La complessità dell’altro

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Più di sessanta pellicole che rappresentano il meglio dei documentari realizzati nell’ultimo anno sul nostro pianeta. Otto sezioni: Culture Vultures (Appassionati di cultura), Next Generation (La prossima generazione), The American Dream (Il sogno americano), Sign of the Times (Il segno dei tempi), World Cinema (Cinema dal Mondo), Human Rights (Diritti umani), Game on (Sport), Special Presentations (Presentazioni speciali). Una selezione aggiuntiva di cortometraggi su vari argomenti. Due settimane di proiezioni.
Il Festival del Documentario ha aperto i battenti ad Auckland il 10 Aprile scorso con “The Island President”, pluripremiato ritratto di Mohamed Nasheed e della sua campagna per convincere il mondo sviluppato a lottare con più decisione contro quei cambiamenti climatici che, entro la fine del secolo, potrebbero far scomparire dalle cartine geografiche l’arcipelago di cui è presidente (le Maldive): una storia piena d’ispirazione, di saggezza e d’amore per la natura.
Il film che ha chiuso il Festival è stato invece “Muscle Shaals”, grandissimo successo al Sundance Festival di quest’anno e omaggio alla figura di Rick Hall, creatore del famoso ‘Studio Fame’, che dagli anni cinquanta in poi ha unito bianchi e neri nella creazione di quella musica che avrebbe ispirato la maggior parte delle generazioni successive (da Aretha Franklin a Bono Vox).
Tra questi due estremi troviamo tutti gli altri film, di una varietà e di una qualità sorprendenti: si va dalla storia di Nina Devenport, quarantenne americana che in “First comes love” ci racconta con freschezza e assenza di pregiudizi la propria vicenda di donna single-incinta, fino a “Shadows of Liberty”, un’inchiesta senza paura sul mondo dei media americani e sulla manipolazione della verità operata dai grandi gruppi politici e finanziari, il tutto passando da “Sexy Baby”, un viaggio nell’era del sesso a portata di clic, “Tales from the Organ Trade”, una discesa negli inferi del traffico d’organi umani, e “Last Call at the Oasis” illuminante excursus sul problema della mancanza d’acqua nel mondo.
In “Trashed” ci si interroga sul futuro di un pianeta sempre più ostaggio dei propri rifiuti, mentre in “Hen’s Night” è la realtà dei pollai a batteria a divenire oggetto d’indagine. “The Green Chain” è un resoconto crudo ed intenso sui lavoratori preda di malattie contratte sul luogo di lavoro (industrie chimiche soprattutto) e “I Am Breathing” ci racconta la vicenda di Neil Platt, che nel tempo di un anno è passato dalla condizione di sano padre di famiglia a quella di malato terminale.
Ritratti di pop star in formazione in “9 Muses of Star Empire”; la storia di una scuola di periferia che combatte l’emarginazione insegnando il gioco degli scacchi ai propri alunni in “Brooklin Castle”; quella di quindici undicenni in quindici differenti nazioni in “I am Eleven”.
La cinepresa segue due giovani ballerini nel loro sogno di grandezza e riscatto in “Dance with me”, il passaggio dall’adolescenza alla maturità di due skater in “Only the young” e una giornata d’ordinaria follia in un ospedale pubblico in “The waiting room”.
“How to Survive a Plague” pone il difficile interrogativo di come cambiare il mondo, “Mr Cao Goes to Washington” ci presenta la figura del primo senatore repubblicano vietnamita, “The 750 Million Dollar Thief” rivela la verità sul più famoso criminale finanziario di Wall Street, mentre “The World According to DC” analizza il controverso ritratto dell’ex segretario di stato americano Dick Cheney.
E poi decine di storie, d’inchieste, di domande, di scoperte, di curiosità, di vicende: i sogni di un gruppo femminile di full-contact-roller-blade in “Pretty Brutal”, quelli di una squadra di rugby in “Red White Black & Blue”.
Il giornalismo investigativo in un Messico strozzato dalla criminalità è il cuore di “Reportero”, mentre la vicenda di segregazione e riscatto di una donna mussulmana nel sud dell’India dà vita a “Salma”. “Scarlett Road” è il racconto di una prostituta specializzata in clienti con un alto grado di disabilità, “Outlawed in Pakistan” quello di una tredicenne prima violentata e poi abbandonata dalle istituzioni che avrebbero dovuto difenderla.
E ancora, “Saving Face”: storie di donne vittime degli attacchi con acidi; “Missing in the Land of Gods”: l’odissea di due genitori alla ricerca del figlio dato per disperso sei anni prima; “The Tsunami and The Cherry Bossom”: il racconto dei sopravvissuti allo tsunami giapponese del 2011. Il dramma del rapporto tra palestinesi e israeliani in “Soldier on the Roof”, la forza di una donna in cerca d’emancipazione e futuro in “Rafea: Solar Mama”…
Questo Festival dagli infiniti titoli e dalle molteplici implicazioni mostra ancora una volta di cosa potrebbero (e dovrebbero) vivere le nostre grandi (e piccole) città e di come siano gli interventi a favore della vitalità e della pluralità culturale, più che quelli puramente economici e/o finanziari, i soli in grado di rimettere in moto processi, anche e soprattutto d’empatia interraziale e interculturale, inceppatisi in questi ultimi anni d’opposizioni e conflitti.
Non è facile andare a vedere documentari sul grande schermo. Farlo insieme a decine d’altri spettatori, poi, e nel contesto di decine d’altre proiezioni che precedono e seguono quella a cui siamo andati ad assistere, rende l’esperienza della visione un momento di contatto unico ed ispirante col mondo che ci circonda e con noi stessi. Un documentario, nelle molteplici forme che può assumere (da quella narrativa a quella investigativa, dalla testimonianza personale allo sguardo dall’alto, dal reportage all’essay) e nella sua supposta aderenza alla realtà dei fatti (ovvero alla verità) continua a costituire un’eccezione da preservare in un mondo in cui tutto sembra sempre più spesso assumere i contorni di una fiction già vista e dal lieto fine assicurato.
Ma il dono più prezioso di questi dodici giorni di cinema pieni e d’incontri inaspettati non è tanto la celebrazione dell’umanità che nel bene e nel male sta alla base d’ogni Festival che si reputi tale, quanto la capacità che alla fine abbiamo acquisito di guardare al mondo con occhi differenti.
Il fatto, in fondo, checché se ne voglia dire, è che dopo ogni proiezione resta il senso di realtà distantissime e insieme prossime alla nostra, di sogni che accomunano le generazioni e di sfide di fronte alle quali tutti, in una maniera o nell’altra, finiamo per ritrovarci durante il corso della nostra vita: e poi di voci che non hanno avuto paura di raccontare, d’occhi che hanno osato guardare e di orecchi che non si sono rifiutati d’ascoltare. Ma soprattutto, e questa è la ragione per cui v’invito a reperire, per quel che è possibile, almeno alcuni di questi documentari, è la necessità di riconoscere dentro il singolo la totalità e viceversa nel totale il dramma e la gioia del singolo. Ancora una volta, e ancora una volta con intensità maggiore rispetto alla precedente, questo Festival porta in superficie residui che credevamo rimossi, e facendolo lascia intravedere soluzioni che non credevamo esserci: la forza di queste opere è ancora quella grazie alla quale l’arte di uno aiuta a comprendere la complessità dell’altro. Inutile aggiungere una sola parola, immagino.

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4 risposte a La complessità dell’altro

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Wow, mi sembrano quasi tutti interessantissimi. Sulla carta, almeno, visto che io trovo che sia veramente difficile fare un buon documentario. O forse sono io che ho gusti difficili. L’altra sera abbiamo guardato il pluripremiato (anche a Sundance) Waste Land e ci siamo così annoiati che non siamo arrivati alla fine.

  2. matteotelara ha detto:

    Beh sì, non è facile, confermo. Io ho visto solo “Tales from the Organ Trade” e lo consiglio.
    Un altro, breve, leggero, privo di parole ma godibilissimo (che però non era al Festival essendo uscito due anni fa) è “Babies” (un episodio del quale, tra l’altro, è ambientato a San Francisco). Sempre due, tre anni fa vedemmo “Earth” sul grande schermo: imponente!

  3. matteotelara ha detto:

    Sì, direi di sì.

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