Quel tutto accanto al nostro nulla.

Suona strano in un’epoca di consumismo narrativo spesso privo di reali connessioni col reale (soprattutto quando si dichiara il contrario) sostenere con entusiasmo l’uscita di una raccolta di fiabe. E ancora più strano (nonché piacevolmente spiazzante) è realizzare quanto siano le storie dalle terre del ‘C’era una volta’ più che quelle dall’’adesso e in questo luogo’ a raccontarci la verità sui nuclei irrisolti del nostro quotidiano.
È risaputo che le fiabe sono nate da antenati mitici che stendevano le gambe nelle profondità paludose del nostro inconscio (negli ‘archetipi’, direbbero alcuni) e che nel tempo si sono colorate del folklore e delle connotazioni storiche dei vari luoghi di provenienza (legandosi a quella tradizione orale che in certi periodi della Storia ne ha assicurato la sopravvivenza… grazie a dio). Quello di cui però spesso ci dimentichiamo è che ciò che le ha caratterizzate maggiormente, separandole ad esempio dai cugini della favola, è sempre stata un’idea di indeterminatezza che determina, d’inverosimiglianza che è verisimile, di reiterazione che non stufa, di lieto fine che non disturba, di morale che non costringe e di manicheismo che non banalizza.
Potremmo forse desiderare altro da una storia?
Lo ammetto. Mosso dal dubbio moderno e fuorviante che le fiabe siano racconti per bambini, mi sono avvicinato a questa raccolta con l’esitazione di un adulto che prende in mano un giocattolo per figli con la testa tra le nuvole. Ma è bastata la lettura della prima storia a ripulirmi da pregiudizi e false opinioni, facendomi ricordare come le fiabe in realtà siano nate e siano poi cresciute soprattutto grazie al nutrimento di un pubblico adulto ancora disposto ad ascoltare.
L’editore Senzapatria ha qui messo insieme un libro salvifico e coraggioso (i proventi della vendita, tra l’altro, andranno devoluti all’organizzazione umanitaria per bambini Nutriaid), un libro che già in quel titolo, “C’era (quasi) una volta”, ci porta nella terra di mezzo che tutto contiene, ovvero nel territorio dimenticato da cui sempre attinge la tradizione della fiaba. “Una raccolta di fiabe che in realtà sono diventate quasi fiabe” dice nell’introduzione, con intelligenza e semplicità, Marino Magliani (artefice insieme a Carlo Cannella di questa pubblicazione) a ricordarci, accennandolo senza tanti proclami, che nella ‘quasi’ fiaba della vita non c’è nulla di meglio di una storia che sappia ancora dire “c’era una volta una fiaba che era una quasi fiaba.”
La nostra storia, praticamente. Praticamente la storia di ognuno di noi.
Ma le ragioni di quel ‘quasi’, a mio parere, stanno anche in un legame col reale che viene qui cercato sia a livello geografico (i tanti luoghi della nostra bella Italia) sia a quello più complesso del culturale e del sociale.
Ecco allora ventisei storie di autori differenti, accompagnate dalle suggestive illustrazioni di Marco D’Aponte, nelle quali riscopriamo integre e riaggiornate tutte le tematiche della fiaba classica, e insieme i luoghi reali e concreti (a loro volta reimmaginati e reinterpretati) di chi ha scritto e di chi legge. Acutamente e con discrezione, infatti, il finale di ogni fiaba è seguito da una nota riguardante il luogo in cui la fiaba stessa si è appena svolta, come a ribadire senza gridarlo che siamo noi quelli di cui in realtà si sta qui parlando.
È un carosello di località e scenari, piccoli, grandi, famosi, sconosciuti (Roma, Genova, L’Aquila, Bologna, Matera, Lucca, Pozzuoli e poi di borghi medievali quali San Niccolò, Dronero, Alatri, e di regioni come l’Emilia Romagna, la Valle d’Aosta, la Calabria, la Sicilia la Sardegna…), uno straripare di luoghi e ambientazioni, un carnevale di riferimenti (dalle isole Eolie alla Barbagia) che anche e solo nel loro semplice succedersi stordiscono ed entusiasmano, ricordandoci l’abbondanza di un Paese (l’Italia) che a saperlo governare avrebbe ancora ricchezza e risorse, e vitalità e senso della memoria, per nutrire chissà quante generazioni nei secoli a venire.
Le storie poi sono piene di cose, d’illuminazioni, di draghi, di montagne, d’orchi, di streghe, di gnomi, d’api, di gatti, di formiche, ma anche d’acrobati, di cinesi, di marinai, di geometri, e ancora di oggetti magici e pescispada, ma anche d’astronomi, di  computer e addirittura di playstation.
Un universo così simile al nostro, insomma, e al tempo stesso così straordinariamente indipendente da lasciare sorpresi, specie nell’istante in cui ci rendiamo conto di ‘quanto’ e di ‘cosa’ sia ancora possibile ritrovare non solo dentro un libro ma anche e soprattutto sotto casa.
E poi i nomi: Coriandolina, Civitella, Cuoricino, ma anche Giulia, Saverio, Lugi, Gabriella, Marco, Gloria, Beatrice, Sara, perché ancora una volta è di noi che si parla, anche quando si racconta d’altro.
“Ogni fiaba” scrive Propp nel suo controverso Le radici storiche dei racconti di fiabe, “aveva un proprio senso in un ‘rito d’iniziazione’ che è poi andato perso.”
Oggi che di iniziazioni non ce ne sono più, mi pare che un libro di fiabe possa ricominciare a consegnarci quello di cui maggiormente sembriamo avere bisogno: un’iniziazione al quotidiano.
Dice Leopardi nello Zibaldone (e la quarta di copertina di questo “C’era (quasi) una volta” non si dimentica di ricordarcelo): “i fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto.”
Non è per tornare bambini che si deve leggere un libro di fiabe (e questo in particolare), ma per ricominciare a dare un senso a quel ‘tutto’ accanto a questo nostro devastante ‘nulla’.
Altro da aggiungere davvero non c’è. Tranne un invito:
leggete, regalate, divulgate.

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3 risposte a Quel tutto accanto al nostro nulla.

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Che bello, Matteo, grazie! Ora lo posto su feisbuc.

  2. marta ha detto:

    Ehi Mattiu! Sempre generoso!
    (Non nel senso che il libro è brutto, neh! :-))

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