Non respiro

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Viviamo in un mondo in lotta tra diritti e soprusi, povertà crescente e ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Viviamo in una società basata sempre più sui conflitti, di razza, di genere, di religione e non ultimo, appunto, di ricchezza, che poi è divenuta l’attuale scala di valori su cui giudicare gli altri, dopo la scomparsa di quel concetto di ‘classe’ che tanto a lungo aveva caratterizzato il secolo scorso.
Dagli Stati Uniti, nazione che fino a non molti anni fa veniva indicata come luogo simbolo delle lotte per i diritti civili, e che all’indomani dell’elezione di Barack Obama sembrava aver definitivamente superato i fantasmi della discriminazione razziale, arrivano ogni giorno storie di violenze e ingiustizie operate da parte delle forze dell’ordine nei confronti di persone di colore. In Italia più che il colore sembrano contare (come spesso accade dalle nostre parti) le conoscenze. E così, per un’escort appena maggiorenne che fa la vita della milionaria tra il Messico e Dubai, ci sono i vari Giuseppe Uva, i Federico Aldovardi, gli Stefano Cucchi, entrati da cittadini liberi in un edificio dello Stato e usciti senza vita, senza giustizia e perennemente privati della propria dignità.
In epoche come la nostra in cui esistono minoranze arroganti che non vogliono perdere i propri privilegi e che anzi vogliono aumentarli, e masse sempre meno protette che invece rischiano di venire definitivamente schiacciate sotto la spinta di ingranaggi che non comprendono, diviene fondamentale per ogni individuo sapere da che parte stare, e di conseguenza segnare sul terreno argilloso del nuovo millennio una linea ben riconoscibile che nessuno dovrebbe mai oltrepassare.
In fondo, per quanto numerose siano le barbarie del passato che pensiamo di esserci lasciati alle spalle, ce ne sono altrettante ad attenderci dietro gli angoli del nostro futuro, e di conseguenza vigilare, tenendo presente il principio secondo il quale il rispetto di sé passa in primo luogo attraverso quello dell’altro, dovrebbe essere uno dei cardini su cui basare le nostre parole e le nostre azioni.
Da una parte intere cittadine inglesi sono state messe sotto il controllo di telecamere CCTV, facendo sorgere un dibattito (poco vivace a dire il vero) tra chi dimostra (dati alla mano) una drastica diminuzione della criminalità e chi invece paventa scenari da Grande Fratello, nei quali la privacy e i diritti del singolo verranno sacrificati a quelli di chi avrà il controllo delle telecamere. Dall’altra ancora una volta noi, l’Italia: un pc negli uffici del Comune di Roma all’interno del quale con ogni probabilità si trovavano elementi d’indagine molto importanti nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di Mezzo” è stato rubato nottetempo, le telecamere di sorveglianza, ovviamente, non erano funzionanti.
Dove segnare il limite tra il diritto al controllo e quello a non essere perennemente osservati da un occhio elettronico?
Alla costruzione di quale mondo stiamo tutti volontariamente o involontariamente collaborando?
Il cinema, come la letteratura, come la musica, come ogni espressione propriamente e specificatamente umana volta alla rappresentazione di sé e allo sviluppo di un’empatia con ciò che ci circonda dovrebbero muoversi nella direzione di chi vuole arginare ogni deriva barbarica, settaria, omologante o razzista. Ma al di là delle arti, sono tutti gli aspetti sui quali si organizza una società civile che dovrebbero tenere bene a mente il principio secondo il quale per un gruppo di persone a cui è stato affidato il compito di ‘vigilare’ (governare) sugli altri, se ne dovrebbe affiancare sempre uno che vigili sui propri vigilantes. La domanda, lo sapeva bene Alan Moore e i suoi Watchmen, è chi controlla il controllore?
Per ognuno di noi, allora, dovrebbero valere oggi come ieri, domani come sempre, le parole di Eric Garner l’istante prima di morire.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I. CAN’T. BREATH.
Nella speranza che il diritto a respirare divenga un’altra battaglia vinta di cui un giorno leggeremo solamente sui libri di storia.

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Una risposta a Non respiro

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Viviamo in un momentaccio, Matteo. Non peggiore di molti altri, certo, ma quello che a me spaventa oggi è l’apatia, l’incapacità di reagire, la mancanza di figure carismatiche che possano guidare le proteste. Sono riusciti a rincoglionirci tutti.

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