Qualsiasi cosa vogliate credere che sia

L’oggetto lo trovarono a bordo strada. Era in ottime condizioni, come se fosse appena uscito dalla vetrina di un negozio e qualcuno lo avesse dimenticato lì per errore.
“Unica spiegazione possibile” aveva detto Luca. “Non c’è nessun’altra ragione, per qualcosa del genere, di trovarsi in questo posto.”
Stavano guidando di ritorno a casa nel silenzio quieto delle villette a schiera quando l’avevano entrambi notato. Era sul marciapiede. Il marciapiede era sgombro e in giro pareva non esserci nessuno. “Un appoggia-cose” aveva detto Sara. “Una scultura in plastica” aveva detto Luca.
“Scultura?” aveva detto Sara, “e di cosa?” Si tenevano a braccetto. Sara aveva stretto Luca al suo fianco e si era messa a ridere. “A me non pare assomigli a niente.”
“Sembra un cane.”
“Sembra un gigantesco posacenere.”
“È buffo.”
“Magari è una lei.”
“Magari no.”
“Forse il proprietario non lo voleva più.”
Continuavano a stringersi nell’aria fresca. Si erano guardati attorno. Nulla a indicare che l’oggetto appartenesse a qualcuno.
“Cosa facciamo?” aveva chiesto lui.
“È un po’ kitsch.”
“Un po’ tanto.”
“Però mi piace.”
“Potremmo metterlo in soggiorno.”
“Potremmo metterlo nell’entrata.”
E lo avevano caricato in macchina.

L’oggetto era grande e in plastica laccata. Era colorato. Ricordava molte cose senza esserne nessuna. Arrivava ad altezza fianchi di una persona di media statura e aveva le medesime dimensioni di una sedia da cucina. Ma le forme erano stondate e l’interno pareva vuoto. A batterci sopra con le nocche della mano non si udiva altro che toc, toc, toc, come un rimbombo ovattato, come a lanciare un sasso in un pozzo privo di fondo.
Lo avevano messo tra il soggiorno e la cucina e posizionandolo Sara aveva detto “tutti si chiederanno cos’è.” Aveva detto “movimenterà le nostre conversazioni.”
Si erano trasferiti lì da poco. Quartiere di nuovo sviluppo. Case a due piani. Giardinetto. Garage. Mezz’ora di macchina dalla città. Il cartellone per pubblicizzare la vendita diceva: PER INIZIARE LA TUA FAMIGLIA.
“Di sicuro movimenterà le tue” aveva detto lui.
“Cioè?”
“Non è che discuti di massimi sistemi no?”
“Senti chi parla, i tuoi pensieri neanche con la bomba atomica si movimentano.”
“Perlomeno penso.”
“Chiamalo pensare.”
“Vuoi litigare?”
“No. E tu?”
“Neanch’io.”
“Allora smettiamola.”
“Ok.”
“Ok.”
Avevano finito di sistemare l’oggetto e per un po’ erano rimasti in silenzio a guardarlo. Poi si erano a loro volta fissati e avevano sorriso. E se ne erano dimenticati.

I litigi veri e propri cominciarono alcuni giorni dopo e nelle settimane successive andarono inasprendosi. Si litigava per nulla. Per una camicia, per un programma televisivo, per un’opinione. Le discussioni nascevano dal niente e crescevano nel niente. E nel niente morivano. Ma in quel niente qualcosa accadeva.
Da una parte c’era la sensazione d’essere giunti a un punto morto della propria vita. Un luogo dove l’aria mancava e chissà se mai sarebbe tornata a circolare. Crisi di mezza età. Infelicità. Ripensamenti sulle proprie scelte forse. Forse depressione da ceto medio. Dall’altra c’era il nervosismo. Sempre. Troppo. In crescita.
Dalle parole si cominciò a passare alle mani. Si passò ai piatti che volavano e alle posate strette tra le dita. Una tazza di caffè gettata sul pavimento, poi sul muro, poi all’indirizzo dell’altro. I primi pugni vennero picchiati sul tavolino. Arrivarono le urla, le sberle, le porte sbattute.
Ma sbattute le porte, fuori, tornava la calma.
Fuori si riusciva a ragionare, si dialogava, si cercava di capire.
Finché a lei era venuta in mente una cosa. Era successo dopo l’ultimo litigio, mentre camminava per strada e sentiva la rabbia abbandonarla lentamente. Aveva estratto il telefonino dalla tasca della giacca e lo aveva chiamato. Aveva detto: “dobbiamo parlare, Ma non a casa. Vediamoci fuori tra venti minuti.” E una volta l’uno di fronte all’altra gli aveva detto “e se fosse colpa sua?”

Ci pensarono insieme  in un bar, davanti a due cioccolate calde. Ne ragionarono. Era un’idea assurda.
“Non può essere” mugugnò Luca.
Eppure mezz’ora prima aveva sentito la collera risalirgli il braccio e invadergli le tempie, e lei lo aveva guardato torva, un coltello da cucina a pochi passi da dove si trovavano.
Avevano gridato violentemente, e lei era uscita piangendo in strada.
“Le cose non determinano i comportamenti” disse Luca sorseggiando la cioccolata calda e scuotendo con abbandono la testa.
“Però guardaci adesso. Non stiamo litigando adesso, siamo due persone normali.”
“Mi pare assurdo.”
“Anche a me. Ma fuori casa siamo di nuovo capaci di parlare” disse lei.
“Forse è la casa in sé.”
“No. Anche quando siamo al piano di sopra o in camera le cose vanno meglio. Pensaci. Succede solo quando siamo in cucina, in soggiorno o nelle sue vicinanze.”
“Mi sembra un’idea folle.”
“Tutta questa situazione lo è.”
“È vero” confermò lui posando la tazza sul tavolo.
“Tentare non costa niente.”
Cos’ decisero che sarebbero tornati a casa insieme. Sarebbero rientrati. Avrebbero ricominciato a fare quello che stavano facendo. Avrebbero visto come il resto della giornata passava. Si sarebbero monitorati a vicenda individuando ogni principio di furia, ogni scatto di nervosismo, ogni ragione d’insofferenza. E se avessero di nuovo sentito la rabbia montare, allora uno di loro avrebbe caricato l’oggetto in macchina prima che la situazione precipitasse e lo avrebbe portato via. Lo avrebbe lasciato da qualche parte lontano. In qualche discarica, chissà dove.
Avrebbero poi visto se le cose miglioravano.

L’ispettore Spinetti aveva passato tutta la mattinata a cercare di tenerli calmi. Quando vide arrivare il commissario tirò un sospiro di sollievo. Almeno in sua presenza si sarebbero dati una calmata.
“È come mi è stato detto?”, chiese il commissario presentandosi sulla porta della villetta. C’erano volanti ovunque. Un’ambulanza con le luci spente stava parcheggiata davanti al vialetto d’entrata. La solita folla di curiosi. Di giornalisti, per ora, nemmeno l’ombra.
“Non ho mai visto niente del genere” rispose l’ispettore Spinetti. “Dentro è un mattatoio. Secondo il medico legale non hanno smesso di colpirsi finché hanno avuto fiato in gola.”
Il commissario lo fissò.
“L’uomo aveva un cacciavite, la donna un martello. Il sangue è schizzato fino al soffitto. Non ho mai visto tanto accanimento in vita mia.”
“Sei ancora giovane” disse il commissario entrando.
Ma l’ispettore aveva ragione.
Pochi minuti dopo, in giardino, stavano ancora trattenendo il vomito. Il fazzoletto sulla bocca, gli sguardi rivolti verso il muro di cinta, gli occhi lucidi.
“Si sono uccisi l’un l’altro” riprese l’ispettore, “e non si sono fermati finché i loro cuori non hanno smesso di battere. Alcune ferite sono molto profonde, altre appena accennate.”
“Scagliate quando non avevano più forza nelle braccia” disse il commissario riponendo il fazzoletto nella tasca, “senza più forza, ma con ancora abbastanza odio da continuare a scannarsi.” Poi si girò verso la villetta. Quelli della scientifica avevano ricominciato proprio in quel momento a litigare. “Digli di smetterla a quei due perdio, ma cosa gli ha preso?”
“Non lo so, è tutta la mattina che vanno avanti così.” L’ispettore si diresse verso la soglia. “Insomma” disse, “la volete finire o no? Venite fuori a rinfrescarvi un po’ il cervello, ecchecristo…” E tornò dal commissario. “Cosa sappiamo della coppia?” gli sentì a quel punto domandare.
Aprì il block notes.
“Si erano trasferiti da poco. Tutta quest’area è di nuova costruzione. I vicini li conoscevano appena. Due bei tipi, sempre sorridenti. Ma nelle ultime settimane avevano cominciato a litigare sempre più spesso. Si sentivano volare i piatti… Anche ieri… Un vicino ha sentito le grida, poi lei è stata vista uscire da sola. Poco dopo è uscito anche lui. Sono tornati insieme dopo un paio d’ore. Sembrava avessero fatto la pace. Il resto l’ha scoperto la donna delle pulizie stamattina.”
Il commissario scosse la testa. “Mio dio.” Si guardò di nuovo attorno. “È un mondo malato” disse poi avviandosi verso la volante.

Il cartello sull’inferriata della villetta ha scritto sopra IN VENDITA e poco sotto ci sono riportati un numero di telefono e l’intestazione IMMOBILIARE REALCASA. I tizi del camioncino sono appena più in là, a finire di posizionare le ultime cose sul montacarichi.
“Portiamo tutto al magazzino?”, chiedono.
La signora dell’agenzia fa cenno di sì.
“Anche questo?”, chiede uno dei tizi. Ha appoggiato a terra un grosso oggetto in plastica colorata. Il camioncino è già pieno, il suo collega sta chiudendo i portelloni, non accenna a smettere di lamentarsi e sbuffare.
“Cos’è?”, chiede la donna.
L’altro scuote la testa. “Non lo so, sembra nuovo.”
“Dov’era?”
“In soggiorno, di fianco alla porta della cucina.”
La donna tira fuori una sigaretta dal pacchetto. “Lascialo sul marciapiede” dice, “ritorneremo a prenderlo domani.” Sale sul veicolo parcheggiato di fianco al camioncino e l’accende. “Altrimenti, che se lo porti via chi vuole.”

Eccola.
Una station wagon che accosta e dalle portiere sul retro due bambini che escono.
Cominciano a correre mentre dal lato del guidatore scende un uomo sui quarant’anni che dice “piano! Ma perché mi avete fatto fermare?”
I bambini vengono raggiunti dall’uomo.
“Papà?” domandano, ” cos’è?”
“L’ho visto prima io” dice uno dei due.
“No, prima io” dice l’altro.
Il padre riflette qualche momento. “Forse è qualsiasi cosa vogliate credere che sia” dice infine.
“Allora è un robot” ricomincia uno dei bambini.
“Allora è una postazione spaziale” risponde l’altro.
“Possiamo prenderlo?”, domanda il primo.
“Possiamo prenderlo?”, gli fa eco il secondo.
L’uomo si guarda attorno. Sono solo di passaggio. Stanno rientrando da un fine settimana in montagna. Non conoscono la zona. Villette a schiera, l’oggetto come abbandonato a bordo strada, nessuno in giro a cui domandare.
La portiera di fianco al guidatore si apre e dalla station wagon sbuca la testa di una donna con lo sguardo assonnato. Domanda “cosa state facendo?”
“Visto?,” mormora l’uomo. “Avete svegliato la mamma.” Poi si rivolge alla donna e dice “resta in macchina amore, arriviamo subito.”
Guarda i figli e dice “ok, lo portiamo con noi. Ma dovrete fare i bravi per il viaggio di ritorno.”
I bambini annuiscono.
“Si chiama super-robot” dice il primo una volta rientrati in macchina.
“Ti ho detto che è una postazione spaziale” dice il secondo.
Il padre si gira.
“Insomma, ve lo dico una volta sola chiaro? Adesso stiamo in silenzio finché non arriviamo a casa. Non voglio sentire volare neanche una mosca chiaro? Poi metteremo questa postazione-spaziale, o robot, o qualunque cosa decidiate che sia, nella vostra cameretta. In mezzo ai vostri lettini.”
La donna si è già addormentata.
L’uomo mette in moto.
La station wagon riparte e sparisce in direzione dell’autostrada.

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