Una giornata di lavoro

Mercoledì. E il mercoledì a Forte dei Marmi era giorno di mercato.
Stefano “Vale” Valentini guidava sul lungomare che da Marina di Massa doveva condurlo alla ricerca di una mattinata di lavoro. Aveva trentacinque anni. Era disoccupato da cinque mesi. In precedenza era stato rappresentante di bevande, prima ancora aveva venduto dolci preconfezionati ai grandi magazzini o ai piccoli commercianti. O meglio, ci aveva provato. Mondo difficile quello dei rappresentanti.
Era stato anche barista. Aveva fatto il bagnino, il commesso, il cameriere. Ma questo era avvenuto molto tempo prima, quando era ancora giovane. Adesso che era disoccupato guardava a quei tempi con un misto di rabbia e di rimpianto. Adesso qualsiasi lavoro sarebbe andato bene, qualunque cosa, purché non cancellasse quell’idea di dignità che negli anni si era costruito. Aveva calcolato che senza un’entrata sarebbe arrivato fino a ottobre, novembre al più tardi, poi avrebbe dovuto vendere la macchina. La macchina ce l’aveva da quasi dieci anni- sempre la solita – vendere la macchina significava vendersi le gambe, seppellirsi nella casa.
Mentre guidava ripensava al suo passato. Cercava di farlo con equilibrio, tenendosi a distanza dalla trappola della malattia. La malattia si chiamava disturbo bipolare di tipo B. Il dottore gli aveva prescritto pillole per quasi metà della sua esistenza, litio soprattutto, ma anche lamotrigina, oxcarbazepina, carbamazepina, cloropromazina, aloperidolo, benzodiazepine. E poi lorazepam, clonazepam. Un tempo c’era stato il prozac. Il prozac lo rimpiangevano ancora in tanti in Italia.
Tutto era cominciato a precipitare quando il padre si era suicidato, pochi giorni prima che lui compisse vent’anni. Da quel momento in poi la madre era vissuta in un limbo, distantissimo da quello in cui si trovava lui ora. Due universi paralleli praticamente identici e solitari, misteriosamente impossibilitati ad incontrarsi. Finché un cancro l’aveva trovata e se l’era andata a prendere, conducendola via con sé. In pochi se ne erano veramente accorti.
Dal momento in cui l’avevano licenziato, Stefano “Vale” Valentini passava le sue giornate girando o standosene in casa, in cerca di soluzioni che non riusciva a individuare, ripetendosi che la situazione era drammatica e che bisognava scovare una via d’uscita al più presto, o sarebbe precipitato anche lui in un buco da cui poi non sarebbe più stato in grado di risalire.

La donna la vide poco prima di entrare nel centro della città.
Stava in piedi sul bordo della strada, col pollice in mostra e l’espressione smarrita.
Stefano “Vale” Valentini fermò la macchina e fece retromarcia. Si accostò.
Avrà avuto sì e no una cinquantina d’anni, calcolò. Era piacente. Ben vestita. Teneva tra le mani alcune borse in plastica rigida con sopra scritto GUCCI, DOLCE & GABBANA, DIOR.
“Posso aiutarla?”.
Non parlava un buon italiano ma riuscirono comunque a capirsi tra le pieghe di un inglese tutto gesti e approssimazione. Disse di essere russa, di avere una villa in affitto a Forte dei Marmi, di essere rimasta senza macchina. La macchina l’aveva il marito, il marito era in ospedale, ricoverato. Suo figlio era in ospedale anche lui, ad assistere il padre disse, e la macchina probabilmente era là difficile da dire, cellulare always occupato. Lei comunque non aveva la patente. Non c’era bisogno di avere la patente in Russia, non per una donna come lei.
In tutta Forte dei Marmi non era stato possibile trovare un taxi libero. Boutique extra lusso ovunque ma pochi tassisti: ma cosa avevano nella testa gli italiani?
Disse che quella mattina aveva lasciato l’ospedale e si era recata in centro per fare shopping. Aveva approfittato di un momento di calma per chiedere un passaggio a un infermiere che finiva il turno. Se non faceva acquisti adesso, disse, rischiava di non poterne fare più.
Lui avrebbe potuto essere trasferito il giorno dopo chissà dove, forse di nuovo in Russia.
“Vodka maledetta” disse chiedendo se poteva accendersi una sigaretta.

Era successo che il giorno prima il marito si era fatto tutta la scalinata della villa in cui abitavano sbattendo con la faccia su ogni singolo gradino. Alle tre di pomeriggio, ubriaco, scendendo dal primo piano per andare in giardino. Era scivolato. Una cosa incredibile. “Impossible to describe” disse. Un piano intero. Faccia su scalino, scalino su faccia. Si potevano ancora vedere i segni delle ossa sugli spigoli di marmo bianco. “Like a broken watermalon” specificò, “come chiamate voi, coocumero?”
“Cocomero.”
“Cocumero.”
“Cocomero.”
Lei continuò: “una notte terribile” disse, nessuno che sapeva dir loro nulla, non un singolo essere umano che sapesse mettere insieme una maledetta frase in francese, o in russo, o in inglese. Sembrava di essere chissà dove in sudamerica. L’ambulanza era arrivata dopo più di un’ora, non c’era stato verso di farsi capire da chi era al telefono.
T-e-r-r-i-b-l-e” ribadì. E gli chiese di lui.
E mentre Stefano le raccontava di sé e del fatto che era disoccupato e che stava andando al mercato per cercare un lavoro, raggiunsero l’ospedale.

Voleva pagarlo per il passaggio. Stefano rifiutò. Lei insistette. Se non altro voleva rimborsargli la benzina, disse. Tirò fuori una banconota da cinquanta euro dalla borsa di Prada e gliela forzò nella mano. Che se non era per lui, aggiunse, a quell’ora lei sarebbe ancora stata sul lungomare di Forte dei Marmi sotto il sole. Gli mise la banconota nella mano e gliela chiuse e disse “tu passaggio, io pago.” E ripose il portafogli nella borsa.
Lui allora si offrì di accompagnarla all’interno del reparto, per parlare coi medici e provare a tradurle quello che avevano da dire. Insistette a sua volta. Specificò che lo faceva volentieri, che cinquanta euro per sette chilometri di strada erano una cifra assurda, e che lui si sentiva in dovere di dare qualcosa in cambio. “Nessun problema” disse, “please.” Ed entrarono nel reparto rianimazione.
C’era seduto fuori, su una sedia del corridoio, un giovanotto sui vent’anni. “Figlio di lui” disse la donna. Aveva la faccia stanca e parlava a un cellulare in russo. Fece un cenno di saluto con la testa e tornò alla sua conversazione. “Sempre a telefono” spiegò la donna “avec fidanzata.”
Chiesero del dottore e il dottore arrivò. E Stefano disse di essere un amico di famiglia venuto a informarsi sulle condizioni dell’uomo.
Il dottore aveva più o meno la sua stessa età, era abbronzato, indossava un camice azzurro appena aperto sul collo. Una leggera peluria imbiondita gli sbucava da sotto il pomo d’Adamo. Si dilungò sulle condizioni del ricoverato e spiegò che erano critiche ma stabili. Disse che non potevano operare finché parte degli ematomi non si fosse riassorbita. C’erano fratture multiple, versamenti, ma si potevano escludere lesioni alla colonna vertebrale, quella era la cosa più importante disse, insieme alla probabile assenza di danni cerebrali.
“Lei è un amico intimo?”
Stefano annuì.
“Credo che debba sapere che è arrivato qua in condizioni tragiche allora” specificò. “Non so quanto abbia bevuto ieri pomeriggio ma a giudicare dalle analisi che abbiamo fatto ci troviamo di fronte a un problema cronico. Io mi preoccuperei. L’alcolismo è difficile da debellare. Comunque vada a finire, se ne esce vivo, dovrà risolvere la cosa. Posso parlarle in totale franchezza?”
La donna stava loro di fianco, Stefano disse sì.
“Non è una questione di soldi. L’organismo è una macchina. E le macchine si deteriorano. E quella” continuò indicando la vetrata oltre la quale giaceva il russo “è una macchina allo stremo: fuori dall’ospedale dovrà farci i conti, che gli piaccia o meno. Noi lo terremo sotto osservazione un’altra notte, poi dovrà essere operato. Trasferito e operato. Non possiamo operarlo in questa struttura, dobbiamo farlo a Pisa. Muoverlo adesso è troppo rischioso. Aspetteremo altre ventiquattr’ore e poi decideremo.”
Parlava, e intanto spostava lo sguardo dalla donna a Stefano e viceversa.
Li aveva raggiunti anche il figlio. Era robusto, lo sguardo incassato tra zigomi alti e sporgenti, il portamento esitante. Né lui né la donna dissero nulla. Ascoltarono Stefano e ascoltarono il dottore, e firmarono i fogli che venne loro chiesto di firmare.
“Normale protocollo” spiegò il medico, “bisogna autorizzare il trasferimento e l’eventuale operazione.”
Stefano tradusse. La donna firmò. Il giovane tacque. Il dottore sorrise e salutò. Disse “buona fortuna.”
Loro si avvicinarono alla stanza del ricoverato.
Da un vetro, nel silenzio della mattina che cominciava a languire, stettero ad osservare l’uomo. La faccia tumefatta a sbucare in un’eruzione di macchine e garze. Una gigantesca larva informe deposta da un dio malvagio in un nido di bip e tubicini.
Restarono per alcuni minuti così, avvolti in un’attesa sospesa, come incantati al cospetto di una risposta che si rifiutava di arrivare. Poi Stefano indietreggiò e fece per allontanarsi.
Quanto da qui Pisa?” sentì in quel momento la donna domandargli.

Ci andarono tutti e tre insieme con la macchina di Stefano. Arrivarono alle mura in venti minuti, e lui mostrò loro dov’era l’ospedale e dov’erano i parcheggi e dov’erano gli hotel e dov’erano i monumenti. E presi dalla fame dopo che da tempo erano precipitati in un silenzio che nessuno aveva più la forza di violare, si fermarono in un ristorante nei pressi della torre.
Dissero a Stefano di rimanere a far loro compagnia. Fu il figlio a chiederlo. Col tono basso e le labbra semichiuse, come se ogni cosa fosse stata già decisa e a nulla sarebbe valso rifiutare. Tirò fuori dalla tasca dei calzoni cento euro e glieli diede e lo pregò di accettarli, e gli spiegò che erano per il disturbo, e per la giornata di lavoro persa, e per l’autostrada, e per il viaggio di ritorno. E per chissà quante altre ragioni che in quel momento non ricordava. Gli domandò di sedersi, di tradurre il menu e mangiare con loro. Disse: “poi tornare insieme Forte dei Marmi.”
E lì si sedettero in silenzio. E in silenzio ascoltarono il menu. E dopo aver ordinato se ne stettero ad aspettare le portate senza guardarsi.
Osservavano la torre sentendosi vuoti e stanchi, e ognuno a proprio modo cominciò a domandarsi cosa avesse spinto gli uomini a lottare per tutti quei secoli per mantenerla in piedi.
Fissavano la torre e fissavano il cielo sgombro e la folla dei turisti che invadevano le strade come insetti sulla carcassa di un cadavere.
Finché il cibo venne posato sul tavolo e loro cominciarono a mangiare. E mangiarono senza più pensare. Mentre il sole si abbassava sulla piazza e i piccioni scomparivano in miraggi circolari oltre le ombre dei campanili.

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