TOTEM

ALCUNI FRAMMENTI (IN ORDINE CASUALE e RIVISITATI) TRATTI DAL ROMANZO/ALLUCINAZIONE/FLUSSO DI COSCIENZA TOTEM (Edizioni Clandestine, 2003)

(Frammento 1)

 

A centinaia di chilometri da qui c’è un verso che tutti riconoscono. È il verso giusto delle cose, quello.
Si specchia in contorni dorati tra mani che applaudono e dita che indicano, e mostra sempre dritto e rovescio, non per evidenza, ma per spirito di ubiquità. Ama confondersi chiarendo, quel verso, giudicare valutando, e si ciba di scarti che altrove nessuno prenderebbe neppure in considerazione.
A centinaia di chilometri da qui la gente gira con carte plastificate alla mano, comunica per immagini, vedendo ossidare la propria esistenza nel comfort conciliante di ciò che è già stato predisposto per loro. Là il sole è una palla muta e scientifica che brilla di certezze matematiche, qui l’occhio benevolo di un Dio del quale oramai nessuno parla più. Non c’è stanza verde né brivido d’instabilità, in quel verso. Niente ruggiti né naturali oscillazioni, e le amache sono letti sterili e orizzontali, i respiri chiocce senza casa, le movenze atti privi di musica. A centinaia di chilometri da qui un uomo che cammina non è niente di diverso dal gesto che compie.
La differenza si costruisce su piccole questioni. Le parole, per esempio. Là usate da artisti che modellano senza penetrare, virtuosi della manipolazione, danzatori astratti privi di sudore, qui appese come lenzuola fuori dai balconi, strappate agli interni a urlare verità, come grida oscene che deformano simmetrie consolidate.
Prendete il Predicatore. È tutta la mattina che ondeggia con impareggiabile maestria lungo i vicoli delle case “Stendete i vostri panni dalle facciate delle chiese!” sta gridando “Che si apra uno spiraglio in questa dolente fissità” e guarda il prete rantolare nell’attesa “Che c’è, non le mostri le tue lenzuola tu?” gli dice.
Prendetelo, lo spacciatore di parole, se ci riuscite, e domandategli cosa ne sa lui di quelle lenzuola, chiedetegli del carico di storia che ci sta dentro. E dei baratti. E delle condanne. E dei patti. E della corruzione. Chiedetegli di quelle parole che grondano sangue con la stessa immanenza con cui si sono innalzate le chiese. Chiedeteglielo. Vi risponderà che la Storia è uno specchio che riflette se stesso. Capite? Non si ripete, la Storia.
La Storia andrà guardandosi invecchiare giorno dopo giorno ma non maturerà.
Non lo vedete come passa lungo le case gridando “Voglio vedere le lenzuola in cui ha dormito Dio stanotte!” e striscia lungo i muri e sussurra alle femmine già umide che l’odore dei loro corpi e il nettare della sua anima.
Vi sembra un uomo che cammina, questo?

(Frammento 2)

Quando Johnni era ancora un ragazzino suo padre l’aveva portato sull’orlo della terra, dove l’acqua segna i margini del suo territorio e se si vuole proseguire nel cammino occorre togliersi le scarpe e cominciare a nuotare.
Gli aveva detto che il mondo è fatto di confini, sparsi dappertutto, alcuni più evidenti, altri meno. Altri ancora sono confini invisibili. “Difficili da individuare e pericolosi” aveva detto. “Un giorno te li troverai davanti e dovrai ricordarti di questo momento.”
Poi gli aveva mostrato il mare da una parte e la terra dall’altra e gli aveva detto che lui si trovava esattamente sulla linea di demarcazione di uno di quei confini. Confine semplice. Evidente. Impossibile da non riconoscere.
“Il mondo è fatto di confini” aveva ripetuto “ma nessuno di essi è invalicabile.”
Aveva detto che i confini non sono limiti, ma semplici righe di divisione, terre di passaggio, cicatrici che alle volte legano il passato al futuro. “Se cerchi dei limiti” aveva detto “li devi cercare lì dentro.” E gli aveva schiacciato l’indice sulla fronte. “Ma ricorda: se ti poni dei limiti, alla fine essi ti limiteranno.”
Così si erano tolti i vestiti e avevano fatto un lungo bagno in un’acqua morbida e incrostata di odori. E Johnni aveva capito che per attraversare alcune di quelle linee di demarcazione bisognava sapersi spogliare. Cambiare. Scivolare da un mondo dentro un altro, e saper trattenere bene il respiro, se si vuole scendere giù in profondità.
“I guerrieri prima di andare in battaglia erano soliti togliersi gli abiti di sempre e dipingersi il volto” gli avrebbe detto Lopez anni dopo quel bagno. E Johnni avrebbe ripensato alle parole di suo padre, come se fossero state messe lì apposta affinché qualcuno se ne ricordasse.
“Ci sono persone che passano un’intera vita su una di quelle linee” aveva detto suo padre dall’acqua. “Persone che si rifiutano di attraversarle. Tua madre era una di quelle persone. Lo è ancora.” E gli aveva detto che occorreva tenesse bene a mente una cosa. “Come stai?” aveva domandato.
Quello che sentiva Johnni era una sensazione di piena completezza, come essere a nuotare su una nuvola. “Mi piacerebbe rimanere così per sempre. Vivere la mia vita in un posto così.”
Suo padre lo aveva cercato con le mani prendendogli il volto tra le dita, e accarezzandogli il contorno degli occhi coi polpastrelli gli aveva detto una cosa semplice.
“Occorre che tu tenga bene a mente questa cosa” aveva detto. “Che se tu non avessi superato quella linea ora saresti ancora là, su quella riva.” E prima di rialzarsi avviandosi a tentoni fuori dall’acqua aveva aggiunto: “ma che non è mai troppo tardi per tornare indietro attraverso quella stessa linea.”
Poi si era messo a cercare l’asciugamano sulla riva tastando a caso sulla sabbia e Johnni era dovuto uscire dall’acqua per aiutarlo. Erano rimasti avviluppati in un bozzolo umido di fronte al distillarsi silenzioso della sera e suo padre glielo aveva chiesto.
Glielo aveva domandato.
“Cosa vedi?” aveva chiesto.

(Frammento 3)

 

Se dal vaso di Pandora una volta uscite tutte le cose non rimaneva altro che la speranza accucciata sul fondo, quando entri da Paul dice Duna “La speranza è la prima delle cose che escono.”
Sta seduta a tagliare fette d’ananas su una stuoia stesa per terra con ghirlande di fiori a ingentilirle i capelli.
“Chi te ne ha parlato?”
Paul è un tizio sulla cinquantina che non ha mai toccato una tavola da surf in vita sua. E se vivi su un’isola in cui o fai surf o fai soldi o più semplicemente ti nascondi al mondo, e delle prime due non ne hai risolta una, allora l’ultima che ti rimane è la terza.
“Paul è uno che si nasconde al mondo” dice Duna e non bisogna certo essere dei cervelli decorati per capire che uno che a cinquant’anni si nasconde al mondo in realtà è a se stesso che si sta nascondendo. Paul ha un locale scalcinato ed enorme su un promontorio appena sopra il villaggio. Paul ha mani in pasta ovunque. Ma tasche bucate che non trattengono nulla. Sempre senza un quattrino a fare debiti in giro.
“Paul ha cinquant’anni e si nasconde al mondo” sentenzia Duna. “Davvero hai intenzione di andarci?”

(Frammento 4)

 

All’uscita Zoe è un’ombra che fuma appoggiata alla sagoma dell’auto, scivolata fuori dal suo bagno notturno come una venere cacciatrice che torna sulla terra. Ha un asciugamano posato sulle spalle e capelli bagnati che le ricadono lungo la schiena.
Johnni e Lopez emergono dalla fessura sottostante e le si fanno incontro, avanzando tentoni nel buio, mossi dal solo richiamo della musica che cola dai finestrini dell’auto.
Vedono la luce della sigaretta e raggiungono calmi la macchina.
“Prepara una canna, Zoe” dice Lopez appena arriva “per cortesia.” Posa la tavola sul tetto ed estrae l’asciugamano dal sedile posteriore dell’auto passandolo a Johnni.
“Dove hai imparato a surfare così bene?” gli domanda.
Johnni si asciuga e gli restituisce il telo.
“Qua e là” dice “in nessun posto in particolare. Sono nato in un luogo dove il mare è soltanto lo sfondo di qualche cartolina che di tanto in tanto qualcuno ti spedisce a casa. A centinaia di chilometri dal più vicino break. In effetti non lo so neanch’io come tutto è cominciato.”
Forse la tv. “Il cinema, forse” dice. Forse quelle riviste che alle volte ti capita di ritrovarti tra le mani. Con quelle donne bellissime che ammiccano in bikini. Probabilmente quelle storie che ti capita di vedere il pomeriggio d’inverno in videocassetta mentre fuori la nebbia ha inglobato la realtà ed è facile cullarsi nelle alternative. Forse.
Lopez posa il telo e prende la canna che Zoe gli sta passando.
“Tutti guardano la tv” dice. “È capitato a tutti di vedere qualche film. Ma non tutti fanno surf. Specialmente se non sono nati nelle vicinanze del mare.” Accende il fiammifero e dà un paio di tiri. “Dammi retta Johnni” dice “le cose bisogna avercele dentro. Si nasce e ce le abbiamo già con noi, così” schiocca le dita.
“Per cui non è una questione di mode o di religioni o d’educazione o di senso della sfida o di cosa ne so io. Certe febbri durano tutta intera una vita. I fiumi sfociano nel mare, hanno impiegato millenni a scavarsi la loro strada ma alla fine è là che vanno a sfociare. È così per loro ed è così per noi. È tutta una questione di ritmo.”
Gli passa la canna accesa guardandolo con discreta curiosità.
“Tutto sta nel volerlo seguire” dice.
Risalgono sull’auto dopo aver legato le tavole sul tetto. Lopez dice che il clima sta cambiando, migliaia di cervi da qualche parte stanno sollevando il muso nell’aria ad annusare un odore che non riconoscono più, le balene che abitavano gli oceani, oh, un tempo, erano milioni, dice. Pensa a quelle milioni di balene che vivevano nel mare.
“Doveva essere uno spettacolo vederle nuotare in gruppi sterminati, branchi distesi come fiumane di bufali dalle pelli lucenti e profumate.” L’odore di balena è qualcosa d’inconfondibile, come il canto di un cigno.
Johnni non ha bisogno di chiederglielo per sapere che Lopez in realtà non ha mai sentito cantare un cigno in vita sua.
Certe cose ce le hai già dentro, dice. Le sai da sempre.
“Le maree stanno cambiando, le correnti si stanno invertendo” miliardi di astri si muovono in un caos imperfetto che nessuno può decifrare. “Sai perché ad Alibabà si nascondevano i pirati? Perché la baia era quieta come uno stagno. Non spaccavano onde ad Alibabà, un tempo.” Fiorivano i commerci, brulicavano pietre preziose e donne di dubbia moralità. Ex primogenite di nobile famiglia rapite durante saccheggi di inumana crudeltà. La gente era abituata allo scorrere del sangue. La violenza era dichiarata. Facile da riconoscere la bontà. I primi abitanti dell’isola furono i pirati.
I miei avi, dice con una punta d’orgoglio negli occhi.
L’auto saltella sullo sterrato come una lucciola gigantesca che vola nella notte verso i grandi alveari luminosi, sull’altro lato della costa. Una scia di fumo continua a uscire dai finestrini disperdendosi nell’aria.
“Arrivavano che erano caste, le donne, e dopo un mese erano diventate puttane docili e premurose. Avevano dimenticato tutto del mondo da cui provenivano. La gente qui è cresciuta così, da incroci di pirati con femmine che si scoprivano puttane” ride.
“Perché non la smetti di vomitare stronzate?” dice Zoe.
“Perché è la verità” risponde. “È così che sono andate le cose.”
Zoe accosta lentamente e spegne il motore.
“Il viaggio finisce qui” dice.
“Sarebbe a dire?” domanda Lopez.
“Sarebbe a dire che il vostro viaggio finisce qui. Alle volte quando fumi diventi insopportabile, Lopez. Per cui voi ora scendete e proseguite a piedi.”
Zoe sorride e si accende una sigaretta. Profilo che emerge lineare nel buio. Sangue meticcio nelle vene.
“Mezzo miglio a piedi, Lopez. Hai detto così no? Fatevi due passi. Schiaritevi un po’ le idee” lo fissa. Aria di sfida che sconfina nel gioco.
Lopez scoppia a ridere.
“Alle volte mi domando perché usciamo insieme” dice. “Poi te ne esci fuori come stasera e allora lo capisco.” Ride e ride e torna serio ridendo. “Sei un animale strano, Zoe. L’animale più strano che io abbia mai conosciuto. Ancora più strano di Johnni” gli strizza l’occhio. “Giuro che questa non me l’aspettavo.”
Poi si volta verso Johnni e dice che devono scendere, amico, spiacente ma dovranno farsi due passi sotto le stelle. Dice che l’ape regina ha deciso così “L’ape pazza è la padrona indiscussa del mezzo” dice, e loro dovranno mettersi a camminare. Proprio così. Scende e ride e continua a ridere mentre l’auto si rimette in moto e se ne va sgommando lasciandosi inghiottire dal buio. Ride e ride ancora e alla fine Johnni lo guarda e si accorge che sono in due a ridere adesso. Si mette le mani dietro la testa e guarda verso l’alto, l’immensa spermata lattea dove la vita continua a generare se stessa ignorando tutto il resto.
Lopez dice di abituarsi un po’ con gli occhi al buio e di andare a cercare un posto dove provare a dormire.
Estrae dalla tasca una pallottola verde e dice “Ho rubato un po’ d’erba alla regina. Un piccolo risarcimento per il benservito.” E ricomincia a ridere.

(Frammento 5)

 

“Questo posto è come un imbuto Johnni. Con gente che arriva, e gente che resta e gente che se ne va. Pensalo” dice. “Visualizzalo.”
“Un imbuto doppio. Con due aperture. Un doppio imbuto con due grandi aperture ai lati e noi nel mezzo. Nel punto esatto di passaggio, dove tutto si restringe per poi riaprirsi. E dovunque ci voltiamo per gridare o ascoltare non udiamo altro che echi confusi e divaganti. Ho passato intere nottate a urlare nel deserto, credimi. Intere nottate a urlare come un lupo della steppa.
(Hai mai visto una steppa Lopez? Pensa Johnni. E un lupo? L’hai mai visto un lupo?)
Intere nottate, dice.
Porge la canna a Johnni e accende la fiamma nel buio. Un’unica flebile fiamma che brucia per un infinitesimo di secondo nella sua mano. “Oh, quelle milioni di balene che nuotavano leggere negli oceani. Pensa di vederle” dice “pensa di vederle, a nuotare come mandrie di bufali dalla pelle argentata. Milioni di balene.” Dice. “E noi in questa specie di piccolo imbuto dove tutto passa e si restringe, e la gente che crede di sapere e che scopre che non sa, ed entra con una faccia e se ne rivà con un’altra. Ciò che facciamo è restituire cambiato ciò che ci è stato consegnato” dice. “Semplicemente.”
Travasiamo vite e umanità.
“Pensa a quelle popolazioni che se ne stavano placide a pescare nel mare. Secoli e secoli a pescare senza il bisogno d’inventarsi un accidenti di niente. Niente parole, niente letterature, niente tecnologie. Niente di niente. Secoli di fronte a un quadro su cui nessuno sentiva il bisogno di intervenire.”
Gli chiede se gli piace la pittura.
Domanda se c’è un quadro che gli piace in particolare.
“Non so. La Gioconda, forse” dice Johnni. “Sorride che sembra vera.”
Pensa alla Gioconda, dice.
Gli chiede “Ritoccheresti la Gioconda per trarne colori con cui decorarti la casa? Lo faresti?” Gli domanda se cambierebbe la Gioconda per migliorare qualcos’altro. Se userebbe la Gioconda per apparecchiarsi la tavola. O per tappezzarsi le pareti.
“Lo faresti?” domanda.
L’isola che sprofonda lenta come avvolta in una spirale di nera follia.
Dice, non è che intervenire sulle cose significhi migliorarle. Chi è felice non pensa a cambiare un bel niente. Niente di niente.
“Pensa a quella gente che se ne stava come balene tra terra e cielo. Non avevano bisogno d’inventare un bel niente perché non ce ne era alcun motivo.”
È dall’infelicità che ha avuto origine l’evoluzione, dice Lopez.
Dall’infelicità.
E migliaia di infelici adesso vengono qui a cercare la felicità trascinandosi dietro il loro carico di mondo malato.
“Zoe ha ragione. Quella piccola sgualdrina ha perfettamente ragione. Ma sbaglia a incazzarsi ogni volta che glielo ricordo. Non c’è motivo per rifiutare la realtà delle cose. Tutto questo è un vorticoso consumarsi di corpi e parole, e se qui è più evidente che altrove tante grazie. Ci sono luoghi dove le cose si vedono più chiaramente che in altri. Niente matrimoni e niente fidanzamenti, qui da sempre ci si accoppia quando si vuole con chi si vuole, esattamente come da voi, solo che non c’è paura a dirlo. Tutto qua. Poi la gente viene a parlarti d’amore e di progresso e di legami duraturi quando invece quello che gli scorre nelle vene è sangue misto di pirateria e prostituzione. Desiderio e sesso. Nient’altro. A loro come  a noi. A te come a me. Come ovunque. Ma è qui che alla fine lo capisci. Qui capisci di essere soltanto un corpo che desidera godere con altri corpi.”
In un imbuto tra due mondi che non riescono a toccarsi senza scalfirsi.
“Quello che c’è di là è confusione finta sanità da una parte, e istinto vuoto di futuro dall’altra, e cosa ne succede della gente che passa per poi scomparire altrove poco mi interessa. Ciò che a me interessa è quello che succede qua, Johnni.
“Per cui liberati dai tuoi stracci e cavalca questa cazzo di onda.” Visto che sei venuto fin qua apposta per questo.
Dice “Non c’è che da prendere al volo il fluire delle cose quel poco che durano prima che si sfaldino nell’urto.”
Perché la vita è evento, Johnni.
La bellezza è evento.
Il pensiero è evento.
Non è curioso il fatto che si debba invecchiare? Corpi perfetti che si consumano e decadono, sfacendosi come se implodessero. Non è ironico il fatto che a un certo punto tutto vada consumandosi fino a scomparire?
Azione, fatto, accadere.
Fragile e mortale. Istante che si schiude nel tempo come l’aprirsi di questa fiamma nella notte.
“Per cui, non dirmi che stai con Duna solo perché te la sei scopata un paio di volte Johnni.
Lasciale al mondo da cui provieni queste stronzate. Al mondo dove la gente divorzia e si giura amore eterno. Al mondo degli avvocati e dei notai. Perché su questo imbuto non c’è nulla che duri più a lungo del passo che ti ho visto fare oggi per entrare in acqua.”
Tace un istante.
“Pensa a quelle milioni di balene che nuotavano libere nel mare” dice.

(Frammento 6)

 

Quella che hai di fronte, Johnni, è una società primitiva allargata, elaborata, organizzata. Strutturata sulla base di quell’unico principio sopravvissuto all’andare del tempo e delle cose. Oh, no, non l’amore, Johnni, no. Se fosse stato l’amore, o il rispetto, o la tolleranza, o il dialogo, alla base dell’esercizio dell’intelligenza umana, tu credi che ci saremmo ritrovati a questo punto? Di fronte al simulacro di una civiltà decaduta. Forse mai esistita. Un involucro splendido e vuoto che si salva solo per l’assenza di un antagonista concreto. La mancanza di un altro da sé.
Pensa ai luoghi in cui è permessa, tacitamente ammessa, e consigliata, se non addirittura fomentata la pratica della violenza come unica forma per rapportarsi nei confronti di ciò che ci circonda. Violenza psicologica, fisica, ideologica, religiosa.
Competizione, Johnni. A tutti i livelli. In tutti i settori. Su tutti i fronti. In questo mondo infarcito di regole, Johnni, l’unica cosa certa è che non ci sono regole. Apri gli occhi. Guardati attorno.
Nessun punto fermo. Nessun riferimento stabile, niente di dato, di rispettato, nulla di certo, né la famiglia, né la società, né la religione, né gli stati, né l’ideologia. Dov’è il collante dell’umanità, Johnni. Su cosa costruiremo il nostro futuro. Su quali risposte. Sull’importanza di una stretta di mano? Sul valore della parola data? Su cosa, fratello, tentazione o repressione? Promesse o sfruttamento? Illusioni o verità?
Forse dovremmo scendere giù nelle caverne a vedere dove tutto è cominciato, a guardare quanto di nuovo è stato fatto. Che dici? Dovremmo scendere e dire “cucù?”, “c’è nessuno?”, “mi sono assentato per un po’”, “c’è qualche novità?”, “ehi? Siamo tornati.”
Forse dovremmo scendere e metterci a dipingere volti di dei sulle pareti di qualche grotta con pezzi d’ossa di qualche nostro simile. Forse. Cose dell’altro ieri, Johnni. Cose di dopodomani, credimi. Elevare totem enormi, vitelli d’oro di intatta sensualità. Sacrifici umani su altari immensi, da celebrare in mondovisione davanti a sguardi attoniti.
Liturgia del piacere, Johnni.
Società del diletto. Venerare cose, realizzare cose, adorare esseri terreni di finta perfezione.
Possiamo ciò che vogliamo.
Bastiamo a noi stessi. Ci sentite?
Bombarderemo le città per motivi umanitari.
Siamo preda di impulsi che sopravvivono al tempo. Credimi. Per quanto io mi sia sforzato, c’è un unico principio sopravvissuto al passare delle cose, ed è lo stesso che vedo adesso nei tuoi occhi come l’ho visto da sempre negli occhi del mondo.
È inutile ignorarlo. Subiamo forze che ci precedono.
Guardati dentro e guardaci bene, perché tu sei il risultato ultimo di questa civiltà.
E se non riesci a trovare un solo buon motivo, uno solo, in più e in meglio per distinguerti da ciò che ti ha preceduto, oh, bé, forse è per la semplice ragione che sei soltanto l’ennesimo inutile prodotto di un madornale fallimento, e tra l’alba dell’uomo e il suo tramonto niente degno di nota sarà avvenuto tranne l’accadere di qualche semplice istante d’intatto lirismo.

(Frammento 7)

A uno sguardo esperto non sfuggirebbe, la linea del promontorio spezzata dal tratto fresco dell’alba, e la vegetazione colare in un lungo sciame di grumi e filamenti e spargersi nel finale come capelli sciolti su una schiena gigantesca.
I primi surfisti che giunsero qua, dice Duna, ribattezzarono questo posto ‘la lingua del drago’. È per via della maniera in cui la roccia penetra nel mare. “Vedi” dice indicandone il profilo col dito, dall’alto. Scende come un lieve invito e sulla punta si riempe di alghe. Camminarci sopra è praticamente impossibile. Troppo scivoloso. Scompare nell’acqua per poi riaffiorare poco più in là, al largo, e in certi periodi dell’anno, quando il sole letteralmente cade sul mare, l’aria si trasfigura in un’enorme bocca di fuoco, l’orizzonte avvampa, e se ci sono filari sparsi di nuvole sullo sfondo si allungano come in un incendio sospeso nell’aria.
“L’effetto che ti fa dall’acqua” dice “è quello di essere a surfare sul margine di un mare in fiamme.”
Succede quando la mareggiata arriva da molto lontano. Quando la marea avanza supportata da basse pressioni entranti. Il fondale scava nell’acqua, e crea caverne improvvise in cui è facile entrare a figura intera. Luoghi che un attimo prima non c’erano e che un istante dopo non ci sono più. Lunghi cunicoli. Stanze verdi.
“È raro che accada qui, per la verità. La gente dice che è la lingua del drago che si arriccia per portarti dentro la sua bocca.” Dritto sugli scogli.
“Tipo la lingua di un camaleonte” dice Duna.
Dice questo guardando Johnni oltre le pupille e indicandogli la tavola che porta sotto il braccio.
“È sbagliata, per oggi.”
“Dici?” chiede lui.
“Tavola media e tirata. Sei piedi e tre. Bordi affusolati, poco volume. Ci vogliono almeno cinque piedi d’onda veloce e tubante perché una tavola del genere si esprima al meglio. Se siamo fortunati oggi arriveremo a malapena a tre-quattro piedi scarsi. E lenti. Comunque tutto dipende da come te la sai cavare in acqua, ovviamente. Dal tuo livello di bravura.
“Sono curiosa sai?” dice sorridendo.
Poi scende l’ultimo tratto di sentiero e la baia si apre in uno squarcio inaspettato di fronte ai loro occhi.
“Eccola, la lingua” dice Duna. “Da qui si vede meglio.”

(Frammento 8 )

 

Zoe sta finendo di posizionare alcuni sassi lungo linee circolari quando Johnni le si siede accanto. Lo osserva appoggiare la tavola sul fianco e passarci sopra le dita, lungo le ammaccature che si sono disegnate sulla superficie. Accarezzarla.
“Com’è andata?”
“È una tavola splendida” dice Johnni “nata per fare quello che fa.” Oh, Zoe, pensa. Zoe. Ti ho visto, sai? Stamani ho visto come la guardavi. È così. È così anche per te: c’è una strana energia che lega le persone agli oggetti. Finiamo per affezionarci alle cose e desiderare che durino per sempre.
“Ci sarà un rito anche stasera?” domanda.
“Tutto è rito” risponde lei sorridendo.
“Ascolta Zoe” dice. “Ricordi che stamani ti parlavo di mio padre?” Lascia la tavola e le si siede accanto. “Prima, dentro una di quelle stanze, in acqua, mi è tornata in mente una cosa. Un giorno siamo andati sulla spiaggia e abbiamo fatto un lungo bagno. È stato uno di quei momenti della tua vita che inspiegabilmente ti rimangono impressi dentro. E ogni tanto saltano fuori di nuovo, quando meno te lo aspetti, a ricordarti del perché sei dove sei.”
Del perché sei quello che sei.
“E ogni volta che questo avviene è come se tu fossi ancora là.” Di fronte a un tramonto a cercare risposte a una domanda, con un freddo dentro le ossa che non dà pace, e la voglia di restarci per l’eternità. A tremare.
“In tutti questi anni è là che sono rimasto” dice.
Lopez ha ragione, dice, tutto scorre. È vero.
È vero, dice.
“Ma alle volte qualcosa rimane. Non siamo noi a deciderlo. Succede.”
“E allora?” sente domandare alle sue spalle. Si volta e vede Lopez con un asciugamano tra le mani.
“E allora arriva il momento in cui bisogna riappropriarsene.”
Non si tratta di lanciare e richiamare. Si tratta di perdersi.
Gli indica la line up e dice “Dilatare quell’istante anche fuori dall’acqua è cosa che richiede talento, e impegno, e sacrificio. E dedizione. E volontà. Occorre essere pronti a lasciarsi fregare.”
Perdersi è un privilegio di pochi. Ma solo i migliori sanno ritrovarsi.
“Avevi ragione” dice “ci sono domande che segnano un prima e un dopo. E il mio dopo non è qui. Non ora, almeno.” Dice che se ne torna sull’isola a passare la notte. Dice che vuole starsene un po’ da solo a respirare nel deserto. Dice “Questa volta passo, fratello. Lo capisci vero?”
“Johnni, Johnni” fa Lopez “ancora devi richiamarlo indietro quello sguardo.”
Lui scuote la testa sorridendo. Oh, no, al contrario. Devo solo riabituarmi a ciò che sto vedendo.
“Sai una cosa?” dice, “occorre lasciar sprofondare il proprio sguardo per poterlo riconoscere.” Dice “Appartengo a quella specie d’uomini che preferisce lasciarsi fregare.”
Si gira per salutare Zoe ma si accorge che non c’è più. La vede accendere i primi fuochi lontana, troppo lontana da lui per poterle spiegare qualcosa di cui ancora non riesce a parlare.
“Non ti capisco, fratello” gli dice Lopez, “venite su quest’isola per dimenticare il vostro mondo e finite per portarvelo dietro.”
Johnni lo guarda e lo vede. Ha soltanto quindici anni, il ragazzino. Quindici anni appena e un Predicatore dentro a parlargli di cose che neppure lui sa.
“Ma una cosa te la dico lo stesso” continua “perché c’è qualcosa in te che continua a sfuggirmi.” È quasi buio, dice, abituati all’oscurità e copriti con un asciugamano. “Domani, se ci sarà un domani, avremo modo di parlarne.”
Johnni sente i tamburi cominciare a suonare, e i corpi che si muovono, e le voci gridare. Sale sulla barca e si allontana dallo scoglio. E quello che vede, un istante prima di girarsi verso terra per non voltarsi mai più, è il buio farsi sempre più fitto, e la torre più distante, e i suoni più ovattati, finché ciò che rimane è una lanterna accesa nella notte e un silenzio solitario.
E null’altro, credetemi, null’altro, che lo sbattere della marea sugli scogli.

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