Giovedì sera da Giuseppino sotto il temporale

Erano seduti a un tavolino rettangolare da quattro – due su di un lato e il terzo sull’altro – indossavano pantaloni di cotone scuro e camicie a maniche corte bianche. Tenevano le giacche ammassate sulla spalliera delle panche, una sull’altra. “Dobbiamo liberarcene” stava dicendo il meno grasso. Erano tutti e tre obesi.
Avevano dita obese, colli obesi, polsi obesi, e sui polsi obesi portavano orologi in metallo dorato – o forse d’oro vero e proprio – che di tanto in tanto si rigiravano tra le dita.
“Non ce n’era bisogno se uno non faceva la cazzata”.
Il più grosso dei tre, che se ne stava affondato sulla panca dirimpetto agli altri due, lanciò un’occhiata di rimprovero al tipo che aveva appena parlato.
“Adesso la finisci” continuò il meno grasso.
“Neanche ho cominciato”.
“Chiudete quelle fogne voi due. Ne ho le palle piene di questa storia”.
Parlavano a voce bassa. Col mento incassato nel collo e la fronte piegata sul tavolo, e lo sguardo che girava attorno con indifferenza.
“Abbiamo ancora tempo. Non si sono ancora accorti di nulla, non della ragazza perlomeno…”
“Sembra facile” intervenne il tizio seduto di fianco a quello che aveva parlato per primo, “qui basta che uno fa la cazzata, e ce l’abbiamo nel culo tutti”.
“Appunto. Facciamo le cose insieme e non ci saranno problemi”.
Il ristorante era affollato. I tre sedevano a un tavolo d’angolo lontano dal resto della sala. Il tavolo era davanti al vetro che dava sulla strada. Fuori era buio. Pioveva. Sul marciapiede passavano coppie intirizzite sotto ombrelli piegati dal vento. L’acqua cadeva dal bordo della tenda del ristorante in diagonale. La scritta sopra la tenda diceva “Trattoria da Giuseppino”.
“Allora ripercorriamo l’intera faccenda” disse l’obeso più grasso. “Nessuno l’ha vista, giusto?”
“Non credo”.
“Non credo o sei sicuro?”
“Sono sicuro, ma non si sa mai”.
“Capisci?” Intervenne l’altro. “Come si fa a stare tranquilli?”
Arrivarono gli spaghetti allo scoglio. Il cameriere li posò a centro tavola e se ne andò, e andandosene disse buon appetito. Loro studiarono il vassoio per un istante che parve non finire mai, poi cominciarono a servirsi.
Fecero porzioni abbondanti. Ripulirono il vassoio e riempirono i piatti all’inverosimile. E concedendosi una pausa dalla loro discussione si misero a mangiare.

La ragazza non avrebbe dovuto trovarsi dove si trovava, questo era il punto.
Se non si fosse trovata dove si era trovata non avrebbe visto quello che aveva visto. Se non avesse visto quello che aveva visto, non sarebbe successo quello che era successo.
L’obeso più grasso aveva ripetuto questo ritornello fino alla nausea. La colpa non era loro. La colpa era della puttana.
“Non chiamarla puttana” gli aveva risposto più di dodici ore prima l’obeso meno grasso, mentre ancora si districava lungo il corridoio sul retro della discoteca, “non è una puttana ok?”
“E tu cosa ne sai?”
Il tipo si era fermato. Era sudato, teneva tra le mani una caviglia della donna. “Ho detto che non è una puttana”.
“Era. Adesso non c’è più” aveva mormorato il terzo tizio, spostandosi lateralmente con l’altra caviglia stretta nelle dita.
“Non era una puttana, bene, siamo tutti d’accordo allora. Qualcuno almeno sa il suo nome?”
“E’ arrivata ieri con le nuove, come si fa a sapere il suo nome? E comunque puttana o meno adesso è morta”.
“Quello che è successo è successo” aveva ripreso il più obeso dei tre, muovendosi a fatica e ansimando, “e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo solo toglierci dalle palle e farlo in fretta”. Si muoveva all’indietro, nella penombra, tenendola stretta sotto le ascelle. “Cristo di un dio, non ce la fate a sollevare le gambe più in alto? Sta strusciando col culo dappertutto”.
“Siamo degli assassini” aveva ripreso il meno grasso.
“Non siamo degli assassini, toglitelo dalla testa. Non ci pensare nemmeno. Concentrati su quello che stai facendo maledizione. E’ stato un incidente”.
Eccoli, tre buttafuori obesi a trascinare il cadavere di una ragazza lungo il corridoio di una discoteca.

Il piano era alleggerire le casse del capo. Ed era un piano facile.
Il capo era il proprietario della discoteca in cui lavoravano e di un’infinità d’altre cose di cui solo lui era a conoscenza. Molte delle sue ‘entrate’ erano costituite da contanti che dovevano essere spesi in fretta. Altre da contanti che si accumulavano nella cassaforte dell’ufficio e che poi sparivano a settimane di distanza. Altre ancora da contanti di cui nessuno sapeva niente. Il capo non c’era mai. Aveva una nuova fidanzata. Stava girando il mediterraneo sul suo nuovo yacht.
Questa valanga di soldi arrivava in discoteca ogni giovedì mattina dentro una borsa di pelle scura. Succedeva che qualcuno proveniente da chissà dove lasciava la borsa sotto la scrivania dell’ufficio. Soldi da far sparire. Soldi da distribuire, da suddividere, da frazionare. Soldi da utilizzare per stipendi e spese varie. Soldi che negli ultimi tempi erano divenuti sempre più spesso materia di litigio tra i gestori della discoteca.

I due gestori non andavano d’accordo, e qui stava il cuore del piano. Il capo programmava già da tempo di liberarsene. Lo sapevano gli animatori, lo sapevano i camerieri, i buttafuori, i fornitori. Lo sapevano le bariste, i lavapiatti, le ballerine, i giardinieri e le donne delle delle pulizie. Questione di poche settimane e sarebbero stati cacciati a pedate tutti e due.
Ma intanto i soldi continuavano ad arrivare.
Sottrarre la borsa, tutto qua. Poi i buttafuori si sarebbero parati le spalle a vicenda, i gestori si sarebbero scannati l’un l’altro, il capo avrebbe perso le staffe. Qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. “Facile come una pisciata da seduti” aveva detto il più obeso dei tre.

La borsa veniva lasciata sotto la scrivania dell’ufficio alle sei in punto, e nessuno si recava nella discoteca fino all’ora di pranzo. I buttafuori sapevano – loro come altri – dov’era nascosta la chiave dell’entrata, e conoscevano il codice dell’allarme. Ma sapevano anche che chiunque con un minimo d’iniziativa avrebbe potuto procurarsi le medesime informazioni.
Il primo problema l’avevano incontrato al momento di trovare la chiave: il nascondiglio era diverso da quello che si ricordavano.
Poi avevano sbagliato a digitare il codice dell’allarme.
Infine erano entrati in due, mentre il terzo – il meno grasso – era rimasto in macchina a controllare la strada.
Ma si era distratto.
Il tempo di piegarsi a cercare l’accendino finito sotto il sedile e non si era accorto della ragazza comparsa sul lato opposto del marciapiede.
La ragazza era nuova. Era sola. Era straniera. Non era stata avvertita di non doversi recare in discoteca prima dell’ora di pranzo.
Quando il tizio si era nuovamente sollevato, aveva fatto appena in tempo a vederla mentre entrava dalla porta sul retro. Era uscito dalla macchina e aveva attraversato la strada, e guardandosi attorno era entrato a sua volta in discoteca, proprio nell’istante in cui gli altri due se la ritrovavano davanti e le saltavano addosso.
Si era a sua volta gettato sul gruppo. C’era stata una collutazione. Erano volate grida. Qualcuno aveva usato troppo le mani.
La ragazza era rimasta a terra.

Finiti gli spaghetti arrivarono tre porzioni di gamberetti e calamari al forno. Sgabei ripieni, patate fritte, verdure grigliate e due bottiglie di acqua minerale.
I due seduti l’uno di fianco all’altro mangiavano tenendosi il tovagliolo stretto intorno al collo e sollevandolo di tanto in tanto per ripulirsi le labbra. Continuavano a parlare a fronte bassa e sottovoce.
“Magari stava già male e non lo sapeva”.
“Stava bene. Con un corpo del genere vuol dire che stai bene”.
“Dovevamo rubare dei soldi, non uccidere una persona”.
Il più obeso ascoltava.
Poi smise di mangiare, si passò il tovagliolo sulla bocca e controllò l’orologio. “Adesso vi spiego come stanno le cose” disse, “a tutti e due”.
Si servì un bicchiere d’acqua e mormorò “ogni giorno nel mondo la gente nasce e la gente muore, non sta a noi giudicarne le ragioni, è così e basta. Chissà quanti colli avete già spezzato e neanche lo sapete. Il punto è che non volevamo fare del male alla ragazza, questa è l’unica grande verità. Però è successo. Le cose accadono. Sono accadute a lei, accadono a noi. Accadono allo stronzo che ci ha servito o alla coppia che sta cenando là in fondo. Tutto dipende da dove ci troviamo nel momento in cui queste cose accadono. La ragazza non doveva trovarsi là. Si è fatta male. È morta. Fine della storia. Quello che dobbiamo fare noi adesso è seppellirla da qualche parte e sperare che nessuno la trova. E questo è quanto”.
I due dirimpetto a lui non dissero niente.
Con un gesto della mano l’obeso che aveva appena finito di parlare ordinò il conto e tre caffé. “In fondo questo casino potrebbe anche farci comodo” riprese poi, “pensateci: la ragazza era nuova. Adesso è scomparsa e insieme a lei è sparita anche una borsa piena di soldi. Uno più uno fa due se non sbaglio. Il resto non sono fatti nostri. Noi” disse, “ci atteniamo ai piani. Semmai resterà da capire come ha fatto a sapere della borsa e a entrare in discoteca. Ma anche questo non ci riguarda. Che se la vedano i due cretini e il capo”.
Pochi minuti dopo si alzarono e andarono a pagare. E pagando scambiarono due chiacchiere col proprietario della trattoria. Potevi vederlo da come discutevano che si conoscevano.
Io mi alzai un momento dopo averli visti uscire. Lasciai la mia compagna al tavolino col caffè ancora fumante tra le dita e andai a saldare il nostro conto.
“I tre tizi seduti al tavolo d’angolo” dissi non appena fui di fronte alla cassa, “quelli che se ne sono andati…”
“Sì”, disse il proprietario.
“Sono facce familiari, mi domandavo se lavorano in qualche discoteca della zona. Sono sicuro di averli già visti da qualche parte…”
“Sono autisti d’autobus” mi rispose, “vengono sempre a cenare qui prima di cominciare il turno di notte”.
Annuii. Pagai. Ringraziai. Feci i complimenti allo chef. “Tutto ottimo” dissi.
E una volta al tavolo mi sedetti di nuovo davanti alla mia compagna e le sussurrai “autisti d’autobus”.
Lei trattenne a stento una risata.
Durante la cena, un’infinità di minuti prima, mi aveva sorpreso a fissare qualcosa alle sue spalle. “Bé? Che c’è?”
“Sto pensando a una storia” le avevo risposto.
Aveva sorriso, si era girata e si era accorta anche lei dei tre tizi al tavolo d’angolo. “Quindi?” mi aveva chiesto, voltandosi nuovamente verso di me.
“Quindi ancora non so, non ne sono sicuro”.
Mi aveva guardato. Aveva gli occhi vivi. Amavamo farlo. Amavamo andare a cena fuori nelle notti di tempesta, a vedere il mondo che si ostinava a non voler smettere di girare.
“Cosa ne dici?” le avevo chiesto. Aveva questa sua dolcezza, questa sua bellezza tutta candore e sensualità a scivolarle sulle pupille ogni volta che condividevamo il pensiero di una storia.
“Dico che sembrano tre che hanno appena fatto qualcosa di losco”.

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