Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, Al Shebab, le carestie, le condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai -: i dettagli del passato tuo e della tua gente, quello che ancora non conosci e che potrebbe esserti utile, perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo che conta.
Quello che conta è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi nemici, i marciapiedi su cui cammina e le maniere in cui tira avanti nel posto in cui vive sono veri. Tutto documentato. Tutto materiale raccolto sul posto. C’è gente che ne ha fatto una professione, e anche molto remunerativa, di questa faccenda. Prima c’erano gli avventurieri. Prima c’erano i missionari, i viaggiatori, i cronisti, gli scrittori, i mercenari, i fotografi, i turisti. Adesso ci sono anche loro: c’è gente che racchiude in sé qualcosa di tutti senza esserne nessuno. Basta un telefonino, tecnicamente parlando. Il resto è fatto della capacità di cogliere i dettagli, d’individuare i racconti, di tessere le relazioni, di avere una qualche forza di convinzione. Anche i soldi fanno la loro parte, naturalmente. Un elaboratore di storie per la Liveotherlives Corporation ha sempre un portafoglio da cui partire. Ma deve anche saper lavorare nell’ombra, non deve dare troppo nell’occhio. Sono in tanti, oggi, disposti ad affittare l’esperienza della propria vita ad altri. Un buon reporter deve saper penetrare e scegliere; uno scrittore di talento deve saper annodare e sviluppare; un buon regista deve saper restituire i luoghi e i volti; un missionario riallacciarli a progetti concreti. Un elaboratore di storie della Liveotherlives Corporation deve fare ognuna di queste cose contemporaneamente. Qui c’è del guadagno per tutti, anche per la ricerca.
Comunque il ragazzino si chiama Ahmed, e ha dodici anni appena compiuti. Hai foto, caratteristiche, personalità, sogni, aspettative. Sai che muoversi per Mogadiscio non è facile. Tu che ami i vecchi film, sai che deve essere un po’ come muoversi in qualche capolavoro del neorealismo. Con la sola differenza che dentro ci sei tu, e che a Mogadiscio ti ci devi abituare: Ahmed ci è nato e cresciuto, ma tu ci sei dentro di riflesso, attraverso lui, ogni giorno, dalle 4 alle 5, dopo il lavoro, quando puoi andarci.
Il progetto è ben fatto. All’inizio c’erano gli occhiali per la realtà virtuale. Bé, a dire il vero all’inizio c’era il cinema. C’erano tutti quegli uomini e quelle donne che scapparono da un teatro di Boulevard des Capucines quando fu proiettato per la prima volta l’entrata di un treno in stazione. Tutti colti da un terrore senza nome. Tutti in fuga. Cinema: che roba era? Il confine tra realtà e finzione che veniva frantumato per la prima volta. Poi erano arrivati gli occhiali per la realtà virtuale, mentre il cinema cominciava quella parabola discendente che l’avrebbe portato, nel giro di mezzo secolo, ad incontrarsi con le consolle. Videogiochi sempre più simili a film. Film sempre più simili a videogiochi. Immedesimarsi in quello che si vede. Vivere la storia che si sta osservando. Trasformarsi in qualcun altro. Diventare protagonisti.
Il giorno in cui cinema e videogiochi s’incontrarono fu come quando la gente scappò da quel teatro di Boulevard des Capucines. Un cambiamento totale. L’inizio di una nuova epoca.
Infine fu la volta delle figure professionali. Non solo gli sviluppatori dei programmi e le grandi industrie produttrici; non solo il marketing e la possibilità di entrare nelle case di milioni d’individui che da tanto, da troppo tempo aspettavano una qualche stupefacente novità. Ma anche tutti quelli che raccoglievano la materia prima, quelli che andavano a individuare e selezionare e scegliere e approfondire ciò che poi si sarebbe dovuto utilizzare. La base. Gli ingredienti. “Ricette qui non ce ne sono” dice il motto della Liveotherlives Corporation: “noi ti diamo il materiale”.
Ed eccoti, dunque.
Bianco. Occidentale. Trentenne.
Eccoti un attimo prima di metterti casco e tuta, eccoti un attimo prima di calarti nel tuo rischioso, personalissimo film. Da adesso in poi non si tratta di vedere le emozioni di altri, da adesso in poi si tratta di vivere la vita di un altro.
Il ragazzino si chiama Ahmed, e sa che in questo momento anche qualcun altro sta vivendo la sua esistenza.
Ne ha condiviso due anni di diritti, il diritto che ognuno può avere, nei prossimi 24 mesi, di provare a entrare nella sua quotidianità. Il tutto in cambio dell’equivalente di due anni di stipendio da bracciante di suo padre, più un bonus per poter andare lui stesso, allo scadere del contratto, a vivere un’esperienza di vita ‘reale’ fuori dal suo Paese. In Occidente. Ci sono decine di studiosi, gli è stato detto, che fanno ricerche su queste cose. Confrontano la sua esistenza con quella di migliaia di altri Ahmed con casco e tuta sparsi in ogni angolo del pianeta. Se la sono cavata meglio di lui? Come sono sopravvissuti? Che possibilità hanno saputo cogliere? Esistono progetti paralleli, organizzazioni umanitarie. Quando un altro Ahmed nel mondo riesce a trovare un varco che solo lui ha saputo individuare, l’Ahmed originale potrà essere avvertito. Un piccolo aiuto. O una drammatica intromissione. Anche le conseguenze potranno essere studiate.
Il ragazzo si chiama Ahmed, quindi, e come te stava girando anche lui, oggi, tra le 4 e le 5, per le strade di Mogadiscio.
È uscito da quello che rimaneva della sua scuola e ha evitato le bande. Si è tenuto a distanza dal lungomare, lungo muri sfatti, sotto balconi butterati dai proiettili, ha raggiunto chi doveva raggiungere, ha preso quello che doveva prendere e l’ha portato a chi lo doveva portare. Il tutto stando attento a non incontrare chi non doveva incontrare. Si sopravvive anche così, a Mogadiscio, col mercato nero. Tutto fa brodo. Aver condiviso i diritti della sua vita per i prossimi due anni non fa di lui un essere privilegiato, non ancora. E da queste parti in due anni ne possono succedere di cose: di ragazzini ne spariscono a decine, in due anni. Sparisse anche lui, alle 5 e un quarto, rimarrebbe solo un tizio di  trent’anni in qualche angolo di una grande città occidentale, con indosso un casco e una tuta, a vivere una vita che non conosce ma in cui vuol provare a sopravvivere.
In fondo lo dice anche il motto della Liveotherlives Corporation che di ricette non ce ne sono: “noi ti diamo il materiale. Al resto ci devi pensare tu”.

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2 risposte a Ci devi pensare tu

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Bello, Matteo. Mi fa pensare a una versione aggiornata di Nirvana. Però questo è l’embrione di un romanzo, no?

  2. matteotelara ha detto:

    Sì, è vero, sembra proprio l’embrione di un romanzo, l’ho riconosciuto subito anch’io. E’ che sto lavorando a un’altro romanzo al momento, diversissimo, tra l’altro. Che fare? Come sai quando (mentre) si scrive ti attraversano la strada (la mente) un’infinità di altre storie. Occorre scegliere…
    Tu che faresti?
    P.s. Ho visto il ‘finale’ momentaneo alla storia di Ralph. Non vedo l’ora di leggere i tuoi racconti (e mi prenoto già per una loro recensione!).

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