2012

L’anno in cui tutto finirà, l’anno della possibile Fine del Mondo è dunque arrivato.
Della cosa, anche se in maniera e con prospettive differenti mi sono già occupato in altri articoli (qui, qui e qui) e la ragione per cui oggi ne torno brevemente a parlare è chiudere per quanto possibile un cerchio e prepararsi a (soprav)vivere all’interno o all’esterno di quello che seguirà.
Il senso della fine, di cui per secoli ci eravamo quasi dimenticati, e che dall’inizio del Novecento ha lentamente cominciato a rosicchiare la base dei pilastri del Pensiero Occidentale (e del Mondo di cui tale Pensiero credeva d’essere l’unico rappresentante), ha finalmente raggiunto gli alti piani delle torri, dopo aver a lungo bazzicato i bassifondi.
La cosiddetta “profezia del 2012” è oramai risaputa (e qui cito l’Oracolo, ovvero Internet, e una delle sue voci più controverse, ovvero Wikipedia): trattasi della credenza che “si verificherà un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato, una qualche radicale trasformazione dell’umanità in senso spirituale, oppure la fine del mondo.”
Su quali basi e con quali intenzioni tale ‘profezia’ sia stata elaborata e il fatto che eventi di proporzioni planetarie si siano già verificati negli ultimi dieci anni (dalle Torri Gemelle ai conflitti in Afghanistan e Iraq, dalle catastrofi naturali a quelle nucleari) hanno qui importanza relativa. Quello che conta è piuttosto il processo a lungo termine che ha determinato tale credenza e il fatto che oggi, in una maniera o nell’altra, questo senso d’insicurezza e precarietà sia presente più o meno ovunque nel Pianeta, anche se non ovunque uniformemente riconosciuto.
All’instabilità dei mercati finanziari, allo spostamento del baricentro del mondo ad Oriente, alle guerre, alle rivendicazioni militari e all’instabilità politica di molti paesi e del mondo in genere, si aggiunge la pressione sempre più evidente delle masse, lo svelamento di un processo produttivo divenuto oramai insostenibile, e l’acuirsi delle tensioni e delle differenze sociali interne alle nazioni e al pianeta.
Tali elementi, se pur preoccupanti, hanno anche comportato una rinnovata consapevolezza nelle masse del proprio potere, e negli individui del proprio dovere.
‘Potere’ delle masse e ‘dovere’ degli individui, non disgiunti ma inevitabilmente interconnessi, sono forse le due componenti più significative sulle quali il torchio della Storia ha ruotato oggi i suoi ingranaggi, portandoci sul principio di questo 2012 con una percezione del Tempo (tic tac, “time keeps on ticking” dicono i Kora) che forse è più forte adesso di quanto lo fosse allo scadere del 1999.
Non starò a menare troppo il can per l’aia (soprattutto considerando che tale espressione potrebbe addirittura non sopravvivere alla fine di questo secolo): il mio giudizio sulle cose e il nocciolo del mio scrivere (fiction e non) hanno sempre a che vedere con ciò che percepisco attorno a me, e ciò che ho percepito, questo capodanno, è stato un senso di stanchezza e di spaesamento, accompagnati da una necessità di ricostruzione, ovvero un senso di fine dietro al quale si allunga l’ombra ancora inquietantemente indistinta di un inizio.
Non credo che il 2012 segnerà la fine del mondo in cui viviamo.
Credo però che potrebbe davvero e ulteriormente cambiare il mondo come lo conosciamo.
I segnali sono in movimento da tempo, non solo nell’economia e nella finanza (questi mostri a corpo unico, le cui due teste stanno cercando da anni di divorarsi a vicenda) ma anche in quello della politica, della cultura e della società, intendendo con questo i governi, i sistemi di potere, lo spettacolo, l’informazione, l’intrattenimento, le problematiche di salute, quelle alimentari e quelle legate alla crescente sovrappopolazione di molte aree del pianeta.
L’armageddon che in molti temono scenderà da un varco dello spazio (e chissà che alla fine non sia davvero così) potrebbe invece risalire dal buco del coniglio che ci si è aperto dentro: nel rituale privo di rito del quotidiano planetario, nel rinnovato vassallaggio delle masse, nella confusione di un’umanità che tutto credeva d’aver detto, ma che oggi pare essersi accorta di non aver ancora detto molto e, soprattutto, di non sapere molto su cosa ancora possa dire.
Tra le arti l’ultima, la Settima, il Cinema, sembra aver esaurito la scintilla archetipica di una magia che l’esplosione del 3D non sembra essere in grado di ripristinare, e le più antiche, quelle figurative, oltre che la musica e la letteratura, si dibattono da tempo in un inevitabile tentativo di rinnovarsi. Fuori dalla caverna, lontani dalle ombre proiettate sulle pareti, cresce il bisogno di storie e di voci in grado di raccontarle, e di fondamenti su cui posare un pianeta che senza basi ha sempre rischiato di precipitare.
‘Ogni tartaruga poggia su un’altra tartaruga’ dice un curioso (e famoso) aneddoto di Stephen Hawking. Eppure, oggi, 4 gennaio 2012, al fascino tautologico delle risposte preferisco il gioco più infantile e rischioso delle domande.
“La tartaruga non ci può aiutare” dicono i ragazzini di It (romanzo che tra l’altro consiglio a tutti di ri-leggere).
E se fosse davvero così?

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