Vorrei che nel mondo

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Nella mia città la gente passeggia. Girano sui marciapiedi del centro, sul lungomare, sulla camminata mai finita del porto. La gente passeggia, s’incontra, si saluta, si ferma a parlare, ricomincia a passeggiare. I giovani se ne stanno sulle panchine a fumare e a guardare chi passeggia e chi si ferma a discutere. Se ne stanno lì, a giurare che mai e poi mai finiranno anche loro a passeggiare. Le panchine su cui stanno sono le stesse su cui sedevano i loro genitori trent’anni fa. Ma di tanto in tanto anche i giovani si staccano dalle panchine e vanno a fare due passi. Nella piazzetta davanti al mare ci sono due cavallini a molla, uno scivolo e una casetta di plastica ricoperta di scritte spray. I bambini sono troppi, aspettano il proprio turno, talvolta imparano a farsi furbi e a passare avanti, crescono prendendo confidenza con quelle file (alla banca, al comune, alle poste, negli uffici, all’asl, ovunque ci sia un servizio o uno sportello) a cui i loro genitori sono già da tempo abituati. Tra il porto e il centro si è da poco liberato un vasto spazio pubblico. “Che ci faranno?” mi sono chiesto, “uno skatepark?, dei campetti da pallacanestro?, un’area giochi per bambini?”. Ci hanno fatto un parcheggio. Per la gente che va a passeggiare.
Nella città dove vivevo prima, invece, che è dall’altra parte dell’oceano e che ha cento volte gli abitanti della mia città, ogni quartiere ha uno skatepark e dei campetti da basket e delle aree giochi per bambini. La gente passeggia e vede i giovani andare sullo skateboard e tirare a canestro e correre. Ti fa sentire come se stesserro restituendo qualcosa al posto in cui vivono. Ti fa sentire come parte di una città che non vuole che i suoi cittadini passeggino e basta. In questa grande città un artista ha ricoperto un muro con dei pannelli simili alla lavagna. Si è ispirato a un altro artista che aveva fatto la stessa cosa in un’altra grande città, anch’essa dall’altra parte dell’oceano. Ci sono sempre delle scatole piene di gessetti colorati accanto a questi pannelli. Chi passa può prenderne uno e scrivere quello che vorrebbe. VORREI CHE NEL MONDO c’è scritto in cima ai pannelli. “La gente vivesse seguendo i suoi sogni di bambino” ha scritto qualcuno. Tra le tante risposte che ogni giorno compaiono, questa è la mia preferita.
Alle volte mi viene da chiedermi cosa scriverebbe la gente della mia città se uno di quegli artisti mettesse anche lì uno dei loro pannelli. Sui muri della mia città c’è scritto “evasori ladri”, “per la rivoluzione proletaria”, “w la figa”. Un vigile l’altro giorno ha multato un ragazzino che girava in skateboard. “È pericoloso ed è illegale” ha detto. “Passeggia come gli altri o vai a fumarti una sigaretta”. O meglio, questo il vigile non l’ha detto, ma era chiaro a tutti quali fossero le alternative.

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2 risposte a Vorrei che nel mondo

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    La provincia italiana è davvero un posto triste.

  2. matteotelara ha detto:

    Non sempre, e non sempre lo è stata a quanto pare… Purtroppo, cara Silvia, dopo vent’anni d’immobilità dovevamo aspettarcelo…

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