La scuola in Nuova Zelanda: un modello a cui ispirarsi?

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 14, anno IV, della rivista “Il Reportage” di Riccardo De Gennaro.
Qui di seguito vi propongo la versione rivista e ampliata che uscirà su Vivalascuola di Giorgio Morale.

Shirley è la preside della scuola elementare di Devonport, uno dei quartieri a nord della città di Auckland, in Nuova Zelanda. È lei che mi accoglie all’entrata, insieme a Rachel, la receptionist, per assicurarsi che mi venga dato il cartellino con su scritto “visitatore” e che abbia tutte le informazioni necessarie per la mia piccola inchiesta sul sistema scolastico neozelandese, in particolare sulle elementari. “È importante tenerlo attaccato per tutto il tempo che resterai all’interno della nostra struttura” mi dice salutandomi e augurandomi una buona mattinata, “in modo che ovunque tu sia, lo staff sappia sempre chi sei”.
La scuola elementare di Devonport è formata da una serie di edifici immersi nel verde, sul dorso di una collinetta con vista sul golfo di Hauraki. Ovunque mi volti, attraverso le ampie vetrate che danno all’esterno, vedo il blu dell’oceano solcato dalle scie solitarie delle barche a vela, le sagome dei grattacieli in lontananza e il lungo ponte a otto corsie che collega questi quartieri al resto della città.
“La nostra è una delle scuole elementari più vecchie del paese” mi spiega Rachel, facendomi strada. “Aprì nel 1870, e da allora ha sempre mantenuto il suo obiettivo di offrire un livello di educazione al passo coi tempi”.
Nel cortile mi viene mostrato il campo da basket, l’area per sviluppare i progetti legati all’ambiente, il prato per le attività sportive e la piscina, “che essendo all’aperto”, mi dice quasi a volersene scusare, “usiamo solo quando la stagione e le condizioni climatiche lo permettono”.
A partire dal 2007 la città di Auckland ha siglato un accordo di alleanza strategica con Amburgo, per favorire la crescita di settori chiave come quello dell’industria creativa, delle biotecnologie e dell’istruzione. Ma è tutta la Nuova Zelanda ad essere da anni ai vertici delle classifiche mondiali per la qualità della vita, la libertà economica e la mancanza di corruzione. E malgrado l’alto standard del suo sistema educativo già attiri ogni anno più di 95.000 studenti provenienti da tutto il mondo, il governo ha negli ultimi tempi deciso di consolidarsi ulteriormente a livello internazionale come meta universitaria e di studio, favorendo progetti di dottorato e di specializzazione, e aumentando considerevolmente i fondi dedicati alla ricerca.
È anche per capire come tutto questo sia possibile che mi trovo oggi qui a Devonport, in un istituto elementare, dove ogni percorso formativo ha inizio e dove ogni scelta educativa affonda le proprie radici.
“Ci sono tre tipologie di scuola” mi dice Rachel: “quella pubblica, quella privata e quella integrata. Le scuole pubbliche e quelle integrate sono finanziate dallo Stato. Quelle private ricevono il 25% dei loro fondi dal governo e si procurano il resto attraverso le rette pagate dalle famiglie. Le scuole integrate sono invece ex scuole private divenute parte del sistema pubblico”.
La scuola elementare di Devonport è una delle numerosissime (sono la maggior parte) scuole pubbliche del Paese. Ha quasi 400 alunni, tutti tra i 5 e gli 11 anni, suddivisi in 15 classi, di cui si prende cura uno staff di 28 elementi (insegnanti e staff di supporto, tra cui la bibliotecaria, la receptionist, la segretaria, l’amministratrice delle finanze e il bidello).
Il sistema scolastico prevede l’istruzione obbligatoria fino a sedici anni (anche se una recente proposta di legge vorrebbe elevarla a diciotto, perlomeno per alcuni corsi di studio) suddivise in Primary and Intermediate School (le nostre Elementari e Medie) l’High School (Scuola Secondaria Superiore), e infine le Università (che, come detto, godono tutte di ottima reputazione internazionale) e/o i Politecnici. È considerato un diritto di ogni cittadino avere un’educazione che parta al compimento del quinto anno d’età e arrivi al diciannovesimo, quando, per chi lo voglia, è possibile entrare nelle Università.
Oggi a Devonport seguiremo le lezioni in una classe di alunni tra gli 8 e i 9 anni.
Normalmente in ogni scuola elementare accanto al programma di base, che comprende lo studio della matematica, della storia, della geografia e dell’inglese, sono presenti altri quattro concetti (altrimenti detti ‘grandi aree di curriculum’) intorno ai quali durante l’anno scolastico si svolgeranno le varie attività, e che hanno la funzione di aiutare gli alunni ad ampliare la loro conoscenza e sviluppare le loro abilità, incoraggiandoli a richiedere informazioni che poi saranno utili nel proseguo dei loro studi come della loro vita. Quest’anno questi quattro concetti sono: ‘connessioni’ (arti visive e inglese), ‘realizzare qualcosa’ (musica, danza, dramma), ‘ingegno’ (scienza e tecnologia) ed ‘equilibrio’ (società, salute, ambiente). Questi concetti, che integrano il programma di base, vengono sviluppati uno dopo l’altro durante l’anno e cambiano di anno in anno. “L’anno scorso” mi dice Rachel continuando a farmi strada lungo un corridoio “erano: identità, trasformazione, ricerca e rispetto”.
Vedo appese alle pareti varie fotografie di ex alunni che hanno poi raggiunto importanti risultati nella vita: non solo nomi e volti su cui si costruisce la reputazione della scuola, ma anche l’orgoglio della comunità di cui l’istituto fa parte oltre che un esempio e una motivazione per chi ci studia e ci lavora. “Il rapporto tra la comunità e la scuola è molto stretto” mi viene spiegato, “e va ben al di là della semplice condivisione di uno spazio nel territorio. Anzi, spesso la scuola si apre al quartiere e viceversa”.
Secondo la legge neozelandese, infatti, oltre ai fondi stanziati regolarmente dallo Stato (e che variano da istituto a istituto) ogni scuola provvede per proprio conto a coprire spese extra legate al materiale didattico e ad eventuali costi aggiuntivi. Tali fondi sono spesso conseguenza di ‘donazioni’ fatte dalle famiglie – e deducibili dalle tasse – ma sono anche raccolti grazie a varie iniziative che le scuole stesse annualmente organizzano. Una su tutte è la school fair, una vera e propria ‘fiera’, alla quale prendono parte con attività di volontariato non solo gli insegnanti e gli alunni ma anche i genitori e i membri della comunità di quartiere. La school fair può in alcuni casi diventare un evento di una certa importanza, che richiama visitatori da tutto il resto della città.
Quest’anno, la fiera della scuola di Devonport, che si è svolta in una gradevole domenica autunnale, ha raccolto la bellezza di 40mila dollari, che sono stati poi utilizzati per l’acquisto di tablets e per l’aggiornamento del reparto tecnologico della scuola stessa. La maniera in cui una ‘fiera’ si costruisce e si finanzia è un esempio perfetto dell’organizzazione e del life-style neozelandese. Della fiera fanno parte banchetti gastronomici, piccoli mercatini dell’usato (chiamati garage sale, dove si vende tutto ciò che si è accumulato nel garage, o in casa, durante l’anno), giostre per bambini, attività varie, piccole competizioni, lotterie (i cui premi sono spesso donati dagli esercizi commerciali del quartiere) e simpatici spettacoli d’intrattenimento, spesso organizzati dagli insegnanti e dagli alunni.
La ‘fiera della scuola’, al di là di raccogliere fondi extra a quelle stanziati dal governo, è un momento di forte osmosi tra struttura scolastica e quartiere, un evento sul quale si costruisce l’identità di un luogo e il senso d’appartenenza a un’istituzione e alla comunità di cui fa parte.
L’idea di ‘partecipazione’ è, insieme a quella di ‘responsabilità’, la linea guida a cui far riferimento in questi casi, ed una delle caratteristiche più peculiari del sistema educativo di matrice anglosassone. Un esempio su tutti è costituito dal servizio di controllo del traffico all’uscita da scuola, che non viene gestito da nonni volenterosi o da vigili, ma dagli alunni stessi, sotto la supervisione di un adulto, in maniera che siano i bambini a prendere coscienza in prima persona dell’importanza della sicurezza nelle strade. “La presenza dei bambini nella gestione dell’attraversamento pedonale all’entrata e all’uscita da scuola tra l’altro”, mi viene detto con un pizzico d’orgoglio, “ha una forte impatto nel responsabilizzare anche gli adulti al rispetto del codice stradale”.
Raggiunta la classe in cui stamani seguiremo le lezioni siamo accolti dall’insegnante e riceviamo ulteriori chiarimenti sulla metodologia d’insegnamento adottata.
“Si chiama inquiry-based learning, ed è un approccio secondo il quale sono gli alunni stessi a diventare gradualmente responsabili del proprio apprendimento: invece di comunicare verità che poi il bambino dovrà immagazzinare passivamente, ci si preoccupa d’insegnare a imparare, attraverso la curiosità, il rispetto della differenza e l’apertura mentale. Non si tratta di dare risposte, quanto di sollecitare la capacità di trovarne per proprio conto, soprattutto per mezzo del lavoro di gruppo”.
Per avere un esempio concreto di come tale metodo si sposi con le materie di studio e coi quattro grandi concetti di cui mi è stato parlato in precedenza, chiedo a cosa stanno lavorando in questo momento.
“Ecco”, mi risponde l’insegnante, “per ricollegare matematica, scrittura e creatività al concetto di ‘equilibrio’ – che era una delle grandi aree su cui abbiamo lavorato quest’anno – ho dato loro il compito di progettare un gioco da tavolo ispirato all’idea di ‘non manomettere la natura’. Il gioco deve essere pensato in modo che sia effettivamente funzionante, e quindi necessita di regole, obiettivi e significati; ma soprattutto deve contenere quello che si è imparato e riuscire a farlo in maniera tale che chiunque ci giochi impari a sua volta giocando”.
Mi avvicino ad uno dei gruppi di lavoro.
“Questo è stato chiamato ‘aiuta l’orango-tango’” riprende l’insegnante. “È stato tutto pensato e realizzato dagli alunni, con un semplice ruolo di supporto da parte mia. Bisogna muovere l’orango-tango attraverso la foresta, usando un dado e delle caselle. Nel farlo, però, occorre evitare i bracconieri, le aree urbane che stanno crescendo, e in genere ogni cosa che alteri l’ambiente e che metta in pericolo la sopravvivenza degli orango. Si tratta di una sola delle tante maniere con cui dare attuazione pratica a quanto abbiamo studiato durante l’anno” continua, “scrivere le regole del gioco implica l’utilizzo della lingua inglese, pensare il sistema implica la matematica, immaginarne gli elementi coinvolge la creatività”.
Il cuore dell’inquiry-based learning, comincio gradualmente a capire, non sono tanto le risposte, quanto la nostra capacità di trovare le domande. “La domanda giusta”, mi viene detto, “di solito ha un finale aperto. Più che dare risposte vere o false, apre le porte al regno delle possibilità. Insomma, si tratta di sviluppare abilità che poi torneranno utili  anche nel proseguo della vita”.
Resto in classe anche durante la lezione d’inglese e di storia. Le lavagne, nella Devonport Primary (come nella maggior parte delle scuole neozelandesi) sono tutte elettroniche, collegate a internet e in grado di fornire un supporto multimediale all’apprendimento. Al momento dell’assunzione, ogni insegnante riceve un computer portatile già dotato dei programmi necessari al suo utilizzo.
Chiedo a quanto ammonta lo stipendio massimo di un insegnante di scuola elementare. “3600 dollari” mensili mi viene detto (2300 euro circa)”.
Orari, caratteristiche d’ogni scuola e donazioni delle famiglie variano da scuola a scuola. “Alcuni istituti ad esempio hanno le uniformi” mi spiega l’insegnate, “che devono essere pagate dai genitori degli alunni. Altri invece, come il nostro, non le adottano. In alcuni casi, poi, soprattutto nelle scuole superiori d’ispirazione religiosa, ci può essere la separazione dei sessi. Ma la maggior parte degli istituti ha classi miste e non adotta uniformi. Diciamo che ha tutto a che vedere col tipo di formazione che si vuole dare ai propri figli. Le elementari e le medie, ad ogni modo, funzionano in genere quasi tutte nella medesima maniera”.
Al di là del programma di base e delle regole generali, che valgono per ogni istituto, viene data ad ogni scuola una certa libertà di seguire propri principi d’ispirazione. Dalle medie in poi, e soprattutto a partire dagli istituti superiori, similmente a quanto avviene in Italia, si possono scegliere indirizzi differenti, più o meno umanistici, scientifici o professionali.
Decisamente differente da quello italiano è invece il sistema delle assunzioni, che non vengono fatte per mezzo dei concorsi, ma lasciando ad ogni istituto piena libertà di scegliere i propri insegnanti.
“In genere la scuola riceve i curricula degli insegnanti e opera una prima selezione. Poi si passa ai colloqui coi prescelti. Infine si decide chi assumere. Il colloquio di lavoro è in genere fatto dal preside della scuola insieme a due rappresentanti degli insegnati e a uno o due rappresentanti dei genitori. In questa maniera si assicura che il sistema sia democratico e che venga assunto l’insegnante che tutti ritengano sia il migliore”.
So di cosa sta parlando. Alcuni anni fa, mentre ci trovavamo in Italia, la mia compagna (che è a sua volta insegnante) ricevette un’email di richiesta di colloquio da una delle scuole in cui aveva lasciato il proprio curriculum prima di partire. Con mia sorpresa, il colloquio stesso fu fatto via skype, in collegamento tra Italia e Nuova Zelanda. Abituato com’ero all’asettico anonimato dei nostri mega-concorsi statali, rimasi stupito dalla dinamica in cui il tutto si svolse. Ognuno dei quattro intervistatori aveva le proprie domande da porre, che si focalizzarono soprattutto sulle ragioni che avevano spinto la mia compagna a scegliere quella scuola e sulla maniera in cui pensasse di contribuire al suo funzionamento/miglioramento. Le venne anche chiesto quali riteneva fossero le sue qualità e i suoi punti deboli d’insegnante Sul finire del colloquio fu a sua volta invitata a porre domande ai suoi potenziali datori di lavoro, cosa che fece. Non si parlò di soldi. Solo di obiettivi, metodologie, capacità di rapportarsi agli altri.
Chiedo alla maestra se questo sistema d’assunzione non crei scompenso tra scuole più blasonate ed altre che si trovano in quartieri ‘difficili’, e che quindi immagino ricevano meno curricula da parte degli insegnanti.
“Al contrario” mi sento rispondere. “C’è un sistema di classificazione che suddivide le scuole su vari livelli a seconda del quartiere in cui sorgono. Più il quartiere è povero e maggiori sono i fondi statali. Spesso avviene così che le scuole nei quartieri ‘difficili’ o poveri dispongano d’ottime risorse, e che anzi divengano una sorta di centro di sperimentazione in cui poter realizzare programmi innovativi. Ne consegue che molti insegnanti preferiscano scuole in quartieri ‘difficili’ rispetto ad altre in zone più benestanti”.
Ringrazio l’insegnante e lascio la classe, e mi aggiro per il resto della struttura: la sala insegnanti – molto ampia, dotata di angolo cottura, frigorifero, grande tavolo centrale e numerose poltrone – la sala riunioni, l’aula magna, la biblioteca, la mediateca, la stanza delle fotocopiatrici e delle macchine per laminare i documenti.
Esiste anche un giornalino della scuola. È normale, in ogni istituto, dalle elementari fino all’Università, la presenza di un giornale redatto dagli alunni, e, man mano che si cresce, anche l’utilizzo e lo sviluppo d’altre tipologie di Media, quali ad esempio la radio della scuola. Dare attuazione pratica a quanto si apprende è in questo senso un’altra delle caratteristiche fondamentali del sistema neozelandese. Un altro, forse meno evidente ma altrettanto decisivo per la formazione della società, è il senso civico, oltre che il rispetto dell’altro e l’attitudine al volontariato: il valore dell’onestà, considerato l’unico principio sul quale un Paese, come una società e una cultura, possono avere un futuro, è profondamente radicato sia nella famiglia (qualunque essa sia: omo, etero o single – i matrimonio omosessuali sono infatti legalizzati) che nella scuola.
Raggiungo di nuovo la reception, dove restituisco a Rachel il cartellino ‘visitatore’ e la saluto, augurandole buona giornata e ringraziandola nuovamente per l’ospitalità.
Domani comincia l’ultimo fine settimana prima della conclusione dell’anno scolastico (che su questo lato del mondo parte a Febbraio e finisce a Dicembre). Tempo di riflessioni, voti finali e bilanci, non solo per gli alunni.
Ad ogni insegnante è infatti dato un documento di autovalutazione, in cui si considera il lavoro svolto e i risultati ottenuti, che verrà poi confrontato con le valutazioni fatte a sua volta dall’istituto, in modo da costituire una base da cui ripartire l’anno successivo.
‘Partecipazione e responsabilità’, penso ridiscendendo la collinetta e immergendomi nella vivace laboriosità del quartiere: qualcosa di cui si viene fatti partecipi fin da bambini e che non si ha timore di continuare a perseguire anche da adulti.
“Non vi disturba l’idea d’essere a vostra volta giudicati?” ho chiesto alla maestra prima di salutarla.
“E perché mai dovrebbe?” mi ha risposto come stupita dalla domanda.

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5 risposte a La scuola in Nuova Zelanda: un modello a cui ispirarsi?

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Grazie Matteo, molto interessante.Lo condivido, e poi mi trasferisco in Nuova Zelanda.

  2. matteotelara ha detto:

    Sempre benvenuta, Silvia! (Se non fosse che al momento sono in Italia…)

  3. clelia pierangela pieri ha detto:

    Ho respirato un poco di aria buona, e fa bene in questi giorni più che mai.
    Grazie, Matteo, mancavo da un poco sul tuo blog… il ritorno come al solito non è stata delusione.
    A presto.
    c.

  4. matteotelara ha detto:

    Alla prossima, Clelia.

  5. condivido per noi che insegniamo e tutto oro!

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