Un’intervista su REPORTAGE

Auckland_skyline_by_Gee_Fatboy

Un’intervista che mi è stata fatta alcuni mesi fa dalla rivista Reportage di Riccardo De Gennaro. Potete leggerla qui di seguito o direttamente sul sito di Reportage

“Ovunque guardassi scorgevo opportunità e voglia di mettersi in gioco, cose di cui in Italia mi ero quasi dimenticato l’esistenza”.

È per questo che Matteo Telara, trentasettenne, viareggino, una laurea in Lettere Moderne, una volta giunto a Auckland (Nuova Zelanda) decide di fermarsi. A quel punto scopre un paese dove tutto è possibile, poiché conta quello che sai fare e quanto bene lo sai fare, non chi conosci o da chi sei stato raccomandato: “Nepotismo, baronismo, immobilità sociale, assenza di prospettive, tutte quante le malattie del Sistema Italia, qui non solo non esistono ma neppure sarebbero concepibili”.
Matteo s’innamora di una ragazza olandese, ha un figlio. Nel frattempo, dopo vari impieghi, ottiene una cattedra presso la scuola locale della Società italiana Dante Alighieri e insegna italiano. Pare una fiaba, venata soltanto da un pizzico di nostalgia. La lasciamo raccontare a lui.

“Quando sono arrivato ad Auckland alla fine del 2005 ciò che sapevo della Nuova Zelanda non divergeva poi molto da quell’immagine di terra lontanissima e misteriosa a cui tutt’ora siamo abituati in Italia. Mi ero laureato in Lettere all’inizio del 2003 e avevo trovato lavoro in una piccola casa editrice, ma dopo un anno e mezzo avevo cominciato a realizzare che in Italia i margini di futuro per quelli della mia generazione si stavano restringendo. Facendo surf da onda mi era capitato spesso d’imbattermi in storie e immagini legate alla Nuova Zelanda, e l’American’s Cup aveva contribuito a nutrire la mia curosità. Sapevo che c’erano ottime onde, che il Paese era sviluppato e che non era difficile trovare lavoro. Mi sono bastati questi tre ingredienti. La mia intenzione era restarci per pochi mesi, giusto il tempo di disintossicarmi dall’entropia italiana e rinfrescarmi idee e cervello. In realtà, a parte una breve parentesi tra l’inizio del 2010 e la fine del 2011, qui ho trovato quella che viene chiamata ‘la mia casa lontano da casa’.

Ho cominciato lavorando nei bar e nei ristoranti. Ma ovunque guardassi scorgevo opportunità e voglia di mettersi in gioco, cose di cui in Italia mi ero quasi dimenticato l’esistenza. Dopo qualche mese mi sono accorto d’essere a mio agio: vivevo in una bella casa, in un bel quartiere, avevo incontrato una ragazza (la mia attuale compagna, con cui ho da poco avuto un figlio) e avevo trovato un perfetto equilibrio tra surf, lavoro e spirito d’avventura. Ma soprattutto riuscivo a guardare al futuro con rinnovato entusiasmo. Infine sono diventato uno degli insegnanti della Società Dante Alighieri di Auckland, una bella realtà, molto attiva nel promuovere la cultura italiana in tutte le sue sfacettature: lingua, cinema, letteratura, arte, cucina, musica…

La realtà neozelandese è molto differente da quella italiana, anche se entrambe le culture hanno in comune l’amore per uno stile di vita all’aria aperta. Morfologicamente la Nuova Zelanda è simile all’Italia: circondata dal mare (in questo caso l’oceano) e con catene montuose paragonabili alle nostre Alpi (la cima più alta, Monte Cook, è a 3.754 metri sul livello del mare) e quindi con bellissime e immacolate spiagge da una parte e stazioni sciistiche dall’altra. La cucina è legata prevalentemente al pesce e alla carne, con grande abbondanza di verdura e di frutta. Il clima è temperato.

Le differenze hanno a che vedere con tutto quello da cui vorremmo fuggire in Italia: mancanza di corruzione, economia in grande salute e in piena espansione, molto spazio lasciato ai giovani, libertà di stampa, alto livello d’alfabetizzazione, scarsa burocrazia e grande rispetto dell’ambiente. Auckland, ad esempio, che è una città da un milione e mezzo di abitanti, è al terzo posto nel mondo per la qualità della vita e al decimo tra le città più verdi del mondo.

Quello che più mi ha colpito è stato in primo luogo la presenza costante e travolgente (anche in città) della natura. La Nuova Zelanda è fiera del suo status di “nuclear free country” ed è ricoperta da immensi pascoli e foreste alle spalle delle quali si trovano spesso laghi, baie e spiagge in buona parte ancora incontaminati. Si tratta di un ecosistema senza uguali dove il 30 per cento del territorio è protetto. Essere di nuovo a contatto con tanto verde è stata una delle ragioni che mi hanno fatto innamorare di questo Paese. Ma la Nuova Zelanda è anche urbanizzata, e città come Auckland sono perennamente attraversate da un’energia vibrante colma di possibilità e aspettative. Questa è la seconda cosa che mi ha colpito: vivere in un Paese dove tutto è possibile e dove conta quello che sai fare e quanto bene lo sai fare, non chi conosci o da chi sei stato raccomandato. Nepotismo, baronismo, immobilità sociale, assenza di prospettive, tutte quante le malattie del Sistema Italia, insomma, qui non solo non esistono ma neppure sarebbero concepibili.

L’Italia è in genere molto amata, soprattutto in virtù del suo clima, della sua storia e delle sue città d’arte. Ma al di là di questo l’idea che si ha del Belpaese (qui come oramai ovunque all’estero purtroppo) è di una nazione alla deriva, non solo economicamente ma anche moralmente, con una classe politica godereccia, strafottente e corrotta, e con una società che trova difficile rifiutarla e quindi rinnovarsi.

I miei studenti, ad esempio, non riescono a capire come sia possibile che la maggior parte dei politici italiani coinvolti negli arcinoti scandali degli ultimi anni abbiano ancora un seguito e continuino a far parte della scena politica e televisiva (ultima la Minetti, che ha sfilato tra gli applausi a Milano, ma anche Berlusconi). Qui basterebbe molto meno per perdere la fiducia della gente e quindi essere costretti ad abbandonare per sempre i riflettori.

Un’altra importante differenza è l’idea, che qui si ha, che nella vita ognuno abbia la sua chance conclusa la quale si debba lasciare il posto ad altri. Per fare un esempio è impensabile che un Primo Ministro resti in carica oltre due mandati, diversamente da quanto avviene in Italia dove abbiamo casi quali Andreotti (7 volte Presidente del consiglio, 8 ministro della Difesa, 5 agli Esteri etc etc…) o Berlusconi (3 volte Presidente del consiglio e con l’intenzione di ricandidarsi alle prossime elezioni) che la dicono lunga sulla ragione per cui il Paese sia ingolfato e le nuove generazioni siano costrette a emigrare per trovare spazi.

Poi mi ha colpito la flessibilità sul lavoro (è normale cambiare molti mestieri durante la propria vita), il rispetto dei rapporti umani e la propensione a guardare sempre avanti e credere nella forza dei propri sogni. Ecco, sarà una frase fatta, ma forse in Italia la gente non sogna più. Questo è quello che più mi fa male quando ci penso.

Io non credo che fossi alla ricerca di nulla in particolare, ma alla fine mi sono ritrovato in un posto unico al mondo, uno dei pochi in cui sia ancora permesso sognare e vivere il proprio sogno. Dirò una banalità, ma più ci rifletto e più realizzo che ‘vivere il sogno’ e quindi non accettarne l’assenza (come avviene in Italia a molti della mia età) sia stato quello che mi ha condotto qui.

Ma come per tutti gli emigranti ci sono molte cose che mi mancano. Una su tutte, la principale, è la famiglia: i miei genitori, mia sorella e la mia nipotina. Anche gli amici naturalmente, ma con gli amici certe dinamiche funzionano in maniera differente e quindi è facile tenersi in contatto e sentirsi vicini anche nella lontananza… La famiglia invece è una di quelle cose che mi hanno fatto spesso prendere in considerazione l’idea di tornare in Italia. Alle volte osservo mio figlio, che ha doppia nazionalità (italiana e neozelandese) è penso che, forse, davvero, il futuro stia tutto lì: nella totale e incondizionata possibilità che un giorno avrà di scegliere su quale lato del mondo stare”.

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Una risposta a Un’intervista su REPORTAGE

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Bella intervista, Matteo. Mi sa che la Nuova Zelanda è la nuova America.

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