Catapulte

Ero seduto già da diversi minuti quando li avevo visti entrare. Succede sempre così, in un ristorante. Che si è soli, e si finisce per badare più al mondo che a ciò che abbiamo nel piatto. Per questo mi ero messo spalle alla sala, in un angolo di fronte alla vetrata che dava sul parcheggio. Per non incontrare altro che i fantasmi delle macchine allineate e il riflesso della mia faccia sulla finestra. Cose morte, per lo più. Mi era venuto in mente Pavese: “passavo la sera davanti allo specchio per tenermi compagnia”.
Se non fosse che era giorno e che li avevo visti entrare.
La donna: capelli lunghi e lisci, corpo chiuso in un cappotto con cinturino in vita e uno sguardo sfuggente che un tempo doveva aver reso più singolare la sua bellezza, ma che adesso sembrava, ecco, semplicemente, smarrito.
L’uomo: giacca sportiva, jeans stretti, scarpe in cuoio. Null’altro su cui dilungarsi, riguardo all’uomo. Mi era parso fin da subito preoccupato più di raggiungere la sedia che di sedervici sopra.
Il ristorante l’avevo trovato per caso, ero in viaggio, sapete, lavoro.
Si erano sistemati alle mie spalle e per un po’ erano rimasti in silenzio. Avevano ordinato, sì, ma sempre senza parlare. Non tra di loro intendo. E io che non potevo fare a meno di sentirli tacere.
Poi lei aveva detto “a cosa stai pensando?”
“A niente” aveva risposto l’uomo. Aveva fatto una pausa. “Niente in particolare”. Una seconda pausa, questa volta più lunga. “E tu?”
“Mi chiedevo a cosa stavi pensando”.
E di nuovo silenzio. Silenzio e rumore su sala semideserta. Pareva il titolo di un quadro futurista.
Come dal nulla mi era apparso accanto il cameriere. Studente avevo concluso dopo averlo visto. Con garbo, si era messo a ritirare la mia insalata di polpo. E andandosene aveva chiesto se era stata di mio gradimento.
Io avevo lavorato per anni nei ristoranti. Avevo fatto all’estero il runner: quello che nei posti affollati deve organizzare i tavoli, apparecchiare, sparecchiare, pulire posate, bicchieri, candele, sottopiatti, tenere tutto a posto e a disposizione, ogni cosa sistemata e pronta all’istante. Ero stato cameriere in posti popolari e in trattorie a gestione familiare. Avevo fatto il glassy: quello che nelle discoteche deve raccogliere i bicchieri e cambiare la carta igienica mentre la gente sta appoggiata fuori dalla porta dei cessi a sbuffare. Ma avevo anche passato pomeriggi interminabili in pub semivuoti e in ristoranti sull’orlo del fallimento, a servire clienti seduti davanti a televisori sempre accesi. Ero stato barman in locali alla moda. Caposala in music club.
“Perfetto” avevo risposto, cercando di fargli intendere che lo capivo, io, io lo sapevo cosa significava una domenica di fine stagione a lavorare in un ristorante di periferia: il ticchettio delle posate sui piatti, una coppia che entra e una che se ne va, un tizio seduto in un angolo della sala a fissare il parcheggio e i due alle sue spalle che inciampano in un altro dei loro interminabili silenzi.
Avevo provato a visualizzarli, i due. L’uno davanti all’altra mentre cercavano di mettere a fuoco un’idea, qualunque cosa, pur di ricominciare una conversazione. Ma con addosso nient’altro se non un anche noi come quelli che si vedono alle volte nei ristoranti, che non parlano mai finché uno dei due non chiede all’altro: a cosa stai pensando?
“Una volta non c’era bisogno di chiederlo” avevo detto improvvisamente la donna.
“Cosa?”
“A cosa stiamo pensando”.
E a quel punto mi era tornata alla mente una sera di molti anni prima. La notte in cui avevo deciso che avrei fondato un gruppo e sarei diventato un musicista famoso. Ero a cena fuori con Mauro Ponzanelli detto “Oracolo”, neanche avevo mai preso in mano una chitarra. Ma sul fatto che i miei pezzi sarebbero stati cantati da migliaia di ragazzine negli stadi di tutta Italia su quello non c’erano dubbi. ‘Oracolo’ in persona d’altra parte concordava. In fondo era con lui che avrei dovuto fondare il gruppo.
Cenavamo in una trattoria per famiglie e camionisti, e condividevamo il tavolo con una coppia che poi non avremmo più visto.
Di questa coppia non avrei saputo dire l’età. Mi erano parsi due vecchi. A sedici anni chiunque sopra i venti è vecchio. Erano rimasti per tutta la sera in silenzio anche loro. A sfogliare il giornale e bere. O forse ci ascoltavano. Forse stavano ascoltando io e Oracolo che chiacchieravamo e facevamo progetti.
Alle volte, ma solo di tanto in tanto, mi era parso che si stessero lanciando un’occhiata divertita.
Di ritorno a casa avevo concluso che lo sapevo perché si erano scambiati tutti quegli sguardi. Li avevo inquadrati, io, che leggevano il giornale come se nulla fosse e intanto pensavano: eccoli qua, ecco altri due ragazzini che credono di poter cambiare il mondo.
Mentre quello che pensavo io era che nel giro di un paio d’anni si sarebbero ricreduti. Nel giro di un paio d’anni si sarebbero ritrovati con quello stesso giornale tra le mani a leggere LA BAND DELLE MERAVIGLIE CONQUISTA UN ALTRO DISCO DI PLATINO.
Poi la scuola era finita e di Oracolo non avevo più saputo nulla.
Il cameriere intanto stava portando il mio secondo e i loro antipasti, e sarà stata la magia del cibo sul tavolo ma la donna aveva ricominciato a parlare.
La sentivo, con la voce stanca, dire che non potevano più andare avanti così. Che stavano insieme solo per forza d’inerzia e per paura della solitudine. E quando l’inerzia finiva e la solitudine smetteva di fare paura, cosa restava? Erano fermi, ecco, a quarant’anni. E allora forse avevano avuto ragione i loro amici a dire che un figlio lo si fa quando è il momento di farlo o altrimenti non lo si fa più. Lei adesso non lo sapeva più, se davvero lo voleva un figlio. Lei non sapeva più cosa voleva. Nessuno dei due lo sapeva.
Ma io sì. Io lo sapevo. Io volevo guardare le macchine parcheggiate e il riflesso della mia testa sul vetro. E non ritrovarmi ‘Oracolo’ nel mezzo, né il ricordo di quei due che leggevano il giornale nella trattoria dei camionisti, o le voci della coppia alle mie spalle, o la memoria di tutti quei pomeriggi passati a servire ai tavoli altri che, come loro e come me, si stavano lentamente avvicinando a fare i conti con se stessi.
Continuavo a guardare fuori sforzandomi di non ascoltare. Seduto sulla sedia come sul nocciolo di una catapulta. Fissando l’aria umida d’inizio inverno che rendeva tutto prossimo e irraggiungibile.
Quando me ne andai, mi accorsi che erano tornati silenziosi. Gli occhi distanti e i pensieri nascosti. A lasciarsi distrarre dal mondo che stava loro attorno pur di non vedere quello che ancora avevano nei piatti.
Il cameriere aveva già cominciato a sparecchiare il mio tavolo. Già stava cambiando la tovaglia. Già stava posando una nuova saliera. Il tempo di finire il suo turno e sarei stato lontano da lì anch’io.
Uscendo l’avevo visto lanciarmi un’occhiata come a intendere: ecco un altro uomo solo che chissà dove sta andando.
Ad averlo saputo, glielo avrei anche detto.

(Questo racconto è uscito anche su www.unonove.org)

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Una risposta a Catapulte

  1. lucypestifera ha detto:

    secondo me, mica ti apprezzano certuni, matteo: e me ne dispiace molto, perché 1. io che ti apprezzo me ne intendo, da’ retta 2. sarebbe bello condividere e il bello della tua scrittura e le idee che con TROPPA modestia esprimi in merito al raccontare 3. perché, infine, questo stato delle cose o stato dell’arte non fa intravvedere alcun cambiamento di rotta delle lettere, soprattutto patrie: fa intravvedere solo rotte: le scatole.

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