Cordelli, l’anno zero e la Coppa del Mondo di Letteratura.

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Succede alle volte nella storia di un paese che tutti gli articoli, le critiche, le polemiche, le repliche, la tendenza a trovare scuse o a negare i problemi, o semplicemente a direzionarli altrove, trovino un momento di verità in qualcosa di lampante e incontrovertibile, che fa emergere nella chiarezza evidente di un fatto quello che altrimenti avrebbe rischiato di trascinarsi per chissà quanti altri anni in altrettanti articoli, critiche, polemiche, repliche e tendenza a trovare scuse o a negare problemi.
Avviene così che quanti avevano in precedenza scritto di un campionato ostaggio delle tifoserie, dell’assenza d’investimenti nei settori giovanili, della mancanza di coraggio, della carenza di fondi, delle responsabilità di una federazione fantasma e di una società arretrata rispetto al resto d’Europa (quella italiana, di cui gli ‘stadi gabbia’ sarebbero espressione), oltre che della tendenza tutta nostrana a creare fenomeni dove altrove si vedrebbero solo buoni giocatori, si scoprano improvvisamente fuori dalla palude di polemiche mediatiche che avevano suscitato per contemplare un risultato che vent’anni d’articoli non avrebbero mai saputo ottenere.
Almeno su una cosa, adesso, siamo tutti d’accordo: il calcio italiano deve essere rifondato. È l’anno zero. È il punto di non ritorno: o si riemerge (quante società sono anche proprietarie degli stadi in cui giocano? Quante famiglie vanno a vedere le partite? Che immagine abbiamo dei calciatori, dei dirigenti e degli addetti ai lavori?) o si sprofonda.
A diversità di risultati, e con tutti i distinguo del caso, la palude di polemiche di cui sopra me ne ha ricordata molto da vicino un’altra, meno mediatica ma altrettanto importante, ovvero quella descritta da Franco Cordelli su La Lettura del 26 maggio 2014 che tante critiche, chiacchiere, accuse, scuse, repliche e controrepliche ha provocato.
La palude di Cordelli ne contiene dentro sé molte altre, acquitrini di tempi lontani che tanti prima di lui avevano evocato e che temo tanti ancora dopo di lui continueranno a evocare: l’industria del cadavere che un tempo citava Dino Campana ad esempio, o uno dei cavalli di battaglia di un mio vecchio prof d’italiano, ovvero quell’articolo di Madame de Staël comparso sulla Biblioteca Italiana nel gennaio del 1816. Gli anni in cui il mio prof insegnava erano chiamati ‘cannibali’ e il suo secondo cavallo di battaglia era che l’ultimo grande scrittore italiano fosse morto nel 1985 e che il prossimo non sarebbe nato prima dei successivi cinquant’anni.
Profezie a parte, l’articolo di Cordelli rientra nel corpo di quegli interventi sullo stato dell’editoria e della letteratura italiana che di tanto in tanto sembrano voler ridipingere per qualche settimana gli scenari un po’ sbiaditi del Teatro Italia e che hanno il pregio, che si concordi o meno con lui, di richiamare l’attenzione di ognuno su qualcosa di cui i talk show solitamente non parlano.
Non mi addentrerò oltre. Alle acque sovraffollate di certi mari prefrisco da sempre gli spazi sgombri da galleggiamenti degli oceani, e non essendo poi così pratico di paludi e di scenari teatrali rischierei di scivolare in voragini che poco conosco e le cui strategie d’uscita mi sono tutt’ora oscure (a proposito, sarebbe interessante capire perché di editoria si parla sempre a inizio estate e mai nel mezzo dell’inverno…). Mi atterrò quindi a pochi fatti sui quali credo che tutti oramai concordino: l’editoria italiana è un settore da anni in crisi; vendiamo vergognosamente meno di quanto si faccia nel resto d’Europa e la media di libri letti per abitante fa imbarazzo a un paese che si reputi civile (esiste civiltà dove non c’è lettura?); si dice che le case editrici siano ostaggio di un mercato che non permette loro di osare: investire in voci dotate di talento – ma bisognose di tempo e risorse per crescere – risulterebbe infatti più rischioso che affidarsi a quello che già c’è e che va. La verità, hanno scritto alcuni, è che per sopravvivere bisogna adattarsi ai tempi in cui si vive e aspettarne di migliori.
Eppure, dopo la lunga sfilza di polemiche suscitate dall’articolo di Cordelli, mi è venuto da pensare che sebbene non ci siano state vittime di pistola né ultrà arrampicati sui cancelli a discutere coi tutori dell’ordine, qualche vittima, anche nel mondo dell’editoria, questi anni paludosi devono averla creata: in chi pubblica, in chi scrive, in chi sceglie, in chi legge e perfino in chi alla cultura preferisce dell’altro.
Nel calcio è stato il naufragio nella Coppa del Mondo a farci finalmente accettare la necessità di ripartire da un ‘anno zero’.
Qui invece abbiamo ancora gli articoli, gli interventi, i numeri, le statistiche, le accuse, le repliche e le controrepliche: ci vorrebbe forse una Coppa del Mondo di Letteratura per liberarci finalmente dall’ottica asfittica di chi contrappone quello che penso io a quello che invece hai scritto tu. Che poi, se una coppa del genere davvero esistesse, staremmo adesso parlando del prossimo turno o della necessità di ripartire dall’anno zero?

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