Croce del Sud (versione sotto le duemila parole)

Chris uscì dall’acqua e risalì la spiaggia, e dopo aver sistemato la tavola da surf tra i fili d’erba che crescevano su una delle dune si andò a sedere di fianco alla coppia.
“Dobbiamo aspettare che la marea ricominci a salire e diventerà un pomeriggio memorabile” disse indossando gli occhiali da sole.
Fuori il point era poco affollato. La qualità delle onde era rimasta costante per tutta la mattinata e la spiaggia, all’inizio piuttosto affollata, si era andata costantemente svuotando.
“È già memorabile” disse la ragazza. Si appoggiò sui gomiti tirandosi su dall’asciugamano e inclinò la testa all’indietro.
Lui prese una rivista dallo zaino e la posò davanti a sé, ma senza dare l’impressione di volerla davvero sfogliare. “Questi posti sono sempre poco frequentati” disse, “soprattutto oggi che sono andati tutti a vedere la balena.”
La ragazza allora smise di dondolarsi con la testa nell’aria, e per un istante parve indecisa su cosa dire, e il ragazzo che le era sdraiato accanto e che fino a quel momento sembrava stesse dormendo si sollevò sugli avambracci.
“Ho sentito due surfisti parlarne giusto dopo che sei uscito dall’acqua tu” riprese Chris guardandolo. Raddrizzò il busto, un braccio disteso sul ginocchio piegato. “A un paio di chilometri da qui, la prima baia che si incontra guidando verso sud, cinque minuti in macchina. Ricordi dove ti ho portato a fare surf ieri mattina? La spiaggia non è un granché, ma le onde…” Tacque un istante. “Pare che una balena sia finita sulle rocce e stia morendo.”
“Mio dio” mormorò la ragazza. Tirò fuori dalla borsa un pacchetto di sigarette e si mise a cercare l’accendino.
“Dobbiamo andare anche noi” disse il ragazzo.
“Non c’è nulla che possiamo fare.”
“Saremo tre persone in più a dare una mano.”
“Tre persone in più a guardarla morire intendi” disse Chris. “Quando una balena finisce sulle rocce non ci sono vie d’uscita. È triste, ma è così.” Aprì la rivista e si fermò sull’immagine di un’onda gigantesca, alla cui base si riconosceva la silhouette di un surfista. La didascalia sotto la foto diceva DA QUALCHE PARTE NEL PACIFICO. “Vanno a spiaggiarsi anche in branchi alle volte” riprese poi, quasi sovrappensiero, “è come se cercassero il suicidio. Ma nessuno ne conosce la ragione. Sono anni che gli scienziati cercano di capirlo.”
“Dobbiamo comunque andare” insistette il ragazzo.
“C’è già pieno di gente. È meglio lasciarla in pace.”
“La penso anch’io così” disse la ragazza. Fece cadere la cenere di lato all’asciugamano e si portò le gambe al petto. “Amore” aggiunse voltandosi verso il ragazzo, “non me la sento di andare a vedere una cosa del genere.”
Il ragazzo allora non disse nulla. Piegò la testa tra le ginocchia, chiuse gli occhi, e cercò di visualizzare la scena.
“Se però per te è così importante allora andiamo” sentì che la ragazza stava ricominciando a dire. “Ma non per fare fotografie, non voglio andare a fotografare una cosa così bella mentre muore…”
Il ragazzo continuò a non aggiungere nulla. Sollevò lo sguardo fino a incontrare le smagliature del cielo sopra il ciglio dell’oceano e “nessuno ha mai detto niente del genere” mormorò. Ma sapeva, dicendolo, d’averlo pensato.

Erano andati in Australia in vacanza. L’avevano chiamata: una pausa di riflessione. Un tentativo di rimettere a fuoco le cose. Di capire cosa volevano l’uno dall’altra.
Non erano sposati ma avrebbero potuto esserlo. Non avevano avuto figli ma avrebbero potuto averne. Convivevano. Questo rispondevano a chi lo domandava, per scelta naturalmente.
La prima notte l’avevano trascorsa a Sydney, rintanati sul balcone dell’hotel coi calici di champagne in mano e l’ossessivo luccichio dei grattacieli attorno. Nei giorni seguenti erano andati all’Opera House. Avevano cenato nei ristoranti del Darling Harbour. Avevano visitato il Museo di Storia Naturale. E il fine settimana, mentre giravano tra le bancherelle del mercatino di Pannington, erano rimasti per un lungo istante in silenzio, l’uno di fianco all’altra, davanti alla scritta “vendesi” affissa sulla porta d’ingresso di una casa.
La seconda settimana avevano affittato un’auto e avevano risalito la costa fino a raggiungere i margini della Sunshine Coast. A Byron Bay lui aveva surfato tra i delfini e lei aveva scattato fotografie. Avevano fatto l’amore in spiaggia, di notte, una quinta sterminata di stelle e di pianeti a premere sulle loro spalle. Poi avevano raggiunto la casa di Chris.
E lì avevano passato gli ultimi quattro giorni, tra spiagge isolate e interminabili notti in veranda, davanti a un fuoco acceso, a chiacchierare e bere birra mentre i resti della cena si raffreddavano con lentezza nei loro piatti.
“Questo posto è il paradiso” aveva detto il ragazzo allo scadere della seconda sera.
“Lo è” aveva risposto Chris.
“Dovremmo trasferirci anche noi a vivere qui” aveva continuato il ragazzo.
“Dovreste.”
“Dovremmo.”
Il cane del vicino aveva abbaiato, la ragazza si era appisolata, una lepre era sbucata d’improvviso dalla siepe sul muro di cinta e aveva attraversato di gran lena il giardino.
“Da un’oscurità all’altra” aveva mormorato il ragazzo osservandola.

“L’avevo detto che sarebbe diventato un pomeriggio memorabile” disse Chris camminando verso la duna dove aveva appoggiato la tavola da surf un paio d’ore prima. “Non potevate desiderare di meglio per concludere la vostra visita.”
All’alba, il mattino successivo, il ragazzo e la ragazza sarebbero andati sulla Grande Barriera Corallina, per un giorno di snorkling prima del loro rientro definitivo in Italia.
“Quando la marea sale e il sole va giù” continuò Chris cominciando a spalmare paraffina sulla tavola, “questo luogo diviene unico al mondo.”
Il ragazzo aspettò che l’altro finisse, poi si fece passare la cera e cominciò a sua volta a spalmarla.
“Vuoi sapere una cosa?” disse Chris. “La rivista di surf che stavo sfogliando prima, quella con su scritto DA QUALCHE PARTE NEL PACIFICO, hai in mente?”
L’altro annuì.
“Non è da qualche parte nel pacifico.”
Si misero le tavole sotto il braccio e si avviarono verso il bagnoasciuga.
“Il tizio della foto lo conosco” continuò Chris, “andavamo a scuola insieme. Poi, negli anni, ci siamo persi di vista. Finché l’altro giorno stavo navigando in internet e per caso l’ho beccato. Guarda tu le coincidenze mi sono detto.”
Raggiunsero la riva e si legarono i laccetti delle tavole alle caviglie. Cominciarono a camminare con calma nell’acqua.
“Mi ha confidato che la foto è stata scattata nell’Oceano Indiano, poco fuori Perth. Sulla rivista hanno scritto ‘Pacifico’ perché non vogliono che la gente lo sappia. Non vogliono che decine di persone cominciano a fare avanti e indietro sulla costa di Perth a cercarla. È un secret spot.”
L’altro teneva i bordi della tavola stretti tra le mani e intanto continuava a muoversi contro la corrente.
“Poi mi è venuto da chiedermi: ma perché venirmelo a dire? Se vuoi mantenere un luogo segreto non vai a rivelarlo al primo che becchi in internet…”
L’acqua aveva raggiunto i loro fianchi, sentivano la schiuma forte abbastanza da ricacciarli indietro.
“… e allora ho capito che quell’onda non è neppure a Perth. Non è là, come non era sul Pacifico. La verità è che non importa dove si trova, quello che importa è che la gente continui a domandarselo.”
Si misero a remare verso il largo, e più si allontanavano dalla costa e più le onde salivano d’intensità.
“Finché cominci a chiederti se un luogo del genere davvero esiste” urlò Chris sopra il frastuono crescente dell’oceano. “E magari quando credi d’averlo trovato arriva qualcuno che te ne fa vedere un altro. Distanziamoci un po’ adesso” disse facendogli un cenno con la mano, “meglio non stare troppo vicini.”
Avevano quasi raggiunto il point.
“Forse è proprio così allora,” gridò prima di deviare con decisione verso sinistra, “non importa mica dove sei… la vita è sempre da qualche altra parte.”
Finirono di remare chiusi in due mutismi differenti, e una volta al largo si voltarono e videro che la ragazza era distantissima e immobile, a osservarli da riva. Teneva una mano sollevata sulla fronte per proteggersi dal taglio del tramonto e stringeva nell’altra la macchina fotografica.
Quella sera, mentre stancamente bevevano birra sotto l’occhio silenzioso della Croce del Sud, Chris si mise a raccontare della volta in cui, durante un’immersione nella Barriera Corallina, si era andato a sporgere sul bordo esterno di un crepaccio sommerso: uno strapiombo oltre il quale non si vedeva altro che il buio senza fine degli abissi. Aveva guardato giù allora, aggrappato al corallo come al tendaggio di un teatro, e nell’attesa piena di vuoto aveva visto un’ombra scura e affilata, più scura e affilata del fondo dal quale stava emergendo, nuotare con decisione verso di lui come a volerlo afferrare e poi d’un tratto dissolversi nell’acqua. “Così” disse soffiandosi tra le dita della mano.
La ragazza si strinse al petto del ragazzo e rabbrividì. “Vado a prendere un altro paio di birre” disse Chris alzandosi. E passandogli accanto bisbigliò “questa è la maniera in cui da queste parti ci facciamo abbracciare più forte dalle donne, con una storia di paura.”
La coppia rimase sull’amaca, allora. Senza guardarsi. Senza parlare. Un ripieno di grilli e fruscii a calare loro addosso.
“Non riesco più a togliermela dalla testa” mormorò la ragazza a quel punto. “Ci stai pensando anche te?”
Alcune ore prima, mentre al largo prendevano le ultime onde della giornata, Chris aveva chiesto a un surfista appena entrato in acqua se sapeva qualcosa della balena.
“È ancora là” aveva risposto quello, “in agonia. Un team di veterinari è arrivato apposta da Brisbane per farle un’iniezione e ucciderla. La taglieranno in tre pezzi e la trasporteranno a Sydney per essere esposta da qualche parte.”
E al ragazzo era venuto da pensare che se mai fossero tornati a Sydney anche loro, un giorno, nel futuro, allora avrebbero potuto finalmente vederla: a pendere muta e lucida come una melanzana rigonfia dal soffitto di qualche sala del Museo di Storia Naturale.
Quell’immagine gli era affondata nella mente e da lì non si era più mossa.
“Stai pensando alla balena anche tu?” chiese di nuovo la ragazza al compagno, mentre Chris riappariva sulla veranda con una confezione di birre in mano.
“No” rispose lui mentendo.

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Una risposta a Croce del Sud (versione sotto le duemila parole)

  1. Versione compattata, sì, probabilmente la preferisco.
    Ciao, Matteo, fermarmi da te è sempre ristoro.
    Grazie.
    c.

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