Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Il destino dell’esule che scrive: Marino Magliani

Scrittore di romanzi, racconti e sceneggiature, traduttore di autori spagnoli e ispanoamericani, conoscitore di genti, poeta del viaggio, sempre in bilico tra Italia, Olanda e Sudamerica, Marino Magliani rappresenta un unicum nel panorama letterario nostrano soprattutto per uno stile di scrittura essenziale e dal ritmo pacato e per l’amore verso storie che fanno del paesaggio, della ricerca, della lontananza e del ritorno i temi principali.

1) Comincerei da uno dei tuoi ultimi romanzi Il Creolo e la Costa, Fusta Editore, 2016, perché mi pare racchiuda in sé molte delle caratteristiche più interessanti della tua scrittura. In uno stile scarno e colmo di rimandi, ti muovi alla ricostruzione di un episodio poco chiaro nella vita dell’eroe argentino Manuel Belgrano, spostandoti tra Nuovo e Vecchio Mondo, utilizzando fatti di storia locale, epistolari e ipotesi personali, per poi fare dei luoghi, dei volti, del silenzio e del non-raccontato (il non-detto, il non-conosciuto) il centro della tua narrazione: una vera e propria indagine, che parte dall’altro per arrivare a noi stessi. Possiamo dire che la figura dello scrittore si avvicini in qualche maniera a quella del detective?

In questo caso sì, è la biografia stessa dell’autore che percorre geografie belgraniane e indaga. Sono nato in provincia di Imperia, terra del padre di Manuel Belgrano, Domenico Belgrano, che ha vissuto la sua gioventù tra Oneglia e Costa d’Oneglia, prima di emigrare in Spagna e poi in Argentina. Manuel Belgrano è il fondatore della Repubblica Argentina e creatore della bandiera. In Argentina una vera e propria icona.
L’autore si ritrova da ragazzo a passeggiare per le vie di Imperia e a leggere distrattamente notizie su Belgrano. Poi si ritrova a farlo in Argentina, lungo le centinaia di Avenida Belgrano sparse sul territorio e a fermarsi sotto le altrettante centinaia di monumenti dedicati a Manuel Belgrano, ma sarà perché Belgrano è stato un generale o perché in quei tempi l’autore aveva altre priorità, che la figura del militare continua a passare inosservata. Fin quando, anni dopo, sulla costa olandese, dove è andato a vivere, non viene incaricato dal Circolo Belgrano di Imperia di scrivere un libro sul generale. E allora scopre che quell’uomo di origini liguri per parte del padre, rappresentato nei busti e nel ritratto con una uniforme impeccabile, non ha nulla a che fare col vizio schifoso delle dittature militari argentine, anzi, è stato un uomo di grandi principi, onesto, democratico, difensore delle donne e dei poveri, generoso, che ha destinato le sue notevoli ricchezze per la costruzione di scuole ed è morto povero.

2) Sempre riguardo a Il Creolo e la Costa, scrivi che Manuel Belgrano sentiva nel sangue il desiderio di “tornare dove non era mai stato”. È una frase che mi ha molto colpito perché sembra riassumere in sé quella sorta di ‘quotidiana nostalgia d’essere al mondo’ che a mio parere ci caratterizza come singoli e come specie. È uno stato in cui ti riconosci anche tu come scrittore e come uomo?

Forse sì, forse ci si sente desiderosi di tornare dove non si è mai stati, ma nel caso di Manuel Belgrano ci gioca il suo essere creolo e cioè quella stranissima condizione dell’essere nato in un luogo sudamericano da un padre proveniente da un altro continente, che ti ha raccontato così tante cose di quel luogo che quando un giorno, se hai la fortuna di farlo, ci vai è come se ci tornassi, ed è quello che si chiama il nostos impossibile.

3) Il nostos impossibile, appunto, è un altro dei temi che mi sembrano esserti più cari: che importanza hanno il passato, il viaggio e la memoria – o, per meglio riassumere il tutto in una parola, il tempo – nelle tue storie?

Moltissima importanza, Matteo, è il destino dell’esule, o meglio dell’esule che scrive, questa vita vissuta costantemente col piede nel passato e l’altro nel presente. In quasi ogni mio libro affronto tempo e spazi deformati dal tempo stesso. In Quattro giorno per non morire, che per me era Il volo del Colibrì, così come è stato tradotto in Olanda, è il tentativo disperato di utilizzare il tempo archeologico e nello stesso brevissimo, quello del battito d’ala d’un colibrì, per risolvere la questione complicata di una vita. In altri romanzi come Quella notte a Dolcedo o La Tana degli Alberi belli, i protagonisti, un soldato tedesco della Wermacht ormai vecchio che inizia la sua indagine su un crimine di guerra, e un partigiano ‘bianco’, scavano nel tempo. E poi soprattutto in libri come Il collezionista di tempo. Il tempo come ossessione.

4) Al di là delle persone, nelle tue storie ho sempre l’impressione che sia la luce a ricoprire un ruolo di grande importanza, più di quanto mi sia mai capitato di leggere in altri scrittori (non a caso vivi tra Paesi Bassi e Liguria, terre delle quali la luce è protagonista indiscussa). Quale credi sia la ragione di questo legame particolare?

Beh, la luce ligure, lo sosteneva Francesco Biamonti, ha qualcosa di speciale, e forse è proprio dopo di lui, e attraverso le sue opere, che possiamo finalmente scoprire il mare sulle cose. Anche l’Olanda, certo, con i suoi contenitori d’acqua si trasforma in uno specchio di luce. È bello provare a scrivere lavorando sulle opere dei pittori, come ha fatto Silvio D’Arzo riproponendo il buio di Rembrandt nell’incipit di Casa d’altri, con al centro il lume della candela che illumina i volti del prete e delle donne che pregano attorno al defunto.

5) Sei uno di quei pochi autori che sembra sentirsi a suo agio (se possiamo utilizzare un termine del genere, agio, per qualcuno che scrive) sia nella dimensione dei racconti che in quella dei romanzi. Pensi che ti appartengano entrambe nella stessa maniera o che ricoprano ruoli e finalità differenti nella tua scrittura?

A questo punto potrei scandalizzare qualcuno. La maggior parte dei miei racconti nascono da un progetto di romanzo fallito. Non conosco tecnicamente i metodi in uso per scrivere un buon racconto piuttosto che una buona narrazione non ascrivibile nella categoria ‘racconto’. Bisognerebbe chiedere ai maestri del racconto, che stimo, ai Vincenzo Pardini, ai Luca Ricci, a Giulio Mozzi. C’è poi quel fatto per cui un poeta ligure si ritrova in difficoltà ad andare a capo e sprecare il resto della riga. E al contrario, il narratore ligure si confronta piacevolmente con il racconto che gli permette un risparmio di parole. Forse, a parte le battute, personalmente non mi trovo bene né con una forma né con l’altra, né con nulla, ma con un ibrido che alcuni chiamano novella, altri, esagerati, romanzo breve e altri ancora, i moderati, racconto lungo, che è poi il mondo visto dal suo lato concavo o dal suo lato convesso.

6) Hai citato alcuni maestri del racconto. Quando si parla di Marino Magliani capita spesso di sentir nominare anche altri autori (quali ad esempio Bolaño, Buzzati o Pavese, ma non solo…). Hai dei numi tutelari che più di altri hanno influito sul tuo scrivere?

Ogni autore si lega in qualche modo ad altri, ci sono affinità, anche se le voci sono ben altre, distanti. Bolaño no, Matteo, con Giovanni Agnoloni ho tradotto una raccolta di saggi di grandi autori spagnoli e latino americani, ma Bolaño non lo sento mio come altri autori, alcuni mi chiedono come fai e credo di poter affermare che nessuno è costretto ad amare un autore anche se costui è amatissimo dal mondo intero.
Per il resto, come ti dicevo, ho dei riferimenti, anche degli autori che forse hanno coltivato le mie stesse ossessioni, Antonio Tabucchi, ad esempio per il tempo, Francesco Biamonti, per una ricerca di aridità minerale e il paesaggio, e poi anche traduttori coi quali collaboro da tempo, come Riccardo Ferrazzi.

7) Quella che segue è una domanda che ho già fatto a una tua collega traduttrice (Silvia Pareschi) ma che vorrei ripetere anche a te cambiandone, per quel che sarà possibile, le coordinate finali. Calvino dice che “il passaggio da un testo letterario in un’altra lingua richiede ogni volta un qualche tipo di miracolo”. Sei d’accordo? Tu come ti comporti quando ti appresti ad affrontare una traduzione?

Io traduco dallo spagnolo, vivo da trent’anni in Olanda ma ho tradotto una sola cosa dall’olandese, una poesia sul paesaggio olandese, Herinnerng aan Holland, di Hendrik Marsman.
Calvino non esagera. Ogni autore ha la sua voce e il compito del traduttore è di tentare di avvicinarcisi il più possibile. Il testo letterario è una grande nave che dal mare entra in un canale e passa attraverso le chiuse. Il testo tradotto è la nave e deve usare le stesse precauzioni della nave originale che transita senza far danni, e nello stesso tempo non dimenticare che l’acqua prima della chiusa non è l’acqua della chiusa e nemmeno l’acqua del dopo chiusa. Prima era mare che entrava nel canale, poi acqua salmastra, acqua salata che penetra l’acqua dolce, e poi, a un certo punto, oltre la chiusa, il canale si tornerà a purificare e sarà solo acqua dolce. Non tener presente queste cose dei tempi e della materia significa tradurre senza analizzare voci, registri, ma uniformare. Io provo a farlo, a volte ci riesco. A volte credo di esserci riuscito, a volte mi accorgo che potevo fare meglio, anche se la nave è passata.

8) A mio parere la tua è una scrittura che non mira a definire la realtà ma che si mette a inseguirne la scia come faremmo in un bosco con un animale che sappiamo che non potremo a catturare. Nel cinema si dice spesso che quello che definisce un’inquadratura sia ciò che ne rimane fuori. In letteratura Conrad amava ripetere che “il vero significato di un racconto non sta nel suo interno, come il gheriglio dentro una noce, ma al suo esterno, come in una foschia”. È così? Raccontiamo davvero la scia che la vita lascia precedendoci?

Sono d’accordo. Mi piace moltissimo la narrativa panoramica, quella della moviola di Friedo Lampe, tedesco dimenticato, ma molto amato da Hermann Hesse, e stupendamente tradotto da Giovanni Nadiani. In Temporale a settembre si scopre il mondo dall’alto di una mongolfiera, le storie, il paesaggio, i dialoghi.
Forse è il mio luogo di scrittura, il lontano Nord, qui sono costretto a guardare le cose come attraverso un telescopio. E a volte sì, per tutti, la bellezza, come tentativo, di una narrazione sta in qualcosa di marginale, come certi quadri che ci sembrano bellissimi e a guardarli bene lo sono perché hanno semplicemente una meravigliosa cornice e potrebbero contenere nulla che sarebbero lo stesso belli.

9) Mi piacerebbe sapere qualcosa di più su Marino adolescente: cosa leggeva, che luoghi frequentava, che vita sognava…

Marino adolescente ha conosciuto molti collegi, frequentava dunque cortili, scalinate dalle ringhiere di ferro, camerate con un centinaio di lettini, refettori con lunghi tavoloni messi a ferri di cavallo, in cima ai quali stava il tavolone dei frati. Il bambino e l’adolescente, quando erano il bambino e l’adolescente, sognavano di non vedere più cortili e camerate e tavoloni. Insomma, sono uno di quelli che può dire che il sogno si è avverato.
Quanto ai nomi, molti poeti, molto Omero, Virgilio, e poca avventura circolava allora.

10) Dopo essere uscito con case editrici che fanno parte della grande distribuzione (Sironi e Longanesi) negli ultimi anni sei tornato a pubblicare con piccoli editori. L’Italia, pur avendo un’importante tradizione letteraria, è uno dei paesi occidentali con la più bassa percentuale di lettori. Nel frattempo abbiamo da una parte grandi case editrici che sembrano dedicarsi solo al mainstream, dall’altra piccole realtà che non hanno spazi e faticano a sopravvivere… Quella sull’editoria è una domanda scomoda, alla quale la maggior parte degli scrittori preferisce non rispondere (per ovvie ragioni): come credi sia cambiata la realtà editoriale italiana dai tuoi esordi a oggi? E quali prospettive future vedi?

Ho iniziato con editori che distribuivano rigorosamente da Porto Maurizio a Oneglia, poi ho conosciuto altre realtà editoriali, grandi, medie, altre piccole ma ben visibili e riconoscibili, e col tempo ho continuato a scrivere per piccolissime case, di quelle della serie: una sola persona che fa l’editore, il redattore, l’ufficio stampa, l’editor. Forse una chiave sta nel fatto che il secolo scorso, quando ho iniziato, nella cittadina di Porto Maurizio c’erano 3 librerie, e ora non ce ne sono più. Ecco, la realtà è cambiata in quel senso. Ma invento l’acqua calda. Si fanno Fiere del libro e gli ospiti principi sono personaggi della televisione ai quali offrire gettoni, il cui costo viene pagato dal povero editore di culto e progetto che magari ha raccolto e pubblicato le lettere di Giovanni Boine a Emilio Cecchi, e che in tre giorni di fiera avrà venduto 3 copie del libro e 39 libri in tutto, ma che il prossimo anno sarà lì anche col libretto delle lettere di Giovanni Boine al marchese Casati Stampa.

10bis) Ho eccezionalmente una domanda in più, che pongo come ‘decima bis’: hai qualche opera in uscita?

Sì, in aprile è uscito L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi, per Exorma. Un romanzo, racconta l’esilio di un traduttore che rivanga nel proprio materiale preistorico e si consola o si affida al dialogo con al personaggio Gregorius (appartenente a un romanzo che sta traducendo), bambino andaluso mai più uscito da un collegio. Un romanzo geografico, nel senso che attraversa pezzi di mondo conosciuti dall’io narrante.
A maggio esce una graphic novel, La ricerca del legname, per Tunuè, sceneggiata da me e disegnata da Marco D’Aponte, storia anch’essa in qualche modo di un esilio, un topo poliziotto che vive nei livelli sotterranei, infila una serie di sfiatatoi e sbuca in Liguria.
Quanto alle traduzioni, un lavoro con Luigi Marfé, una raccolta di racconti inediti di Horacio Quiroga, che uscirà con Pellegrini, e la traduzione di Paco Yunque, di Cesar Vallejo, con Riccardo Ferrazzi, per Lo Studiolo.

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2 risposte a Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Il destino dell’esule che scrive: Marino Magliani

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Quanto mi piacciono le tue interviste, Matteo. Ora diffondo 🙂

  2. matteotelara ha detto:

    Grazie Silvia! Stessa cosa per me quando leggo i tuoi post sul sistema sanitario americano vs italiano! (Purtroppo, non avendo facebook, non sono un gran che in termini di ‘diffusione’….)

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