Babylon Medley (I)

I cinesi hanno giubbotti e altezza differenti. Differenti occhiali. Diversa andatura. Soltanto gli stivali che portano ai piedi sono identici.
Lunghi residui di gomma laccati d’argento ad altezza ginocchio. E una cerniera minuscola a risalire lungo il polpaccio.
Si fanno avanti attraverso la vetrata dello Starbucks Coffee come se fossero appena sbarcati dalla versione cinematografica della Barbarella coreana. Il capo è uno spillo lungo e sproporzionato, troppo sottile per non essere notato. Una curvatura da ortogonale con gli zigomi sporgenti e la faccia scavata. Fessure che nascondono enormi pupille nere e labbra prominenti. Cammina davanti agli altri con la corona dell’impermeabile a divaricarsi in mille archi alle sue spalle e la rassicurante presenza dei suoi due compari a definirne i contorni.
Si siede su uno sgabello poco a lato del bancone senza degnare di uno sguardo i presenti.
È quello più basso a guardarsi attorno. Solleva gli occhiali dal viso tozzo e schiacciato scoprendo due enormi pagnotte di pelle butterata con voragini grosse come vulcani ancora attivi. Osserva la sala sorpreso dall’indifferenza generale, ma sforzandosi a sua volta di restare indifferente ripone gli occhiali sopra le fessure, in attesa di direttive.
E il terzo infine parla. Si rivolge al capo con fare titubante e finta aria da degno appartenente alla misconosciuta gang dei Dragoni Argentati e domanda cosa prende da bere.
Lo spillo lascia passare un istante. Lo fissa. Mastica zittito uno sbuffo scocciato e incomprensibile. Poi, come se non aspettasse altro dall’inizio della scena, recupera il ruolo che gli spetta e si alza dallo sgabello fermandosi di fronte alla cassiera.
La città fuori è un gigantesco crepitare di passi nella pioggia, con gli autobus a tirare lunghe frenate in prossimità degli incroci e un continuo accalcarsi di gente sui marciapiedi. Coriandoli di porta cannucce vuoti a gravitare nel vento e ristagni di carta a marcire dentro le pozzanghere. E quelle enormi torri monche che paiono avvoltoi appisolati in attesa di prendere il volo.
“Tre White Chocolate Mocha da asporto e un’aranciata” dice quello tutto d’un fiato e non aggiunge altro. Lascia cascare le monete sul bancone e torna a sedersi. E per un attimo l’impressione che dà è quella di aver appena pronunciato la formula segreta di un qualche incantesimo.
Dallo schermo appeso alla parete sull’altro lato del locale passano le immagini dell’ennesima conferenza stampa improvvisata, a giustificare l’ennesima modifica allo stato attuale delle cose. Ma le parole arrivano fino al centro della sala per poi incontrare le sonorità rimasterizzate dell’ultima per Elisa riadattata.
Il do con la pena, il sol con l’ordine, un si ad abbracciare il dubbio. È lì, al centro della stanza, su quell’invisibile no man’s land dove alle volte capita di ritrovarsi nella vita che tutto sembra rivelare il proprio ordine. Parole e note sulla stessa frequenza d’onde, in equilibrio sul medesimo varco percettivo.
La scritta sull’insegna posta appena sotto al bancone dice : CI SONO QUINDICI MANIERE PER SBARAZZARSI DELLA PROPRIA VITA SENZA FARE IL MINIMO RUMORE e, incontrandola, il cinese per la prima volta sorride. Sempre meglio del FATE DELLA VOSTRA VITA UN’INCREDIBILE OPPORTUNITÀ PER QUELLA DI QUALCUN’ALTRO che giganteggia all’entrata degli Uffici Relazioni Con La Società appena fuori dallo Startbucks.
Sempre meglio del GET RICH OR DIE TRYING poco lontano dalla Business Accademy di Queen Street.
O dell’ I WAS JUST THINKING OF YOU a due passi dalla chiesa dei Neo-Cristiani-Rinnovati di Downtown.
“I was just thinking of you”.
La scritta porta la firma di God. Dio.
Giusto per ricordarci che c’è qualcuno che sta realmente pensando a noi di tanto in tanto, da qualche parte, realmente, c’è. Anche se nessuno sembra essersene accorto.
Poi lo schianto arriva. O meglio, arriva il non-schianto.
Questo è ciò che arriva.
Una sorta d’onda invisibile che tutti hanno imparato a riconoscere da alcuni mesi a questa parte. La percezione di un improvviso spostamento d’ossigeno e molecole, come un’immensa bolla d’aria che non viene preceduta né seguita da alcuna sonorità.
O meglio: prima è il caos delle strade e dei caffè, un attimo dopo è il silenzio. Nel raggio di qualche chilometro, tutto tace.
La gente parla ma le parole non escono. I passi passano ma i rumori non restano. Le frenate frenano senza stridere, i clacson suonano senza suonare. E per quanto la televisione continui a restare accesa dall’altro lato della per Elisa rimasterizzata, nessuna nota, nessuna melodia, nessun pianoforte. Nulla.
La cassiera se ne sta ferma con i tre bicchieri di White Chocolate Mocha take away tra le mani e l’aranciata ghiacciata, e guarda il terzo cinese allungare le mani per prenderle.
Vede le labbra di quello dischiudersi a ringraziare senza che alcuna parola le arrivi alle orecchie. E tutti restano immobili, chi più chi meno, a fingere di continuare a fare quello che stavano facendo fino a qualche secondo prima. Come se nulla fosse. Tutti in attesa che accada.
Tutti in attesa di sentire quello che questa volta arriverà.
Caruso.
Un ‘o sole mio tremendo e stridente che nel raggio di un paio di chilometri quadrati risulta essere l’unico palpito di vita.
L’attimo degli attimi, scritta priva di significato, evento fatto d’interpretazione. Assenza di vocabolario, mistero, realtà, provocazione, attentato.
Chiamatelo come vi pare.
Presbiterio privo di prete. Libro senza prefazione.
O più semplicemente,
Caruso.
Poi riecco lo stridere dei freni, riecco il saltellare dei tacchi, l’urlare dei sordi e il picchettare della pioggia. Riecco per Elisa. Riecco la televisione e la voce dell’ennesimo delegato a delegare l’ennesima ricerca dei colpevoli.
“Li scoveremo ovunque si nascondano” dice.
Riecco la commessa che fa per consegnare le cannucce ai tre cinesi e quelli che se ne sono già andati. Ecco la vita che riprende. O forse, che mai si è interrotta.
E questo è quanto tanto per iniziare.
Cosa ne dite?

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