Ultimo spettacolo prima della notte

Ci incontrammo al bar come ai tempi della scuola. Prendemmo un caffè, io doppio e amaro, lui macchiato freddo. Lo sorseggiammo con calma, il palpito del sole a pulsarci sulle spalle, poi uscimmo e ci accendemmo una sigaretta. Prima io, poi lui.
Cominciava a rinfrescare – era quasi dicembre – ma l’inverno non aveva ancora abboccato alla lenza del calendario. Tirava appena un brivido di vento rinforzato dal passaggio di autobus di linea tristi e musoni come coleotteri affaticati.
«Novembre mi è sempre piaciuto» disse lui a un tratto, «tutto si svuota, sembra che non c’è più nessuno. È un mese buono per ricominciare a guardare le cose».
La pensavo anch’io così. A ottobre c’era l’eccitazione delle scuole che ricominciavano, gli uffici affollati, il paese che sembrava mettersi nuovamente in marcia. Invece a novembre tutto si fermava. Ci dovevano pensare le luci di Natale a risvegliare qualcosa – un eccitamento, una frenesia, cosa non avrei saputo dirlo – nelle persone.
Lui fumava con lentezza. Centellinava con precisione il tabacco.
Osservavamo il formicolare della luce sui contorni delle auto parcheggiate e alcuni vecchi seduti sulla panchina di fronte a noi. Erano lì a qualsiasi ora del mattino e del pomeriggio, passavano giornate intere senza rivolgersi il fantasma di una parola.
Io mi ero sempre chiesto come facessero i vecchi a restare così a lungo seduti e in silenzio, come se stessero guardando un film a cui nessun altro in quel momento era stato invitato. E mi sentivo come loro. Mi sentivo come se stessi fissando anch’io uno schermo. Ma era uno schermo vuoto che vedevo: un grande e vasto telo su cui da anni scorrevano i titoli d’inizio e i titoli d’inizio e i titoli d’inizio di un film che non si voleva mai decidere a iniziare. E allora mi domandavo se non fosse quello che anche i vecchi stavano guardando. Non il film. Ma l’attesa sempre più prossima della sua proiezione.
Continuammo a fumare. Il tabacco era come parlare.
Intanto ci si era andato radunando alle spalle un gruppo male amalgamato di gente. C’era chi usciva dal lavoro e chi non c’era mai andato, chi parlava del sabato sera precedente e chi ricordava qualcosa che qualcun altro aveva fatto, ubriaco, alcune notti prima. Un tempo ci sarebbe stata una magia nell’aria, in attimi come quello. Qualcosa che sgranava gli occhi e t’imponeva di divorare il mondo.
Adesso più persone arrivavano e più sentivo crescere in me la solitudine.
Forse una persona è, veramente, mi venne da riflettere, solo in determinati momenti della sua esistenza. Il resto sono solo oscillazioni, sono fremiti, ricerche d’equilibrio e distanze che si allungano fino a non poter più essere colmate. Ed era in una di quelle lunghissime oscillazioni che mi trovavo io in quel momento. A terra. Mentre avrei voluto essere in alto mare, con le vele spiegate e il vento al traverso, e null’altro che un senso di pienezza a risalirmi nel petto.
Poi tutti se ne andarono com’erano apparsi, sparendo l’uno dopo l’altro in anfratti di cui ignoravo ogni cosa. Rimanemmo soli io e il mio amico. I vecchi avevano lasciato la panchina, gli autobus si erano fatti più radi, qualcuno, dentro il bar, stava ancora litigando sull’arbitraggio della domenica precedente.
«Ai tempi della scuola» cominciai a dire a quel punto quasi senza accorgermene, «sognavo sempre che un giorno avrei vissuto in una città davanti all’oceano e avrei fatto surf tutte le mattine prima di andare a lavorare».
Il mio amico taceva.
«La città era vasta e piena di luci, e la casa era come quelle che alle volte si vedono nei film, grande e isolata, e con ampie vetrate ad affacciarsi sulla spiaggia. E la spiaggia» continuai cercando di affinare quell’immagine che adesso sentivo palpitarmi nella testa, «era potenzialmente infinita. Io uscivo dall’acqua risalendo il bagnasciuga e  trovavo la mia donna ad aspettarmi in veranda, avvolta in una pesante coperta colorata, con una tazza di caffè bollente tra le mani e gli occhi pieni dell’immensità che le stava davanti».
Mi bloccai.
«So che alcuni non ce l’hanno mai avuto un sogno così» ripresi poi fissando la panchina di fronte a noi, «altri invece non credono che esistano luoghi del genere o pensano che la vita è una cosa e i sogni un’altra, e che è tanto meglio lasciarli separati. Ma io che so che un posto del genere esiste, e che non credo che bisogna separare la realtà dai sogni… Io dovrei smetterla di star qui ad aspettare e dovrei ricominciare a sognare».
La luce era scesa ma i lampioni stentavano ancora ad accendersi. E per un istante ci ritrovammo in quella che gli americani chiamano ‘twilight’ e gli italiani ‘crepuscolo’, dando, gli italiani, un senso di fine alla parola che in inglese non c’è. E che in quel momento non volevo vedere.
«Twilight» dissi aprendo le vocali come ali, “il territorio di mezzo che non appartiene a nessuno e in cui tutto può succedere”. Non più giorno, non ancora notte.
Vidi il mio amico annuire con gli occhi.
L’ultima cosa che mi era rimasta in quella città era il suo sguardo.

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