Quando Moana Nui decide di parlare

Raglan. Occorre partire da qui se si vuol parlare del surf in Nuova Zelanda.
Immortalato nelle immagini del mitico “The Endless Summer” di Bruce Brown e posto ai margini di una spaccatura che si insinua per diversi chilometri nel Mar di Tasmania, Raglan rappresenta per molti aspetti il surf in Nuova Zelanda e uno degli spot più rinomati a livello internazionale per lunghezza, potenziale e consistenza delle onde. Qui è nato Daniel Kereopa, star nazionale, per anni numero uno del circuito neo-zelandese e ambasciatore del surf e della cultura maori nel mondo, qui si danno appuntamento i migliori surfisti dell’isola quando gli swell più massicci spazzano via la costa ovest rendendo difficili pesca e navigazione, qui, ancora, lo stile di vita anni ’60, che rese celebre la piccola cittadina, si coniuga con l’evolversi dei tempi in un delicato equilibrio tra natura e civilizzazione.
Non è un caso che da queste parti si sia da tempo intrapreso un percorso di protezione e rimboschimento che ha portato alla sostituzione delle numerose specie non autoctone con flora locale, facendo di Raglan forse l’esempio più riuscito, nel panorama surfistico internazionale, di integrazione tra turismo, ecologia e rispetto della cultura locale.
Raglan è a tutt’oggi una piccola cittadina di pescatori e allevatori, dove ai pascoli immensi fanno da controaltare lussureggianti foreste di stampo tropicale. Quella che da queste parti viene definita una “sleepy little fishing and farming town”, ovvero quanto di più lontano si possa immaginare dalle affollate località turistiche che sorgono nella costa est dell’isola.
Se si considera poi che i point break sono posti tutti a circa sei chilometri dalla cittadina, in una zona di case private e piccole fattorie di una minuscola comunità costiera dove è possibile trovare alloggio a costi contenuti, il sogno perfetto ha preso definitivamente forma sotto la didascalia che rese celebre il film-documentario-manifesto del surf delle origini:
“in search of the perfect wave”.

E dell’onda perfetta Raglan reca in sé tutte le caratteristiche. Lunga, lunghissima, praticamente infinita. Quando le condizioni e lo swell lo permettono tutti e quattro i differenti point break divengono un’unica linea blu che si srotola per parecchie centinaia di metri.
Il point più lontano, Indicators, si congiunge con The Valley, per poi rifluire in Whale Bay e concludere definitivamente in Manu Bay dopo un percorso che ha portato molti a definire quest’onda “la sinistra più lunga del pianeta”.
Nella maggior parte dei casi, però, questi break lavorano separatamente, evitando così l’eccessiva concentrazione di persone e regalandoci alle volte surfate in solitario, in uno scenario che poco ha a che vedere con le immagini di spot sovra-affollati a cui siamo quotidianamente abituati.
Indicators offre una partenza più ripida e una sezione d’onda più lunga, ed è normalmente considerato il point più impegnativo per altezza e velocità, non a caso è qui che i locals si danno appuntamento alle prime luci dell’alba prima che il vento cominci a soffiare da sud-ovest. Indicators è infatti più esposto alla furia del Mar di Tasmania, e al contrario di Manu Bay risulta meno riparato in occasione degli swell più consistenti. Ma basta spostarsi per qualche centinaio di metri lungo la costa per incontrare, immediatamente dopo The Valley, l’enorme massa d’acqua che forma l’onda di Whale Bay. Tendenzialmente più facile nel take off e di lunghezza più contenuta, oltre che meno frequentata, Whale Bay non deve trarre in inganno: la presenza di rocce affioranti e la grande quantità d’acqua spostata da quest’ onda rendono sempre e comunque impegnativi surfata e duck-dive, tanto da risultare poco indicata per i surfisti meno esperti.
Infine, Manu Bay, là dove la più semplice strada d’accesso (col parcheggio che guarda direttamente sopra lo spot) e la possibilità di mantenersi più riparati rispetto alla linea di rottura del point break, favoriscono una maggiore affluenza di persone dando però sempre e comunque la possibilità, per chi si trova sulla line-up, di cavalcare in solitudine un’onda lunga e potente, ideale per interminabili cut-back e off-the-lip: la caratteristica che meglio risalta alla mente guardando questo break è quella di un’ onda che si riforma perennemente sotto i piedi di chi la sta cavalcando e di un surf spot comunque sempre troppo poco frequentato rispetto alla fama decennale che lo circonda.
Malgrado il potenziale enorme e la straordinaria quantità-qualità delle sue onde, infatti, non solo questa zona ma l’intera Nuova Zelanda costituiscono ancora un territorio tutto da scoprire, con un’infinità di secret spot ben protetti dall’assenza di strade d’accesso, dalla natura selvaggia del territorio e dalla presenza di numerose proprietà private (per lo più fattorie) con sbocco sull’oceano. Soltanto lungo il tratto che corre a nord di Raglan fino a raggiungere Port Waikato a circa ottanta chilometri di distanza, un continuo alternarsi di sabbia, reef, e roccia, fa da scenario ad una serie ininterrotta di spot tutto sommato ancora inesplorati, fatti di piccole baie e spiagge isolate, il cui accesso, per eventuali cacciatori d’onda dotati di spirito d’avventura, è bene “trattare” preventivamente con i proprietari delle fattorie, onde non incappare nelle severissime leggi locali.

La Nuova Zelanda infatti è terra di certezze e contraddizioni. A lungo considerata una Piccola Inghilterra sperduta nel sud del Pacifico, per secoli trasformata in un’immenso pascolo a cielo aperto per l’allevamento di montoni, pecore e mucche, privata di gran parte delle foreste lussureggianti che la ricoprivano e infine segnata dai conflitti con le tribù Maori che la abitavano nelle origini, ad oggi è considerata un’ esempio riuscito di coabitazione ecologico-culturale.
Non bisogna infatti dimenticare che, al pari della natura, anche la popolazione locale ha risentito per secoli della violenza sistematica adottata dagli europei, violenza che ha comportato tra l’altro il divieto per le tribù indigene di parlare la propria lingua, la messa ai margini del vivere sociale e l’obbligo di abbandonare la propria cultura e le proprie tradizioni.
Oggi, a molti anni di distanza, il maori è divenuto lingua ufficiale della nazione al pari dell’inglese e l’antica cultura polinesiana di questo popolo di guerrieri è considerata, al pari dei tatuaggi e della danza rituale resa celebre dagli All Blacks in tutto il mondo, uno dei motivi di maggior interesse per visitare un paese altrimenti poco considerato nel panorama turistico internazionale.
Negli ultimi tempi, dopo un lungo periodo di isolamento rispetto al resto del pianeta, l’isola di Aotearoa (così era originariamente chiamata la Nuova Zelanda, il nome, per alcuni, significa “Terra della Lunga Nuvola Bianca”) è divenuta meta di surfisti e viaggiatori poco inclini a seguire i percorsi tradizionali, un luogo nel quale lontananza, natura selvaggia e incontaminata e clima mutevole (la vicinanza col continente Antartico si fa sentire soprattutto d’inverno) si sono trasformati da “limiti” potenziali in concreti punti di forza.
In ambito surfistico tutto questo significa la presenza di onde “australiane” in un territorio grande quanto l’Italia ma con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti, ovvero scarso affollamento, scenari naturali unici al mondo (non a caso da queste parti sono stati girati gli esterni de “Il Signore degli anelli”) e possibilità di trovare lavoro praticamente ovunque, condizione primaria per poter viaggiare attraverso un Paese che, malgrado abbia prezzi inferiori all’Europa, non  può certo competere in termini di costo della vita e degli spostamenti con località ben più economiche quali Indonesia o Centro America. E sebbene il livello e il numero dei surfisti sia in continua ascesa (soprattutto tra la popolazione Maori che ne ha sviluppato uno stile personale in relazione alle proprie radici culturali) la mappa del surf in Nuova Zelanda è ancora tutta da scrivere.

A ovest di Auckland, ad appena trentacinque minuti dalla città resa celebre dall’American’s Cup, la spiaggia di Piha offre point break di tutto rispetto, in  una baia mista lava e sabbia divisa a metà da un’enorme roccia d’origine vulcanica. Meta surfistica fin dai primi anni sessanta, Piha è famosa anche per la pericolosità delle sue correnti e per l’alto numero di salvataggi ad opera dei lifeguard locali. Nondimeno offre onde potenti e ripide, particolarmente con marea calante, ed insieme a spot quali Stent Roads nella costa del Taranaki, è uno dei rari posti, in Nuova Zelanda, dove è possibile surfare anche onde destrose.
L’arcipelago neozelandese infatti (due isole principali, quella del Nord e quella del Sud, e un’infinità di altre più piccole) è considerato al pari dell’Indonesia un pardiso per gli amanti delle onde sinistrose. Basta spostarsi per alcuni centinaia di chilometri a nord di Auckland per averne chiara conferma. Shipwreck Bay si pone alla base di una lunghissima spiaggia di sabbia bianca e finissima altrimenti detta Ninety Mile Beach, una distesa lunga novanta chilometri (e non novanta miglia come indica erroneamente il nome) che funge anche da strada per Jeep Toyota e normali autoveicoli e che offre una quantità sterminata di beach break praticamente deserti. Shipwreck Bay necessita di swell potenti, ma con le giuste condizioni offre una sinistra che poco ha da invidiare alle altre più rinomate località, e che, anzi, è da molti considerata l’onda migliore e tra le più impegnative dell’isola. Quattro, cinque chilometri di onde sinistre su reef suddivise in vari spot dai nomi suggestivi: Tauroa Point, Peaks, Mukerau 1, Mukerau 2, Supertubes, Pines e infine Blue House. Terra tradizionalmente abitata dai Maori, questa penisola divide il Mar di Tasmania dall’Oceano Pacifico e si espone sul suo lato orientale agli swell caldi e meno violenti dell’oceano.
Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti dell’isola: la caratteristica rara, se si escludono poche altre zone del pianeta a cavallo degli oceani, di offrirsi nella distanza di pochi chilometri a due differenti habitat marini. L’Oceano Pacifico, normalmente più tranquillo e più caldo, offre mareggiate di grande consistenza soprattutto durante l’estate, allorché i cicloni tropicali scendono dalle Fiji e dall’isola di Tonga ad investire la costa est dell’Isola del Nord. Il Mar di Tasmania, più irrequieto e freddo, genera swell più frequenti ma al contempo di maggiore violenza: e sebbene molti local surfino praticamenta in costume, portarsi sempre dietro muta o mutino, soprattutto nella parte occidentale dell’isola, è consigliato ai più freddolosi.
Tra nord e sud, come tra est e ovest, clima e condizioni meteorologiche cambiano drasticamente mantenendo però intatta la medesima caratteristica di produrre onde di varia grandezza praticamente trecentossessantacinque giorni all’anno.
Scendendo lungo la costa est dell’isola, infatti, troviamo un numero sterminato di spot e secret spot, molti dei quali di non semplicissimo accesso, dove la temperatura dell’acqua più calda ed il tempo più mite, permettono, soprattutto durante l’estate, di surfare in condizioni di clima sub-tropicale. Henderson Bay, Taronui Bay, Whananaki, Goat Island, Forestry, sono solo alcuni dei surf spot più suggestivi che si incontrano prima di arrivare alla Great Barrier Island e a Whangamata, che, insieme a Gisborne a est e alla regione di Taranaki ad ovest costituiscono le località surfistiche più rinomate della Nuova Zelanda con Raglan e Shipwreck Bay.
Sono, queste, zone ad alta concentrazione di surf-shop e surfboard-manufacturers, e con una fortissima tradizione surfistica, nelle quali le numerose e illegali piantagioni di marijuana, la produzione di vino (soprattutto ad est) e  la fiorente attività di diving e fishing d’altura, sono divenuti al pari delle tradizioni polinesiane Maori motivo d’attrazione e di scoperta.

La cultura Maori, soprattutto, è riuscita negli ultimi anni a compiere un grande passo avanti nella coscienza di sé e nella rivalutazione delle proprie origini, conquistandosi il rispetto e l’interesse del mondo occidentale anche per quel che concerne aspetti legati all’ambito del surf. Oltre a Daniel Kereopa, i nomi di atleti quali Maz Quinn, Matt Bennet e Chris Malone hanno cominciato a comparire in ambito internazionale, e sempre più numerose sono le label surf o i loghi di chiara ispirazione polinesiana.
Non bisogna infatti dimenticare che, secondo la leggenda, i Maori altro non sarebbero che i discendenti di antichi navigatori polinesiani, giunti sulle coste di quest’isola centinaia di anni fa a bordo di lunghe imbarcazioni in legno chiamate “wakas”, e successivamente stabilitisi soprattutto nell’isola del nord, fino a sviluppare tradizioni autonome derivate dall’originaria cultura polinesiana.
In termini surfistici tutto questo significa rispetto e relazione con l’oceano, orgoglio e stile di vita rigoroso, ma soprattutto contatto con l’anima del guerriero che aleggia dentro le cose, e in particolar modo con Tangaroa, il dio delle acque e delle maree.
È con questo dio che ci si ritrova a parlare quando al mattino la sinistra di Raglan comincia ad arrivare sulla punta di Indicators. Là dove il nostro viaggio alla scoperta di queste terre di guerrieri ha avuto origine; là dove a lungo, in quell’estate senza fine immortalata da Bruce Brown, si è creduto di aver trovato la leggendaria onda perfetta.
Lontani dall’isola del sud, che, malgrado la temperatura decisamente più rigida del clima, pare offra onde di qualità pari se non addirittura migliori di quelle del nord, oltre che paesaggi alpini di stupefacente bellezza, sentiamo l’anima di Moana Nui (parola Maori con cui si definisce l’Oceano) aleggiarci attorno.
Un forte swell causato da una depressione entrante dal Mar di Tasmania si prepara ad abbattersi su tutta la costa ovest dell’isola. Come avremo modo di imparare più tardi, allorché molte delle spiagge saranno chiuse al pubblico a causa della furia del vento e delle acque, quando Moana Nui decide di parlare soltanto gli stolti rifiutano di prestare ascolto.
Per ora tutto quello che ci aspetta è la lunga e perfetta sezione d’onda di Indicators, l’immagine di Whale Bay e Manu Bay che si stagliano in lontananza, e una pinna nera e gigantesca che appare d’un tratto poco lontano dalla line up per poi tornare a inabissarsi e scomparire definitivamente nell’oceano. I local fanno cenno di restare tranquilli e tenere gli occhi bene aperti: succede, alle volte, che le orche si avvicinino alla line up per condividere il mare coi surfisti.
Alle volte, dicono, ma soltanto alle volte, quello che bisogna fare è uscire dall’acqua e lasciarle padrone della propria casa.

E mentre lo spot comincia a lavorare e le linee più scure si definiscono all’orizzonte, la notizia dello swell in entrata sparge attesa ed eccitazione in chi, dello sport degli Dei, ha fatto la ragione della propria vita:

domani, se le condizioni lo permetteranno, l’onda perfetta sarà nuovamente realtà.

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4 risposte a Quando Moana Nui decide di parlare

  1. Un vero piacere leggerti e imparare tanto e tanto di nuovo.
    Grazie davvero.

    clelia

  2. mau(à) ha detto:

    onda, occhio, nervo ottico e sinapsi. E’ da questo piccolo circuito che si creano emozioni infinite

  3. lucypestifera ha detto:

    linkato sotto il mio post “surf!”
    ciao, matt!

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