Passerà? (Cartolina di fine estate dal 1899)

È considerata «l’opera più vasta e complessa di Luigi Pirandello» (Spinazzola) e insieme una delle sue creazioni meno riuscite, per via di una presunta rappresentazione troppo bozzettistica di tipi e ambienti e di un troppo accentuato indulgere melodrammatico sulle tematiche. Eppure, a quasi cento anni dalla sua pubblicazione (uscì ufficialmente in volume nel 1913 ma fu probabilmente scritta sul finire dell’Ottocento) I vecchi e i giovani non smette di raccontare l’Italia agli Italiani, e di costituire un sorprendente liquido di contrasto in cui intingere la cartina di tornasole della nostra società.
Problema è che a mettere la cartina di tornasole di oggi accanto a quella di cento anni fa, si continui a non riuscire a distinguere alcuna differenza.
L’Italia descritta da Pirandello agli inizi del secolo scorso assomiglia così ferocemente a quella di oggi da far venir voglia di prendere vent’anni di fascismo, due guerre mondiali, la lotta partigiana, quella per i diritti, quella alla mafia, mani pulite, quattro mondiali (vinti) di calcio, l’avvento della Repubblica, l’entrata nella moneta unica e chi più ne ha più ne metta e buttarle nell’ennesima discarica abusiva della nostra Storia.

Verrebbe poi voglia di ricominciare a rifletterci davvero, sul significato e sul ruolo di questa parola: La Storia.
Nell’anno della celebrazione dei centocinquant’anni d’Unità d’Italia lo Stato italiano ha rischiato la bancarotta e il ‘commissariamento’ da parte dell’autorità europea, e sono molte, moltissime le voci in Nord Europa che chiedono la separzione (perlomeno politico-economica) del nostro Paese (insieme a Grecia e Spagna) dal resto del continente.
Si è fatto sempre un gran parlare di quale sia il valore di un romanzo in rapporto all’epoca che l’ha prodotto e a quelle successive. È opinione diffusa che più una storia sia strettamente connessa alle vicende dell’attualità che l’ha prodotta e più velocemente sia destinata a invecchiare, ovvero che più un romanzo si leghi ai fatti concreti e agli scandali del ‘qui e adesso’ e meno finisca per significare domani.
I vecchi e i giovani pare in questo senso costituire un’ennesima conferma dell’atipicità italiana, anche letteraria, per il suo potere di far parlare degli scandali e dei malumori di ieri come se si stesse parlando di quelli di oggi, il tutto facendo riferimento non tanto a una qualche universale atemporalità dei sentimenti o delle pulsioni umane, quanto alla particolarità tutta nostrana di questo o di quello scandalo, di questa o di quell’inchiesta, di questo o di quell’episodio di malgoverno, di corruzione, di nepotismo, di sfiducia nel senso e nel valore di un’istituzione.
Pirandello descrive l’Italia all’indomani dello scandalo finanziario della Banca Romana (1893) mettendo in scena una società dalle speranze e dagli ideali (soprattutto risorgimentali) delusi: una popolazione stanca e disincantata preda di una classe dirigente inetta e arrogante, chiusa nei suoi privilegi e nella propria presunzione d’onnipotenza e intoccabilità. Ne viene fuori un Paese che si sta costruendo sul principio del nepotismo, della corsa alla poltrona, delle trame meschine, dei legami tra politica e criminalità, della corruzione, del malgoverno sia di destra che di sinistra, e (qui cito sua oracolarità La Rete, tanto finirei per dire le stesse cose) “delle mafie, dei gruppi di pressione, dell’affarismo, del potere economico che condiziona pesantemente quello politico, del parassitismo, dei fessi che lavorano mentre i furbi campano agiatamente sul lavoro degli altri”.
Salinari, a tal proposito, parla di tre “fallimenti collettivi” (quello del Risorgimento, come moto generale di rinnovamento del nostro paese; quello dell’unità, come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate; e quello del socialismo) a cui si uniscono i tanti “fallimenti individuali” (soprattutto “dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del malgoverno dei giovani…”).
È la fine dell’Ottocento, i festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia così come la crisi odierna sono ancora lontani, eppure Pirandello dice:
Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l’aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso chiunque si levasse a gridarle contro.
E ancora:
Mangia il Governo, mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l’ingegnere e il sorvegliante… Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?
O infine
Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi, lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà… passerà… passerà…

Intanto un’altra generazione senza illusioni si prepara ad affrontare un altro presente senza speranza.
E poi, davvero, passerà?

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