Ama, e fa’ ciò che vuoi

Unknown

È uscito a marzo di quest’anno Ama, e fa’ ciò che vuoi (Guanda, Pagg. 150, €12.00) un ritratto fresco e accorato di don Andrea Gallo in cui si ripercorrono le tappe salienti della sua vicenda di uomo e prelato (anche se lui preferiva la definizione di ‘prete sclericalizzato’) attraverso le parole sue e di Luigi Faccini, regista, scrittore e intellettuale che al fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto aveva già dedicato due film-ritratti di grande valore umano e documentario (Andrea dicci chi sei e Fiore pungente entrambi prodotti da Marina Piperno per Ippogrifo Liguria).
Di don Andrea Gallo, in vita come a un anno di distanza dalla morte, si ha sempre avuto l’impressione che fosse già stato detto tutto, eppure in questa pubblicazione si riesce a farne rivivere le riflessioni come se non avessero mai finito di dire quello che avevano da dire: è questa, secondo una definizione data a suo tempo da Italo Calvino, la caratteristica di tutti quei testi – come a mio parere degli uomini – destinati a diventare dei ‘classici’. Non so fino a che punto don Gallo avrebbe concordato con l’azzardo implicito in una definizione del genere; resta il fatto che il suo indomito combattere, unito alla forte esposizione sui media a cui si era sottoposto negli ultimi anni di vita, abbiano contribuito a farne un’icona molto forte, destinata a rimanere forse ben al di là di quanto lui stesso avrebbe pensato (o voluto?) nella storia del nostro paese.
Ne abbiamo parlato con l’autore del libro Luigi Faccini – personalità attiva sia sul suolo ligure che su quello nazionale e internazionale – e che da sempre condivide con don Gallo non solo l’attitudine alla lotta contro la logica della riserva e dell’emarginazione (don Gallo fu chiamato santo, comunista, ribelle, profeta, angelo anarchico…) ma anche la varietà di campi sui quali tale lotta è stata portata (Faccini è regista, scrittore, fotografo, organizzatore di eventi culturali e intellettuale indomito e mordace…).

Comincerei proprio da qui, da due voci che s’incontrano e che cominciano a dialogare. Da dove è nato questo rapporto tra te e don Gallo?

Dal tempo in cui più esplicitamente facevo “cinema di strada”, tra carceri e quartieri romani (Tor Bellamonaca), luoghi dove intercettavo ed investigavo il malessere giovanile, quindi nel 1990 circa, e dopo che presentai Notte di stelle al festival di Venezia nel 1991. Fu in occasione della sua uscita genovese che ad Andrea Gallo dissero “c’è un film di strada per te, vieni a presentarlo”. Ci conoscemmo allora. Il film lo impressionò e Andrea volle darmi la patente di fratello che più di lui entrava nella vita degli “altri”. Non era vero, ma lui fecondava in questo modo, gratificando. Quando c’erano valori meritevoli, ovviamente…

Una delle cose che mi sono piaciute di più di Ama, e fa’ ciò che vuoi è che il libro parte quasi come un romanzo, con personaggi come te, Marina, la Lilli, Marco e lo stesso Andrea, per poi rifluire, senza peraltro perdere il piglio narrativo iniziale, in una testimonianza dove i ricordi del passato e la drammaticità del presente confluiscono in un corpo unico in cui tutto vive e respira con grande immediatezza. È una caratteristica che ritrovo anche nei tuoi film. Da dove è nato questo libro?

È la sua scomparsa dalla mia vita ad aver generato il libro. Direi di più. È stata quella sua specie di voluttà ad apparire in tv, cosa che gli sconsigliavo, ad allontanarmi da lui negli ultimi anni. Anche se non ci fece mai mancare la sua presenza in occasioni recenti, come nel 2011 al festival di Venezia per Rudolf Jacobs, l’uomo che nacque morendo, quando accettò, già malato, di presentarlo, e si fece un Genova-Venezia in auto, andata e ritorno, come quel forsennato che era, godendo sempre degli incontri, ricercandone l’accadere. Quando morì e la sua scomparsa fu definitiva ritenni di aver già elaborato il lutto per un’amicizia bella ma conclusa. Non era vero, ma così mi sembrava. Invece rimuovevo la sua sparizione, come se non ne volessi soffrire. Così, quando il gruppo Guanda mi chiese di fare un libro su di lui a partire dai ritratti video, dalle infinite conversazioni registrate e dal libro Trafficanti di sogni del quale era stato motore principale, a botta calda rifiutai. Dissolvere la rimozione costa un dolore spesso insondabile. Insistettero. Mi ci misi. C’era una ferita mal chiusa che andava riaperta e bonificata con l’acqua e il sale. Per cicatrizzare la ferita dovevo rivivere una vita che avevo toccato e condiviso. Dovevo ricordare l’amico che mi aveva beneficato. Prete lui, ateo io, lungo le strade dell’utopia e dei suoi miraggi…

Quali  sfide ha dunque significato per te lavorare a questo libro?

Dopo aver sentito rinascere in me una volontà d’incontro e d’immedesimazione decisi di fare “apparire” Andrea attraverso la scrittura: la mia, che drammatizzava i suoi ultimi giorni e che rievocava i nostri incontri, e la sua, trascrizione e rielaborazione dell’oralità, spesso orfica ed ereticale, con cui, insieme ai gesti ampi ed inclusivi, comunicava con il mondo esterno. Ascoltavo ciò che aveva detto. Riscrivevo tutto, mantenendone vivo il lessico, riducendo all’essenziale la sua arte della digressione, intervenendo radicalmente sulla sintassi e sui ritmi. È così che sono diventato Andrea per tre mesi e che ho ritrovato le strade del bene che gli avevo voluto. Ho dialogato con lui come se fossimo fianco a fianco, scambiandoci dialettalismi occitani e liguri, sarcasmi genovesi, esclamazioni e pause. Non è stata una sfida. Si è trattato di vita. Una vita che avevo perso e che ho ritrovato… 

Don Gallo a un certo punto parla della Storia e della tendenza umana a dimenticarne, riscriverne o addirittura negarne le lezioni. È un tema che sta molto a cuore anche a te. Quanto credi che la vostra regione di appartenenza (Liguria) e il nostro Paese abbiano dimenticato la loro storia?

In Liguria, ma anche in Toscana, Emilia, Piemonte, Lombardia, Veneto, in ogni luogo in cui la Resistenza ha lottato contro i tedeschi e i fascisti di Salò, si dimentica e si nega molto meno che altrove, dove magari la Resistenza non c’é stata, come al sud o nelle isole, tranne episodi isolati. Poi ce la tendenza a credere o far credere che l’Italia sia stata liberata dagli anglo-americani, mentre invece bisognerebbe riflettere su quanto ci hanno messo a risalire la penisola dopo lo sbarco in Sicilia del 9 luglio 1943 e impiegando quasi un anno per arrivare fino a Roma il 4 giugno 1944 e quasi due anni fino al fatidico 25 aprile in tutto il nord. Nel frattempo i tedeschi facevano rappresaglie terroristiche contro la popolazione civile e gli aerei inglesi e americani si alternavano nei bombardamenti sulle città. Liberazione? Se davvero avessero voluto liberarci non avrebbero mandato otto divisioni in Inghilterra per preparare lo sbarco in Normandia. L’obiettivo era Berlino, non la liberazione d’Italia. Se meriti gli anglo-americani hanno avuto possiamo concedere quello di aver accelerato la caduta di Mussolini il 25 luglio 1945 e quello d’aver dato il tempo alla Resistenza di coordinarsi e battersi. Anche se le formazioni Garibaldi gli stavano sulle corna e Churchill non voleva la caduta della casa regnante, in opposizione ad Eisenhower e Stalin che optavano per una repubblica…

Don Gallo pone al centro del proprio messaggio un impegno che non è religioso ma laico. Questa cosa della laicità, che nelle sue parole non si contrappone al cristianesimo ma ne rappresenta la sostanza, torna più volte. “E vicino alla parola laico vorrei sempre ricordare a tutti che bisogna mettere antifascista” dice don Gallo a un certo punto… 

Andrea, in una delle sue battute teologicamente più folgoranti, diceva che Dio, padre e madre, era comunque antifascista…

In Andrea dicci chi sei docufilm da te girato nel 2003 e di cui riporti diversi scambi di battute nel libro, don Gallo parla di un Vangelo “non solo come parola di Cristo, non solo come spiritualità, ma anche come liberazione dell’individuo, dalla fame, dalle ingiustizie, dall’ignoranza”. Credi in un ruolo simile anche per le arti in generale, e per la letteratura e per il cinema in particolare?

Ma certo! Perché altrimenti affannarsi tanto ad afferrare linguisticamente ciò che ha sede nei nostri desideri, nei nostri sogni, nella nostra volontà di esprimerci e di comunicare con i nostri simili e con la natura che ci circonda? 

Quali prospettive vedi in questo senso nell’Italia di oggi?

Bisognerebbe innanzitutto smetterla con l’illusione che lo spettacolo aiuti la circolazione della cultura e dell’arte. Parlo dello spettacolo come merce, naturalmente… 

Don Gallo e l’Italia. Sempre in un estratto dai tuoi docufilm don Gallo parla della (a quei tempi nuova) legge Bossi-Fini e in un certo senso accusa il popolo italiano di aver ancora una volta preferito ‘la spiaggia’ alla protesta. Però poco dopo parla dei sem terra e del ‘movimento dei movimenti’ e dice che “il movimento dei movimenti non lo fermerà più nessuno”. Oggi, nell’Italia del trionfo di Renzi e del sistema consumistico che pare sul punto di ripartire, fino a che punto credi che quelle parole abbiano colto nel segno?

Nel segno colgono, ma la globalizzazione è capace di ridurre tutto alle proprie necessità strutturali, che sono quelle del dominio di chi già dominava. Il G20 è la metafora di ciò che non avverrà mai: la redistribuzione della ricchezza. I sem terra non siedono a quel tavolo… 

Più leggevo Ama e fa’ ciò che vuoie più mi rendevo conto della portata rivoluzionaria delle parole di don Gallo. Ad esempio quando parla di una trascendenza nella quale la casta sacerdotale viene distrutta, e di una liturgia che va verso l’assoluto, o del diritto alla non-sofferenza, al piacere o allo sviluppo della propria sessualità. Tematiche che la Chiesa di allora evitava di prendere in considerazione. Credi che qualcosa stia in questo senso cambiando?

Mi piace dire, ma è una battuta, che papa Francesco è un clone di don Andrea Gallo. Ma è certo che qualcosa sta cambiando. Il problema sono le forze nemmeno tanto oscure del potere temporale della Chiesa romana e del clericalismo. Temo per la salute del papa e per la durata della sue energie…

Oggi si parla molto di investimenti sulle persone, soprattutto sulle nuove generazioni. Lo si fa spesso con una certa superficialità, come se l’investimento non implichi tempo, pazienza, sacrificio e disponibilità a essere messi in discussione. Don Gallo ne parlava con grande energia. Cito: “quel ragazzo, quella ragazza, quell’uomo, tutti quelli che si riprendono la vita sono persone che vanno ad arricchire la città, la polis, perché tornano dal vuoto in cui erano stati spinti, diventano membri che partecipano alla costruzione della città umana, rispettati nella loro dignità e nei loro diritti”. Mi vengono in mente alcuni dei tuoi film, ad esempio Notte di stelle o Giamaica, o il tuo documentario Ladro di voci girato nel carcere minorile di Casal del Marmo…

 Sono le “monete del sogno” che ho scambiato per più di 20 anni con Andrea. Viviamo in società che non consentono parità di condizioni a tutti coloro che vogliono entrare nella vita. Viviamo in società che escludono. Dubito, realisticamente, che tutto ciò venga rovesciato in tempi brevi. Non credo che avverrà nemmeno in tempi lunghi. Siamo appena rientrati da New York è abbiamo visto all’opera una ricchezza e una povertà paradossali. Una città demente che recita ossessivamente la propria gioiosa catastrofe. E commiserano il proprio sindaco, l’italo-americano De Blasio, che non ha i soldi del miliardario Bloomberg per tappare i buchi del bilancio cittadino…

 Mi pare che la lotta allo spreco e il concetto di “colligite fragmenta” si inseriscano in queste tematiche offrendo alternative molto interessanti e piene di potenzialità…

 Sì, certo. Ma bisogna sapere che la ricchezza non cederà il passo. Semmai stanno emergendo, nel corpo della società civile, modalità di vita che un po’ scioccamente vengono chiamate di “decrescita felice”. Culturalmente è un fenomeno diffuso universalmente, in espansione e assai interessante culturalmente. Chiamarlo “decrescita sostenibile e armonica” è meglio…

Le lotte di don Andrea Gallo continuano a essere portate avanti con grande impegno e dignità dalla Comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Ma se don Andrea Gallo fosse ancora qui con noi, in questo momento, come credi che finirebbe quest’intervista?

 Direbbe che la realizzazione dell’utopia a volte sembra vicina ad essere afferrata e poi ci si accorge che è ancora immensamente lontana, ma che l’importante è camminare insieme verso l’obiettivo che ci si è dati. Andrea non aveva paura di questa fatica perennemente creativa ed affettiva. Quando seppe di essere irrimediabilmente malato disse ai suoi “andiamo avanti”. Questa è stata ed è la sua lezione…

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