione avrebbe finito per andare a parare.
“In quel caso l’obiettivo” disse, “era trasferirli in un determinato ambiente in modo tale che fossero assorbiti al suo interno.” Si assicurò di avere la completa attenzione dei presenti. “In realtà hanno finito loro per trasformare l’ambiente circostante.”
“E in questo caso?” chiese il mio amico, con aria divertita.
“In questo caso si spediscono le famiglie nel nord con la speranza che lontane dal loro habitat siano inglobate nelle logiche della vita civile. Invece penetrano loro nella società, modificandola. Non ci troviamo di fronte a napoletani che divengono torinesi, o parmigiani, o spezzini, o bergamaschi o cosa ne so io. È la vita intorno a loro che si napolenatizza.”
Un mio secondo amico, seduto sull’altro lato del tavolo, rise. “La famosa napolifornication of Italy.”
Ma l’anarchico sembrò non farci caso. Infatti non parlò per un po’. Si catapultò due pizzette in bocca, una dopo l’altra, e quasi contemporaneamente ci finì sopra il resto del vino. Poi fece un gesto alla cameriera e le chiese se poteva portargli un altro bicchiere di rosso. “Come il sangue” disse.
Mangiò un’altra pizzetta e aspettò che il vino gli venisse servito, e si mise a guardarsi attorno fingendo di non seguire più la nostra conversazione – che nel frattempo si era spostata sulla musica digitale e sul futuro delle case discografiche – infine si accese una sigaretta.
“Come il sangue” ripeté una volta che il vino gli fu davanti “sulle nocche di quel tizio tre sera fa.” Abbassò la voce, e osservandoci come se stesse parlando a una congrega di cospiratori radunatisi sul ciglio di un cimitero aggiunse “nessuno vi ha raccontato cosa è successo qui l’altra sera mi sembra di capire.”

“Racconta” disse il primo dei miei amici.
“Racconta” disse il secondo.
E l’anarchico cominciò. “Ero con Carletto Mezzasega e Luchino il tabaccaio. Stavamo bevendo già da un po’, e già da un po’ c’era anche Pierone il Pazzo, ubriaco fradicio, che grande e grosso com’è se ne stava al bancone a importunare chiunque si avvicinasse. Ora, il barista aveva già provato a farlo ragionare, ma non si sa mai come vanno le cose con Pierone quando ha bevuto. Infatti vagava di tavolo in tavolo e quello gli diceva, lo pregava gentilmente, di smetterla, e di andarsene, ché per quella notte ne aveva fatte abbastanza. Ma lui niente. Allora il barista gli dice: ‘non costringermi a chiamare la polizia.’ E alla parola polizia Pierone prende una sedia e si mette a girarla in cerchio, creandosi il vuoto attorno, e dice che se vede qualcuno attaccarsi al telefonino, lui comincia a sfasciare il locale.”
Il tuttologo tacque un attimo, bevve.
“Sapete come vanno queste cose…”
Intendeva dire, che una volta che hai il locale sfasciato e la reputazione rovinata, e nessuno che ti risarcisce – ché Pierone di soldi non ne ha, lo sanno tutti – a cosa ti è servito chiamare la polizia? Meglio provare a farlo ragionare e sperare che se ne vada senza creare altri problemi.
“Pierone è così, lo conosciamo no? E ce ne teniamo alla larga.” Spense la sigaretta schiacciandola con insistenza nel posacenere stracolmo. “Fatto sta che è sempre più su di giri. Chissà cosa c’ha nel sangue a parte il vino. Vaga in tondo, prende i bicchieri degli altri clienti e li beve, cose del genere. Dovete calcolare che è giovedì sera ok? E il giovedì sera c’è sera di teatro. Sicché, nel bel mezzo di questa scena, mentre Pierone ondeggia tra i tavolini di fuori con la gente seduta che non sa bene cosa fare, altra gente tutta ben vestita, tutta in giacchette scure e abitini da sera, comincia a uscire dal Giuseppe Verdi. Questa folla civilizzata, fatta di donne chic e di uomini incapaci di gestire qualunque cosa arrivi loro davanti se non sotto forma di documenti, esce dal teatro e si ritrova davanti Pierone ubriaco che agita una sedia e fa versi osceni alle signore. E tutti si allontanano. E nessuno sa bene cosa fare. Ma pian piano si capisce che ‘cosa fare’, in fondo in fondo, lo sanno. E infatti se ne vanno, ecco cosa fanno. Ognuno verso la propria macchina. Mentre Pietrone ha tirato fuori anche una lama, una specie di coltellino da campeggio. Pareva il bronx…”
L’anarchico tacque. Al tavolo adesso tutti ascoltavamo. Lui bevve un altro sorso di vino e si passò platealmente la lingua sull’esterno delle labbra.
“E voi?” chiese d’un tratto il mio amico sulla sinistra.
“Noi niente, come tutti d’altronde. Cosa fai in una situazione del genere? Quando ti ci trovi davvero davanti, intendo dire. Ti fai i cazzi tuoi ecco cosa fai. Inutile starci a girare troppo intorno. Da certe situazioni si pensa solo a starci alla larga, questa è la verita. Io sono vecchio, cosa volevate che facessi?”
“E poi?” intervenne l’altro mio amico.
L’anarchico si guardò nuovamente attorno, appena sopra la spalla, come ad accertarsi che a parte noi nessun altro stesse ascoltando.
“Poi è successo questo: che dall’inizio della serata c’erano seduti in quel tavolo d’angolo due napoletani. Se ne erano stati per tutto il tempo tranquilli, a bere e a fumare e a discutere a mezza voce. Potevi dire che erano napoletani perché ‘mezzavoce’ significa che li sentivi dall’altro lato della piazza, non so se mi spiego. Insomma, c’erano questi due napoletani che se ne erano rimasti a osservare la scena, ma senza interesse. Fatto sta che a quel punto, mentre la folla del teatro se ne va, e qualcuno comincia sul serio a pensare di chiamare la polizia, uno dei due napoletani si alza seguito dall’altro e va verso Pierone. E io penso ma sono impazziti?
L’anarchico fece un cenno alla cameriera indicando il suo bicchiere di rosso semivuoto.
“Ma pazzi non sono. Infatti il primo dei due fronteggia Pierone che badate bene ha ancora il coltellino in mano, e dice ‘mo’ hai scassato ‘u cazzo. Vattinne e piantala de fa’ lo stronzo.’ Pierone non sa bene cosa rispondere. Lo vedi dalla faccia che ha che mica se l’aspettava una cosa del genere. I due napoletani lo guardano come se fosse un pezzo di merda che si è appena staccato dal pavimento. Gli stanno dicendo di andarsene, ma lo stanno dicendo con una sorta di gentilezza. Pierone deve proprio essere fuori di sé perché dopo averci pensato un po’ su risponde ‘vaffanculo.’ Dice proprio così, vaffanculo! Al che il napoletano gli prende la mano e gliela piega dietro la schiena, così, facendo al tempo stesso cadere il coltello. Poi gli afferra la testa per i capelli e portandolo avanti in questa maniera, come un gigantesco ramo rotto, lo trascina dietro l’angolo, dove ci stanno i vicoli, e mentre cammina gli dice a voce bene alta ‘mo’ che c’hai scassato ‘u cazzo a nuie, te scassamo ‘u cazzo nuie a te, ca nun ce piace chi fa ‘o furbo e po’ si solo ‘no fij’androcchia‘’ o qualcosa del genere, io il napoletano mica lo so. Comunque. Lo portano via dalla piazza e spariscono dietro l’angolo, e noi rimaniamo così, senza muoverci. Nel senso che se chiamiamo la polizia e poi quella arriva vedono i tabulati e sanno chi ha chiamato, e va a finire che ti trovi coinvolto in cose con cui non volevi avere niente a che vedere capite? Che se la sbrighino loro.”
La cameriera portò in quel momento il vino. L’anarchico smise di parlare, aspettò che si fu allontanata. Ricominciò.
“Passano pochi minuti. Oramai nella piazzetta del teatro non c’è più nessuno. Noi siamo ancora ai tavolini a cercare di capire cosa è successo, quando i due napoletani sono di ritorno. Camminano senza guardare in faccia nessuno, anzi, come se fossero soli. Come se il bar fosse vuoto e loro stessero facendo due passi nella notte. Uno si siede di nuovo al tavolo, davanti al suo bicchiere, l’altro va al bagno. Noi evitiamo di guardare, ma è ovvio che li stiamo osservando. Ed ecco che il tizio esce dal bagno sfregandosi le mani e si va a sedere di fianco al suo amico, e dice a voce abbastanza alta da essere sicuro che chi gli sta attorno lo stia sentendo: ‘E mo’ chisto nun lo scassa chiù a nisciuno ‘u cazzo.’ Testuali parole.”
L’anarchico bevve. Ci fu un lunghissimo silenzio.
“E poi?” chiese di nuovo il mio amico.
“E poi e poi e poi. Non sai chiedere altro. E poi se ne vanno no? Si alzano e se ne vanno.” Un ultimo sorso. “Noi ce la siamo mollata subito dopo. Ché se davvero arriva la polizia cominciano altri problemi.”
“E sono arrivati?”
“E certo che sono arrivati! Ma pare che nessuno si ricordasse più nulla di quello che era successo. Tutto è avvenuto troppo velocemente hanno detto. Da non crederci. Il barista ha detto: “ero dietro il bar.” E fine della storia. Adesso io penso questo: è successo una volta, magari succederà una seconda, magari no, non lo so. Quello che so è che questo posto non è più lo stesso dopo l’altra sera. Come l’Australia all’arrivo dei conigli.”
Restammo in silenzio. Ognuno a domandarsi come avremmo reagito, noi, se ci fossimo trovati in una situazione del genere.
Ma l’anarchico tuttologo si era messo a sorridere. Con un sorrisino, un ghigno d’irritante stupidità che pareva stesse leggendo le nostre menti e volesse intendere: “avreste fatto come tutti, cosa vi credete?”
E ancora mi domando se non avesse ragione.

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