“Totem”, Parte III, Cap III

III

Dentro è un fluire di forze che scorrono.
È un istante di vuoto.
Remi sull’onda e sali sulla tavola e scendi lungo la parete per poi risalirne la superficie in cerca della giusta posizione. Rallenti e stalli e appoggi la mano sull’acqua e quasi ti verrebbe da chiudere gli occhi.

Il primo stato è relatività.
Pochi secondi diventano minuti. Lunghi minuti passano in pochi secondi.
Attesa e movimento.
Stasi e dinamismo.
Quanto dura una vita intera?
Il secondo è gerarchia.
Ristrutturazione del mondo secondo forme rinnovate.
Nuova scala di valori.
Ciò che credevi contasse non conta più.
Perché ciò che avviene fuori dentro non ha più valore.
Tutto potrebbe essere molto più semplice, pensi.
Il terzo è appartenenza.
Pacificazione degli opposti. Momento che si dilata nell’eterno.
Possibile?
Nessuno ti sta guardando.
Non sei in uno stadio.
Niente televisione.
Ma tu ci sei. Senti di esserci.
Nel nuovo ordine delle cose tu sei l’ordine. Tu sei le cose che ti circondano.
Dentro c’è tuo padre e c’è tua madre e ci sono ragioni che non avevi mai considerato. Cose che acquistano un posto e cose che lo perdono. C’è tutto il dolore del mondo spazzato via in un istante, opera di uomini che si sono smarriti cercando se stessi nella persecuzione dell’altro.
E un’infinità d’attimi in molecole d’acqua, e piaceri fittizi in essi ripiegati, come splendidi grattacieli privi di fondamenta.
C’è Zoe, e le feste, e il tailandese, e ci sono parole e riti e corpi e movenze e Lopez, e quel qualcosa che ti ha allontanato un po’ troppo dalle cose. La droga sa lavorare bene sui morsi della coscienza, ricama vestiti sulle spalle delle nostre inquietudini.
C’è un ricordo che si riappropria di se stesso, dentro, memoria antica e secolare, e corpi liberi da stracci e congetture che affrontano con coraggio il moto delle cose.
Lopez aveva ragione: alle volte per progredire occorre tornare sui propri passi.
E c’è un uomo che non vede. E un bambino che ha passato tutta la vita a camminare all’interno di quel buio, a vedere per lui, a essere occhi che strutturino la realtà, luce che illumini l’oscurità. C’è tutto il gioco di una Corte che si sparge sopra il mondo e un bagno nudi in un mare incrostato di odori, e una voce che dice “mi piacerebbe rimanere per sempre così”. Dice: “vivere la mia vita in un posto come questo”.
Dentro c’è semplice essere nell’essere. Ma c’è anche dell’altro.
Ci sono uomini che camminano sull’acqua a riscrivere l’inizio delle cose.
Qualcosa oltre il desiderio, che annienta ogni istinto di sopravvivenza.
C’è un silenzio che non ti spieghi e che può divenire panico o pace o perdersi o ritrovarsi.
La paura, in fondo, non è che l’altra faccia del coraggio.
E c’è Duna, e una risposta che non hai ancora avuto il tempo di pronunciare, e quella medaglia intatta, stretta nella perfezione dell’istante che l’ha generata: non è dall’infelicità che ha avuto origine l’evoluzione, ma dallo sforzo di preservare le cose oltre lo scorrere del tempo.
E d’improvviso non c’è più nulla. Solo un uomo all’interno di un’onda.
Dice: non c’è nessun luogo così lontano da casa come il luogo in cui si è lontani da se stessi.
E un attimo dopo scompare per uscire dall’acqua.
“Bentornato a casa”, dice.

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