Perdete ogni speranza voi che leggete

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Un mio articolo di qualche tempo fa aveva suscitato reazioni molto contrastanti soprattutto da parte di quanti (per fortuna ce ne sono ancora) difendevano il ruolo dei ‘padri’ nella società italiana dell’ultimo trentennio.
Il problema a ben vedere, ora come allora, non risiedeva tanto nei comportamenti di singoli e isolati genitori la cui onestà e i cui valori venivano trasmessi singolarmente e forse un po’ troppo isolatamente ai propri figli, quanto piuttosto nel tessuto sociale complessivamente e generalmente inteso, ovvero nella maniera in cui una popolazione o meglio ancora un popolo (ebbene sì, mi permetto di usare un termine romantico) pensa, vive e condivide la realtà di cui fa parte e, nel farlo, trasmette alle generazioni successive un sistema di valori su cui fondarla.
Leggo sul Corriere della Sera di ieri l’esemplare vicenda di Vincenzo De Luca (quattro volte) sindaco di Salerno e viceministro senza delega alle Infrastrutture, il quale, all’indomani della sentenza del Tribunale di Salerno che sancisce l’incompatibilità tra la sua carica di sindaco e quella di membro del governo, si presenta all’inaugurazione dell’anno giudiziario della sua città, cito, “sfidando la sentenza ancora fresca d’inchiostro” e indossando il cappello di viceministro, per dichiarare che grazie alla sua duplicità sbloccherà presto i fondi per la nuova cittadella giudiziaria. Si tratta, continua il giornalista Antonio Polito, di un ennesimo esempio di “costante e sfrontata violazione della legalità”.
Il signor Vincenzo De Luca, prima bersaniano, ora renziano, domani chissà (alla faccia del “basta coi giochetti e le giravolte della vecchia politica!” proclamato da Renzi) ha giusto pochi giorni fa ricevuto dal braccio destro di Renzi il compito di – continua l’articolo – “scegliere il candidato alla segreteria regionale del partito. Investitura per cui De Luca è oggi plenipotenziario della corrente in Campania, oltre che essere membro della Direzione in quota renziana e ad avere il figlio (ebbene sì, in perfetto stile italiano salta fuori anche un figlio) eletto nell’Assemblea nazionale come capolista renziano”.
Alla storia di De Luca se ne potrebbero aggiungere molte altre: quella del commesso appena ventenne che nel negozio in cui alcuni giorni fa sono andato a comprare un paio di scarpe ha dato una veloce occhiata alla strada, poi mi ha sorriso e ha chiesto “lo scontrino lo vuoi?” O quella del ponte provvisorio (uno nuovo è al momento in costruzione) a percorrenza alternata su cui la mia compagna (olandese) si trova ogni giorno a transitare per andare al lavoro (insegna inglese a quei pochi che hanno capito di doverlo imparare) e che finisce per essere ogni volta intasato da lunghissime file perché chi guida (spesso macchine con figli a bordo) continua ad attraversarlo anche a semaforo rosso, infischiandosene di quanti sul lato opposto hanno il verde acceso ma non possono transitare (“ma perché fanno così?” mi chiede ogni volta la mia compagna. Io ho esaurito le risposte. Qualcuno può aiutarmi per favore a scovarne una non troppo umiliante per me e per la società di cui faccio parte?) O infine la volante della polizia che trovo ogni mattina parcheggiata sull’angolo, davanti allo scivolo, sulle strisce, in maniera tale che mentre gli ‘agenti’ stanno facendo colazione al bar, io e il passeggino dobbiamo girare intorno alla loro macchina per poter attraversare la strada.
La prima cosa che impari quando vai a vivere all’estero, in un paese civilizzato e quindi dotato di senso civico, è che le regole valgono per tutti, e che i primi a dover dare l’esempio nel rispettarle sono coloro che ricoprono ruoli istituzionali o di pubblico servizio. In transito momentaneo nel mio paese mi domando se l’Italia sia davvero diventata un luogo in cui l’abitudine all’illegalità (piccola o grande che sia) sia a tal punto penetrata nel tessuto sociale da essere divenuta tutt’uno con esso.
L’intera questione, oggi, adesso, alla conclusione di questo articolo e di un’ennesima giornata di dichiarazioni, inchieste, sentenze, sorrisi televisivi e menefreghismo generalizzato, mi lascia ahimé con due punti fermi e una domanda.
1) In questo Paese esiste ancora (è forte, è radicata e, a mio parere, è già stata trasmessa alla generazione successiva) un’idea di gestione personale del potere, o meglio di utilizzo a fini personali del servizio pubblico.
2) Non ho ancora capito quali siano i ‘padri putativi’ di Renzi, ma mi pare che l’intera vicenda di De Luca dimostri in maniera piuttosto chiara che ci sia poco da stare allegri.
3) Aveva ragione Mark Twain il giorno in cui dichiarò che l’America non aveva un passato ma l’Italia non sembrava destinata ad avere un futuro?

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