Babylon Medley (II)

La prima differenza che risalta alla vista nell’osservazione delle cose sono gli occhi. A seguire la forma del viso. In un successivo momento quella dei corpi.
La verità però è un’altra.
Sono i capelli a disegnare in maniera più decisiva il confine.
Morbidi spilli. Fragili alla vista ma forti al tatto. L’opposto di quelli di un’occidentale.
L’opposto dei capelli di una qualsiasi bianca o nera o rossa o rosata o nocciola di questo pianeta: all’apparenza resistenti, di fatto fragili.
A questo sta pensando il terzo cinese mentre attraversa la strada. Sta tornando a casa. Un bilocale completo di bagno e cucina, in cui vive col fratello, la madre, la sorella, il cognato e il fratellino. Un orgoglioso modello della nuova edilizia popolare. Completo di ogni comfort. Microincapsulato nello spazio di cinquanta luridi metriquadri. Che poi altro non è che la dimensione ideale per il nuovo standard di single-multipadre-multimadre del secolo a venire. I capelli di una cinese sono così sottili, sono così fini, che è difficile capire come facciano a non volare via ogni volta che tira un pò di vento. Ma quando provi ad afferrarli, quando provi a tirarli quei capelli, devi staccare via la testa intera se ne desideri un ciuffo come souvenir.
Ecco perché il tipo preferisce le occidentali.
Perché è semplice strappare il capello di una puttana occidentale dopo averla scopata. Più complicato estrarre un paio di forbici e prendersi la briga di tagliarglieli.
Il cinese gira l’angolo e continua a scendere lungo la strada, tra muri alti e umidi, sul retro di una serie di palazzi in mattoncini marroni. Caseggiati d’inizio secolo lasciati ad agonizzare in attesa della prossima speculazione edilizia mascherata da rivalutazione del territorio demaniale.
Passa davanti al baracchino del FAST-SUSHI TAKE AWAY e saluta con un cenno della testa il polacco che rivende libri usati lì di fianco.
Polacchi, pensa. Un popolo ai più incomprensibile. Terra di passaggio che in fondo a nessuno è mai interessata più di tanto, la Polonia.
Trovi polacchi a lavorare nelle cucine dei ristornati italiani ma mai una volta che ne incontri qualcuno che ne sia proprietario. Rivendite di libri usati, cianfrusaglie di seconda mano, qualche internet point, “eccole qua le tipiche attività polacche” pensa.
Apre il portone d’ingresso del palazzo in cui vive e ripone la tessera magnetica nella tasca dell’impermiabile, e così facendo “polacchi” ripete tra i denti malati. E sputa a lato dell’ingresso.
Tutto quello che questo cinese dagli stivali argentati sa, – tutto quello che crede di sapere – tutta la sua neanche troppo elaborata visione del mondo e delle cose, altro non sono che il retaggio di quanto letto su un libricino trovato una sera di fronte a casa. Un tascabile mezzo sudicio raccolto dal marciapiede soltanto perchè recava in copertina la foto di una bellezza bionda nella vetrina di qualche capitale europea.
Sul libro invece c’era scritto che i polacchi – come gli ebrei – cercano da sempre una propria identità, che gli eschimesi offrono le proprie mogli agli ospiti che hanno in casa, e che la pizza è – insieme agli spaghetti, alla mafia e al mandolino – la caratteristica più saliente del popolo italiano. C’era scritto che i cinesi (dato il loro ritmo di crescita e di sviluppo) sono destinati alla conquista del mondo.
Una sorta di vademecum per ignoranti, un’enciclica di luoghi comuni, un’enciclopedia della più bieca ovvietà. Raccolta in ordine alfabetico per voci e argomenti, con un incipit d’alto livello che così recitava:
BREVE STORIA DELL’UMANITà. USI, COSTUMI, PROSPETTIVE FUTURE.
Dove, con “prospettive future”, l’anonimo redattore intendeva racchiudere ogni tipo di informazione che potesse risultare di vitale importanza per la ricostruzione della vita terrestre agli occhi di eventuali studiosi non identificati. Alieni, probabilmente. I nuovi inquilini di un pianeta la cui specie vivente principale si era estinta per cause ignote.
Ecco. Tutto ciò che questo cinese d’altezza e corporatura media sa sul mondo che lo circonda, lo sa perchè invece di comportarsi come ha sempre fatto con qualsiasi cosa contenesse più di una pagina di parole – ovvero gettarla nel cestino e dimenticarla per il resto dei suoi giorni – ha deciso di raccogliere quel libro e conservarlo. Come se fosse un segno del destino. Il primo passo verso la sua personale conquista del potere.
Quello che ha deciso di fare, allora, è stato di leggerne una pagina al giorno. Ogni giorno. Giorno dopo giorno. Fino a dimostrare ai suoi due compari di saperne una più del diavolo.
Ed ecco i capelli allora. Ecco che sul libro trova scritto che nei capelli delle persone è racchiusa tutta intera la loro vita. Tutto quello che vorreste sapere su una persona sta racchiuso dentro il suo capello, in un “linguaggio” che soltanto certi individui, certi medici, certi specialisti, sono in grado di leggere.
Ennesima ovvietà. Ma non è questo il punto.
Il punto è che siccome questo cinese che adesso è appena uscito dall’ascensore e sta camminando nel corridoio ha sempre pensato che l’odore dei capelli delle puttane recasse in sè qualcosa di segreto, quel libro è divenuto all’istante la sua bibbia personale, il suo Privato Vangelo, l’albero maestro all’ombra del quale riposare la sera prima di addormentarsi. E in un mondo in cui le certezze sono migranti che oggi ci sono e domani chissà, quella piccola bibbia di sapere tascabile e a buon mercato è divenuta d’un tratto la sua guida spirituale.
“Peggio per il tizio che l’ha perduto” pensa il cinese, senza neppure valutare per un istante che forse quel libro non è stato affatto perduto. Forse qualcuno l’ha messo lì apposta perchè qualcun’altro tipo lui lo raccogliesse.
Non si può mai sapere dove il caso e il destino mostrino lo stesso volto.
“Dove sei stato per tutto il pomeriggio?” gli urla suo cugino non appena lo vede mettere piede in casa. Odore di pesce fritto e vestiti per terra, calzini e mutande sparsi ovunque, questo è il concetto di ordine in una casa cinese. Piatti da lavare ammassati in un angolo. “Hanno telefonato dal lavoro dicendo che anche oggi non ti sei presentato” dice il cugino. Pavimento da pulire e pentole perennamente incrostate di riso. “È andata tua sorella a sostituirti” dice. “Di nuovo, come sempre. Cosa diavolo c’hai in quella testa bacata?”
Ma il cinese non risponde.
Pensa fanculo. Spellare galline in un capannone di merda insieme ad altri zombi senza permesso di soggiorno. Schiavi, schifosi e silenziosi. Vacci tu a lavorare. Tu o qualcun altro come te.
Suo cugino è seduto tra la biancheria e la spazzatura, ha una ciotola di brodo in una mano e il telecomando nell’altra.
“Hai visto?” Dice recuperando un tono di normalità. “è successo un’altra volta.”
E gli mostra le immagini in televisione.

Quando la casualità diviene destino succedono cose che acquistano un senso solo nell’arco di molto tempo. A posteriori.
Come certe scritte. Come certi incontri. Come certi pensieri.
Come certi dettagli che alla fine segnano l’unica differenza in ogni quadro più generale che aspiri ad essere definito tale.
Come certi messaggi.
CI SONO QUINDICI MANIERE PER SBARAZZARSI DELLA PROPRIA VITA SENZA FARE IL MINIMO RUMORE, ad esempio.
La seconda è all’apparenza la più ovvia.
Trattasi di lenta, e continua, e silenziosa e progressiva deriva dalle persone che ci stanno attorno, e dai sentimenti a queste connessi. Anonimo scivolare verso l’oblio.
Si comincia interrompendo le telefonate ai conoscenti.
Si continua sostituendo all’alimentari sotto casa il confortante anonimato di un qualche Centro Commerciale. In periferia.
Si conclude evitando ogni altra attività che non sia la pratica quotidiana della visione televisiva. Si diviene fantasmi.
Il resto poi viene da sè.
Lentamente le chiamate si diradano, gli incontri si riducono, la casualità diviene una piccola riserva circoscritta nel regno del proprio quieto determinismo. Si diviene divinità di se stessi. Padroni indiscussi della propria vita.
E quindi, della propria morte.
Liberi di sbarazzarsi del pensiero di entrambe le cose senza fare il minimo rumore – un trafiletto nei necrologi a fondo pagina che nessuno andrà mai a controllare, un nome sul quale qualcun’altro inciamperà per una manciata d’anni ancora e poi più niente.
Se non fosse che come in ogni teorema che si rispetti sono i corollari a verificarne appieno l’efficacia.
Poniamo dunque che voi non viviate soli. Poniamo che abitiate in un loculo di due stanze insieme ad una dolce nonnina di novantaquattro anni. E poniamo che questa nonnina sia talmente rincitrullita da non poter badare a se stessa in una vostra eventuale e prolungata assenza. Poniamo anche che questa povera vecchietta sia l’ultimo elemento di contatto a ricordarvi dell’esistenza di una famiglia. L’ultima e unica prova vivente del vostro essere appartenuti, in un qualche tempo e modo, ad un qualche nucleo familiare.
La dimostrazione vivente del vostro esserci.
E poniamo che questa dolce vecchietta, o per meglio dire questa palla al piede, se ne stia tutto il giorno seduta su una poltroncina, a masticare tabacco davanti alla finestra.
Quello che potreste fare voi, in base al corollario della seconda legge, sarebbe sbarazzarvi della sopracitata nonnina. Eliminarla utilizzando una tra le diverse varianti dell’omicidio: avvelenamento, incidente, soffocamento, seguiti da anonima sepoltura nelle campagne fuori città. In gergo, sbarazzarsi del cadavere. Niente di più normale in una megalopoli soffocata da milioni di corpi.
Ma se voi siete quella curvatura da ortogonale gognometrica che appena cinque minuti prima stava camminando lungo Queen Street col suo duo di scagnozzi al seguito, se dietro a quella vostra aria da guerriero urbano nascondete un cuore buono e una sincera avversione all’omicidio, allora vi apparirà chiaro che la seconda delle quindici maniere per sbarazzarvi della vostra vita senza fare il minimo rumore non faccia al caso vostro.
Quello che volete fare voi è sbarazzarvi della vostra esistenza senza per questo dovervi sbarazzare anche dell’esistenza delle persone attorno a voi. E nel farlo, volete evitare che qualcuno possa vedervi nella situazione in cui vi trovate in questo momento, con due ciabatte consumate ai piedi a ripulire una dentiera nel lavandino del cucinotto, con un materasso in un angolo e un divano letto aperto nell’altro. E neanche uno schifo di televisore in cui poter osservare i volti della gente all’angolo tra Queen e Victoria Street. Tutte quelle facce smarrite, che fingono di non aver sentito il silenzio. E poi Caruso che tutto a un tratto comincia a cantare.
Quello a cui state pensando è che se qualcuno tra i vostri due compari vi vedesse in questo momento, ogni progettualità andrebbe a farsi fottere.
Va bene sbarazzarsi della propria esistenza, state pensando, ma occorre farlo con stile. Chissà poi perché.
Il cartello fuori dalla finestra dice EVEN IF YOU DON’T BELIVE IN ME I BELIVE IN YOU. E il cinese, incontrandolo, abbassa la testa sulla dentiera.
Strano, pensare che qualcuno creda in chi combatte gli avvoltoi appollaiati sulla strada, i cosiddetti grattacielo. Mentre in realtà lui sta solamente cercando la soluzione migliore per sbarazzarsi di se stesso.
“Se non sarà la seconda maniera,” pensa questo cinese spilungone in boxer e ciabatte, “potrebbe pur sempre essere la terza.” E quello che fa è sorridere. “O magari la quarta.”
E così pensando, volta la schiena a nonna e finestra, e si rimette a raschiare la dentiera dentro il lavandino.

Con le cosce aperte sulla tazza di un cesso e una faccia da imbecille stampata sul volto, invece, il cinese tozzo e butterato non sta pensando assolutamente a niente.
Una nebulosa priva di concetti ristagna da sempre nella sua testa.
Si guarda gli stivali argentati con un misto di orgoglio a zampettargli sulle palpebre, e intanto cerca di liberarsi del kebab al chilli mangiato quasi mezz’ora prima. – Un’impresa che necessita di una buona dose di impegno e seria concentrazione, considerando le sue capacità fisico-mentali.
Viste al microscopio le sue guance sembrano la superficie di Marte.
Ha le gambe completamente ricoperte di peli. Cosa inusuale per un cinese.
Ha due fessure incavate al posto degli occhi.
Ha i capelli unti.
Riesce a liberarsi di buona parte del Kebab in un colpo solo e si riaccascia su se stesso in attesa di un nuovo tentativo. Rosso e tozzo come una gigantesca zucca di Halloween. E con rigagnoli di sudore a calargli lungo le tempie.
Questa storia delle ‘bolle di silenzio’ lui non l’ha ancora capita. L’unica cosa che davvero gli interessa è sapere che presto avrà soldi a sufficienza per comprarsi un paio di stivali nuovi. E dato che quelli che indossa sono talmente consumati che la suola di entrambi ha già cominciato a scollarsi da sotto il tallone, l’idea di averne un paio nuovi è quanto di meglio possa desiderare in questo momento. Potrà smetterla di preoccuparsi ogni volta d’inciampare mentre cammina, tanto per cominciare – ovvio, dovrà prima chiedere il permesso al capo. Non si pensasse in giro che vuole mancare di rispetto nei confronti degli altri. Non sia mai detto. Niente di più lontano dalle sue intenzioni. Soprattutto non nei riguardi dello spilungone. Non fosse stato per lo spilungone non avrebbero mai e poi mai trovato il lavoretto delle scatole del silenzio. Questa maniera facile facile per tirare sù una montagna di soldi e divertirsi, pure… –
E chissà che con un paio di stivali nuovi possa anche riuscire a trovarsi una donna. Qualcuna con cui poter andare a mangiare fuori insieme, e cose del genere. Che cucini e faccia i letti. Che lavi e che stiri. E che gli massaggi i piedi quando guarda la televisione. Certo, che faccia pure i pompini, come no.
Ecco quello su cui sta ragionando il terzo cinese, seduto sulla tazza del cesso, in attesa che l’ultima parte del Kebab vada a raggiungere la precedente nelle fognature della città.
E mentre l’immagine del pompino si fa largo nella sua testa tra una strizzatina di chiappe e l’altra, si rende conto che nell’attesa potrebbe pur sempre lavorare un pò di fantasia, ingannare il tempo, portarsi avanti col lavoro.
“In fin dei conti” pensa, “oggi è soltanto la seconda volta che mi masturbo.” Niente a che vedere col record di diciannove del suo diciottesimo compleanno.
E poco dopo è di nuovo lungo lo scarico che l’acqua scende a raggiungere i resti del Kebab. Un’altra dose di componenti organiche che in una maniera o nell’altra saranno nuovamente messe in circolazione.
Un’altra massa solido-liquida che finirà dispersa da qualche parte in mezzo al mare.
Fuori la luce del sole è scesa da tempo sotto la linea dell’orizzonte.
L’oceano ruggisce in lontananza.
Il cinese si alza e si riallaccia a fatica i calzoni, va in soggiorno, accende la televisione. E prendendo dal frigorifero una confezione già aperta di succo d’arancia si mette a guardare il telegiornale

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