The way to tell a story

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Through the lens con Rob Machado e Hollow di Elaine McMillion: due progetti visivi, un unico obiettivo.

Surfista professionista americano pluri-vincitore di prestigiosi contest, Rob Machado sembrava destinato a ca(va)lcare per molti anni i palcoscenici mediatici di tutto il mondo grazie a un approccio casual unico e a uno stile di surfata fluido, al tempo stesso classico e innovativo, che negli anni Novanta ne avevano reso l’antagonista ideale al pluricampione del mondo (e di lui amico) Kelly Slater.
Da una parte Kelly: freddo, implacabile, l’atleta imbattibile che molti definiscono (a torto o a ragione) più simile a un computer che a un essere umano.
Dall’altra Rob, vulnerabile, riservato, imperfetto, eppure capace di grandi (e perfetti) gesti atletici.
Ma nel pieno della sua carriera Rob decide di voltare le spalle allo sport agonistico e prende la strada del free surf :  tavola sotto il braccio e macchina fotografica in mano, comincia a girare il mondo surfando in maniera svincolata dagli impegni all’interno dei quali, in una maniera o nell’altra, il Tour Mondiale forza gli atleti che ne prendono parte.
‘Mr Smoothy’ (questo il soprannome che fin da inizio carriera gli era stato dato) inizia così quella che lui stesso ha più di una volta definito la seconda parte della sua vita: meno focalizzata su se stesso e più aperta al contatto con gli altri e col mondo.
Da allora in poi Machado è stato protagonista di un’atipica varietà di video, quasi tutti montati in forma semi-narrativa, incentrati ogni volta più sul valore della ricerca, e sull’amore per l’oceano, che sulla performance surfistica vera e propria.
Through the lens di Tyler Manson si muove ancora una volta in questa direzione, ed è una serie di mini-documentari (la durata di ciascuno è al massimo di sette minuti) che testimoniano il girovagare di Rob nei quattro angoli del pianeta e i suoi incontri con individui che condividono con lui l’amore per il surf e la passione per le arti. Indicativo in questo senso il sottotitolo: ‘documenting the talents of amazing people who happen to surf’: si va ad esempio da Takashi Kobayashi, leggendario costruttore di case sugli alberi (impegnato a Sendai, in una delle zone più colpite dallo tsunami del 2010), a Jay Nelson, che a San Francisco modifica le auto usando legno e materiali naturali, fino all’hawaiiano Sig Zane, maestro nell’illustrazione e nel design fatto a mano.
Guidati dalle riflessioni di Rob e da quelle dei personaggi che via via incontra, e passando con grande fluidità dalle sequenze di surf alle immagini di vita quotidiana, Tyler Manson e Rob Machado ci portano a contatto con realtà semplici e affascianti unite da quell’unico anello prezioso – e di difficile definizione – costituito dall’onda, dall’arte e dalla ricerca di sé.

Solo apparentemente distante dall’approccio di Machado e Manson (ma in verità a loro molto simile nel fare dell’esperienza umana il centro della propria indagine) si muove l’ultima fatica di Elaine McMillion, bravissima e coraggiosa documentarista, produttrice e regista indipendente americana, che con Hollow ci conduce invece a centinaia di chilometri di distanza dall’oceano, nel West Virginia, a McDowell, in una delle aree economicamente e socialmente più depresse degli Stati Uniti.
Elaine McMillion ha nell’arco degli ultimi anni lavorato a una grande quantità di progetti e con questo documentario ci svela senza tanti preamboli e con uno stile quasi privo di retorica il cuore di una contea dove il declino dell’industria del carbone ha portato la popolazione a diminuire dell’80% e i cittadini superstiti a lottare per una sopravvivenza sempre più difficile da raggiungere.
Hollow è una di quelle rare opere dotate di una forza interna discreta e dirompente, un piccolo gioiello che consiglio a tutti di cercare, trovare e guardare. La sua bellezza, al di là delle tematiche che affronta e della realtà di cui si fa testimone (la parola viene lasciata sempre ai protagonisti di cui la telecamera diviene di volta in volta una sorta di confidente) sta nella sua componente interattiva, grazie alla quale le tradizionali tecniche di ripresa video si fondono con le innumerevoli possibilità offerte dal web. Elaine entra nell’esistenza di trenta persone che ancora vivono e lavorano a McDowell e ce ne testimonia le storie e la volontà di rinascita non solo attraverso le loro parole ma anche grazie a una combinazione d’immagini, fotografie, dati, grafici, curiosità e link che solo la forma web è in grado di supportare: ne viene fuori qualcosa d’atipico, un ibrido curioso, un viaggio sui generis capace di portare lo spettatore, e insieme la definizione stessa di documentario, oltre le barriere tradizionalmente generate dall’esistenza/separazione rappresentata dallo schermo. Questa sorta di regressus ad uterum nella vita di un piccolo agglomerato urbano che cerca di rialzarsi e ricominciare a vivere richiede infatti uno spettatore che entri nei dettagli di ogni storia in base alle proprie curiosità e che si serva dei clic del mouse per allargarne la visione al contesto di cui ognuna fa parte o, al contrario, per riportarla all’intimità dell’individuo che ce lo sta raccontando, determinando di volta in volta un balzo d’inusuale arditezza dal mondo della visione a quello ben più coinvolgente della partecipazione.

Through the lens e Hollow testimoniano ognuno a suo modo (provengono in fin dei conti da realtà molto differenti) la straordinaria vitalità che sta vivendo da alcuni anni a questa parte il mondo dei documentari (soprattutto d’impronta antropologica ma non solo) grazie alle possibilità offerte dalla convergenza tra il mondo del digitale e quello della rete. Al di là dei Festival a cui saranno invitati e degli schermi cinematografici su cui (si spera) verranno proiettati, conta infatti che siano stati prima pensati, poi realizzati e infine divulgati senza dover subire tutto quell’iter frustrante e oppressivo delle porte a cui bussare e dei condizionamenti da subire. Ma è nella maniera che hanno di parlare allo spettatore mettendolo sempre al centro del ‘raccontato’ che raggiungono il loro punto di più intima convergenza: “the way to tell a story in a book” ho letto tempo fa da qualche parte “is to understand that you’re speaking to one person at a time, in the dark”.
Mi pare sia la strada che molti documentaristi, non solo quelli appena citati, hanno cominciato già da tempo a percorrere.

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3 risposte a The way to tell a story

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Che due splendide gemme che ci hai regalato, grazie! Vado subito a guardarmi il modificatore di macchine di San Francisco!

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