Best New American Voices 2010 e qualche domanda che mi faccio a riguardo.

Ci sono diverse maniere di guardare a questa nuova pubblicazione della serie Best New American Voices. La serie, giunta alla sua decima edizione, testimonia ancora una volta la grande vitalità delle scuole e dei corsi di scrittura creativa nordamericani e soprattutto la qualità della narrativa da questi prodotta.
Si può non essere d’accordo con l’approccio metodologico e coi programmi di creative writing (si avrà modo di parlarne anche nel proseguo di questo articolo) resta il fatto che essi siano divenuti una realtà effettiva del sistema educativo statunitense e canadese oramai da più di vent’anni, e costituiscano la spina dorsale di una produzione letteraria attiva e vibrante, in continua mutazione, ma sempre fedele al dettato fondamentale dell’aderenza alle trame della realtà.Le sedici storie brevi contenute in questo volume – scelte dagli editor residenti John Kulka (Harvard University) e Natalie Danford (scrittrice e critica) con l’aiuto del guest editor Dani Shapiro (scrittrice) – colpiscono per freschezza, intensità, e varietà d’espressione.
La formula è rinomata (almeno nel mondo anglosassone). Si tratta di short-stories selezionate tra centinaia di nominations proposte dai programmi di scrittura creativa (universitari e non) dell’anno precedente e radunate in un volume che ha l’ambizione di costituire un concentrato/anticipazione di quello che il futuro della letteratura nordamericana offrirà.
Due sono i meriti innegabili della serie Best New America Voices: il primo è quello di aver dato la possibilità ad aspiranti ed emergenti scrittori di presentarsi al grande pubblico (e in alcuni casi di diventare autori di successo); il secondo, a questo complementare, di aver permesso a milioni di lettori di conoscere in anteprima le cosiddette nuove voci del panorama letterario nordamericano. Con grande soddisfazione di entrambi. Non a caso la serie porta un sottotitolo dal forte appeal commerciale e linguistico: fresh fiction from the top writing programs.
Come fanno notare John Kulka e Natalie Danford nella prefazione, in questi ultimi dieci anni sono drasticamente cambiati i nostri modi di comprare e leggere libri (‘nostri’ nel senso di ‘americani’, da noi poco o nulla è cambiato, si continua a leggere col contagocce) ma è rimasto palpabile e vivo l’interesse del pubblico nei confronti delle storie brevi.
Dani Shapiro ha qui operato una selezione di grande impatto, che dimostra ancora una volta che mentre da più parti continuano a rullare i tamburi della “Fine della Letteratura” esistono ancora scrittori, soprattutto giovani scrittori, aspiranti scrittori, emergenti scrittori, che riempiono conferenze, scuole, università e corsi di creative writing. “Enrollment in graduate writing programs is at all-time high” fa notare la Shapiro, “applications to the writing conference I started in Italy just a few years ago have tripled since we began!”
Ora, in tutta sincerità, che il vertiginoso aumento di iscritti ai corsi di scrittura creativa significhi necessariamente qualità della conseguente produzione letteraria è qualcosa di cui il sottoscritto dubita seriamente. Sarebbe come sostenere che l’aumento di iscritti ai corsi di pittura (“settore in grande ascesa da più di dieci anni” mi dice una mia amica pittrice) abbia comportato un pari aumento di opere d’arte o di artisti di valore. Nulla di tutto ciò.
Nondimeno resta il dato inconfutabile e interessantissimo di un gran numero di persone che vogliono scrivere e che sono pronte a dare qualunque cosa – continua la Shapiro – “to expose themselves to the art and craft of fiction”.
Su questo non si può che concordare. Di più. Mi unisco nel sostenere, in totale controtendenza col rullare sempre più alto dei tamburi, che la Fine della Letteratura non è né vicina né tantomeno ipotizzabile.
Udite udite: finché ci sarà gente disposta a investirci tempo e risorse, finché ci si adopererà a nutrire e sostenere la cultura del leggere, continueremo a essere una specie vivente che desidera e che anzi ha bisogno di raccontarsi.
Ne costituiscono un’ennesima prova le storie contenute in questa raccolta.
Si tratta di short-stories di grande intensità emotiva e di forte tensione drammatica, nelle quali gli stili si mescolano ai diversi approcci (si racconta in prima o in terza persona, attraverso lettere, ricognizioni storiche, monologhi, fantasie, aneddoti e chi più ne ha più ne metta) ma in cui qualcosa resta sempre invariato: al cuore di ogni racconto c’è l’elemento umano, il senso della ricerca, la capacità di suscitare pensieri con ironia, con drammaticità, con prosa ora poetica, ora elettrizzante, ora sarcastica, ora coinvolgente, ora dimessa. Sono i rapporti umani, soprattutto familiari, a costituire il palpito vitale di ogni racconto. Padri-figli, madri-figli, genitori-figli e viceversa. Ma anche amicizie. Coppie. Relazioni stabili. O in crisi. O naufragate. O mai iniziate. O immaginate. O ricordate. E ancora: quel diritto alla felicità che costituisce l’anima della ricerca americana e che risulta sempre più difficile da trovare, in una società del benessere che ha generato malessere e dove le mete sono scomparse nel crollo delle direzioni.
Nello specifico incontriamo una coppia profondamente toccata dall’aborto in “Bethlem Is Full”, il silenzio di un matrimonio infelice in “Up High in the Air”, il viaggio di una figlia con una madre malata terminale di cancro in “Cape Town”, l’inizio di una possibile love story in “The Changing Station”, il declino di un uomo di mezza età in “Portrait of a Backup”, la storia di un’amicizia tra due immigrati nella San Francisco degli anni Trenta in “Save the I-Hotel”, la riscrittura del mito di Horus in “Horusville”, la ricostruzione di alcuni fatti risalenti alla Guerra Civile in “The Burning of Lawrence”, la lettera di un figlio al padre morto in “Some Thing I’ve Been Meaning to Ask You”, il tentativo di due uomini di rimediare ai propri errori in ”Lizard Man”, due ragazzine che incontrano per la prima volta la loro sorella in “Half Sister” e poi ancora e ancora. Un vedovo inconsolabile commette suicidio in “Flight”, il direttore di un cimitero vede la sua vita messa in discussione dall’incontro con un’aspirante suora in “Plato”. Troviamo un tagliente affresco dell’ambiente accademico di una piccola cittadina in “The Critic”, il giovane desiderio di fuga da una realtà opprimente in “Hero”, la difficile lealtà di un figlio verso il proprio padre in “Intermodal”.
Quello che queste storie (sedici in tutto) sembrano dire, in maniera talvolta molto differente, è che in un epoca senza più misteri resta il mistero di come relazionarsi gli uni agli altri.
L’apparente fine degli –ismi (l’ultimo, il consumismo ha mostrato la sua incapacità di assicurarci un futuro a corto, medio e lungo termine) potrebbe costituire in questo senso anche una di quelle chance uniche e irripetibili che di tanto in tanto la Storia offre all’Umanità per ripensarsi e riprovare a comprendersi.
In questo senso, a mio parere, il vero capolavoro di questa raccolta non è tanto da ricercarsi nei singoli racconti (alcuni mi sono piaciuti moltissimo, altri per niente) quanto nel melting pot da cui provengono.
Università, college, istituti culturali, corsi, classi, conferenze: parrebbe di poter dire che la letteratura americana (soprav)vive perché c’è ancora chi crede e investe in lei.
I contributi selezionati provengono (ne cito solamente alcuni tanto per farvi un’idea) dalle Università e dai programmi di creative writing delle Facoltà della Columbia, dell’Ohio, dell’Illinois, del Nebraska, della Florida, del Mississippi, del Texas, del Kansas, di Sacramento, di Boston, del Colorado, della Georgia, della Lousiana, del Minnesota, del New Mexico, della Pennsylvania, di San Francisco, di Stanford, dell’Alabama, dell’Arizona, dell’Arkansas, di Baltimora, di Cincinnati, di Denver, di New Orleans, del New Hampshire, dell’Oregon, del South Carolina, del Tennessie, di Austin, della Virginia, di Washington, del West Virginia, del Wisconsin, di Calgary, di Baltimore, del Nevada, dello Wyoming, e poi dai college del Vermont, di Saint Mary e di Mills California, di Manhattanville, di Humber Toronto, di Hunter New York, di Emerson Boston, e ancora conferenze e programmi di creative writing quali il Bread Loaf Writers, il Backspace Writer, il John Hopkins Writing programs, il Loft Literary Center, il Seawanee Writers Conference, il Sirenland Writers Conference, il Taos Summer Writers Conference…, un profluvio di corsi, incontri, approfondimenti, insegnamenti, programmi, studenti. In una parola “possibilità”. Di confronto, di ricerca, di crescita, di studio.
Ora. Si può dire (in molti lo fanno e non hanno tutti i torti) che anche il creative writing sia divenuto un business (in perfetta tradizione americana) e che quindi stia nuocendo alla lettertura più che esserle di giovamento;
Si può (spesso a ragione) non essere d’accordo col proliferare dei programmi di scrittura creativa;
Si può sostenere (lo faccio anch’io) che l’insegnamento diciamo così “istituzionalizzato e diffuso” della scrittura creativa abbia in qualche maniera prodotto alcuni scrittori di qualità, certo, ma anche altri, molti altri, identici l’uno al successivo, tutta tecnica e poca empatia (d’altra parte lo dichiarano gli insegnanti stessi: il talento si affina, non si impara);
Si può concordare (mi associo) che “non c’è scrittura senza sangue” (intendendo per questo sofferenza) e il sangue è un’altra di quelle cose che non si possono insegnare;
E si può anche convenire che “non si racconta la vita se prima non la si vive” e che “la sensibilità la si può migliorare – o la si può risvegliare – difficilmente la si crea”.
Tutto vero, d’accordo.
Eppure questo melting pot d’oltreoceano, questo gigantesco magma creativo, questo sostrato impressionante di nomi, di università, di college, di programmi, di conferenze e di corsi, mi pare costituisca non tanto e non solo una formidabile fucina d’apprendistato ed elaborazione, quanto piuttosto e soprattutto una fantastica e inconfutabile prova di believe.
Un Credo.
E malgrado resti convinto che scrittori si nasca prima ancora che diventarlo – e nonostante continui a imbattermi in persone che sono divenute qualcosa che in realtà non sono – mi pare che questa sia la lezione che si debba davvero ricavare dalla lettura di Best New American Voices 2010.
Ovvero che in una maniera o nell’altra, oggi, le scuole e i programmi di scrittura creativa sembrano saper dare un contributo enorme al mantenimento (e in alcuni casi alla rinascita) della produzione letteraria di un Paese.
Mi domando allora quanto ci si possa davvero lamentare da noi.
Mi chiedo quanto si possa davvero insistere sulla mancanza di grandi raccolti quando si continua ad avere così scarsa fiducia nella semina.
In questi tempi non è difficile imbattersi in dichiarazioni come quelle che l’Italia non produca la letteratura che potrebbe o che vorrebbe; che continuiamo a cercare un grande romanziere che stenta ad arrivare; che forse anche per questo il romanzo italiano (e c’è chi addirittura dice anche la produzione di storie brevi, o racconti, o novelle) non sia all’altezza di quanto pubblicato all’estero o di quanto noi stessi producevamo nel secolo scorso.
Si può essere d’accordo come no. Molti sono a mio parere gli elementi che in verità indicano il contrario.
Nondimeno, se è vero che negli ultimi anni anche da noi sono sorte sempre più numerose scuole e corsi di “scrittura creativa” (quasi tutte di qualità devo dire), è anche vero che nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a realtà a pagamento. Capiamoci, la professionalità deve essere retribuita, e va dato merito a molte di queste scuole di aver creato interesse, scoperto talenti, smosso in qualche maniera l’italico immobilismo. Resta il fatto che se nelle scuole di scrittura creativa i corsi costano, nelle Università italiane stentano a decollare (o addirittura non esistono).
Mi domando, a fronte della pluralità e della varietà di voci provenienti da oltreoceano, se ci aspettiamo che i nostri scrittori di domani possano permettersi 500 euro di corso base, o se continuiamo a cullarci nell’idea che crescano miracolosamente dalla strada.
Mi domando se tanta omologazione che molti trovano nella produzione mainstream nostrana derivi anche dal fatto che manca una differenziazione sociale di partenza, ovvero che soltanto chi possa permettersi di imparare a scrivere in effetti lo faccia, e che quindi anche scrivere e non solo leggere sia divenuto un privilegio, un’espressione sempre più limitata di una nicchia sociale, una voce che sa farsi ascoltare solamente da quei pochi che parlano la medesima lingua.
Mi domando allora se non sia il caso che nell’Italia del 2011 uno studente di una Facoltà – diciamo ad esempio Lettere – abbia la possibilità non solo di studiare la Storia della Letteratura, ma anche di provare a contribuire a farla andare avanti. Ovvero d’imparare a scrivere.
E qui mi fermo, che sento già risuonare altri tamburi.
Resta il dubbio di chi (come me) teme che queste domande non trovino risposta. E che anzi finiscano ancora una volta per svaporare nell’interminabile disputa tra fautori della scrittura creativa e loro denigratori, mentre il melting pot su cui anche noi stiamo camminando rischia di trasformarsi nuovamente in brodaglia.
Eccoli, i tamburi.
Tum tum tum tum tum tum tum tum tum…

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7 risposte a Best New American Voices 2010 e qualche domanda che mi faccio a riguardo.

  1. AndrSci ha detto:

    Sollevi un problema molto serio.
    Da un lato, come diceva Totò, non puoi essere un artista se non hai sofferto la fame.
    Dall’altro, se proprio dobbiamo insegnare a qualcuno le tecniche, non vale la pena di insegnarle per l’appunto a chi può permettersi di pagare il nostro insegnamento?
    (sto partendo ovviamente dal presupposto che se già a nessuno interessa investire soldi pubblici per l’istruzione anche in campi che hanno un’utilità pratica, figuriamoci nel campo della creatività artistica).

    Forse la letteratura sta vivendo oggi quello che la filosofia ha vissuto all’epoca dei sofisti ad Atene: emerge una nuova classe dirigente, la borghesia; vuole poter esercitare il potere, pur senza averne il diritto di sangue; e allora saltano fuori i “maestri” che educano i rampolli dell’alta società insegnando loro, dell’intera filosofia, quello di cui hanno realmente bisogno, le tecniche del parlare in pubblico, del convincere la gente in assemblea. Nasce la generazione dei pensatori che può dimostrare qualsiasi cosa, anche che nulla esiste.
    In Italia la borghesia commerciale non ha nessun bisogno di legittimarsi così, si è fusa con la nobiltà latifondista e continua a governare con il latifondo (tener bloccate le risorse, evitare che producano al meglio, perché la tua supremazia economica non nasce dalla produzione ma dal controllare i pochi che possono lavorare). E quindi non ha bisogno nemmeno di nuove generazioni di gente che sa scrivere. Non credi?

  2. matteotelara ha detto:

    Il paragone con l’epoca dei sofisti è interessante e pieno di spunti.
    Non concordo troppo con l’approccio “maestri” che saltano fuori a educare i rampolli dell’alta società. (Io non ho nulla contro le scuole di scrittura creativa, sia chiaro, né con chi vi insegna. Anzi, ne riconosco i meriti. Ce ne vorrebbero.)
    Il problema sorge nel momento in cui una buona parte della società non può avere accesso a certi settori, chiamiamoli così, della produzione culturale di un Paese. E su questo punto concordo con te.
    Non avremo né pluralità d’approcci, né profondità di vedute, né vitalità di produzione (e di consumo, perdonami la parola) finché il diritto a divenire quel che si è non sarà riconosciuto a tutti.
    Se l’assenza di tutto questo sia da ricondurre alla ‘borghesia commerciale’ in tutta onestà non lo so, probabilmente è così, bisognerebbe approfondire (in fin dei conti è dalla borghesia che sono usciti la maggior parte dei nostri scrittori, anche nel secolo scorso). Quello che so, per semplificare un po’ i termini, è che essendo in Italia la ‘cultura’ una questione d’elite o di perdigiorno (me ne accorgo anche dalla maniera in cui vengo guardato quando mi porto un libro al mare, tanto per essere chiari) o si è gli uni o si è gli altri.
    O ancora, come il sottoscritto, si sta nel mezzo. In un qualcosa che non è nulla. In una terra di nessuno che nessuno, appunto, riconosce.
    E dove da potenziale melting plot (mi ripeto) ci si convince giorno dopo giorno d’essere brodaglia.
    Che dici, forse dovrei proprio ribattezzarlo così questo blog:
    cronache dalla brodaglia.
    Grazie del commento.

  3. Silvia Pareschi ha detto:

    Ottimo articolo, complimenti! Qualche anno fa scrissi anch’io un articolo sullo stesso argomento. Se vuoi lo trovi qui: http://ninehoursofseparation.blogspot.com/2011/02/la-via-americana-alla-formazione-dei.html

    • matteotelara ha detto:

      Gentile Silvia, che piacere ricevere questo commento. Per una curiosa coincidenza, giusto poche settimane fa stavo leggendo l’intervista che ti è stata fatta su Minima & Moralia e intanto pensavo a quale incredibile esperienza debba essere lavorare coi/sui libri di Franzen.
      Grazie anche del link al tuo articolo. Mi ha chiarito molti aspetti che non conoscevo.

  4. AndrSci ha detto:

    Hai scritto:
    Non concordo troppo con l’approccio “maestri” che saltano fuori a educare i rampolli dell’alta società. (Io non ho nulla contro le scuole di scrittura creativa, sia chiaro, né con chi vi insegna. Anzi, ne riconosco i meriti. Ce ne vorrebbero.)

    Solo per precisione: anch’io non ho nulla, ne riconosco i meriti. Ma, come dici tu, il problema è aver accesso a certi settori.
    Poi, il caso particolare dell’Italia è che quei settori sono non interessano granché. O meglio, interessano, come dici tu, le elites o i nullafacenti, mentre negli States o in altri contesti (che però conosco solo in maniera indiretta) l’impressione è che interessino non elites o nullafacenti, ma proprio elites di nullafacenti (a certi livelli e senza voler generalizzare, è ovvio). Si capisce la differenza? Gente che ha il tempo e i soldi per dedicarsi a questa cosa che è quasi uno status symbol. Da noi è uno status symbol al contrario, ti qualifica in negativo.

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