Time machine: Cina, La geografia di Biagi, 1979

Succedono un sacco di cose quando si rimette a posto una biblioteca di cui da anni nessuno si occupava. Se poi la biblioteca è quella della Società Dante Alighieri di Auckland si finisce per ritrovarsi sommersi da volumi d’ogni argomento e provenienza, testi donati da studenti oramai defunti, membri del Comitato da tempo scomparsi, autori e pubblicazioni in cui non avevi o non avresti mai avuto modo di imbatterti.
E poi succede di dover fare delle scelte, scelte che spesso non si vorrebbero fare perché molti titoli sono stati superati dalla Storia o faticano a difendere il loro posto sugli scaffali o, più semplicemente, devono cedere spazio ad altri di più recente pubblicazione che hanno maggiori possibilità di interessare eventuali lettori.
E già, perché anche quelli – i lettori – sono divenuti specie rara, o nel migliore dei casi sono finiti dietro gli schermi illuminati di tablet e smartphone, e allora diventa quasi impossibile salvare tutto quando lo spazio è limitato e i volumi troppi: occorre fare delle scelte. Bisogna scendere a compromessi, fare sacrifici.
Così mi sono ritrovato tra le mani testi di cui avrei dovuto liberarmi, ma che faticavo a distruggere. Libri che già sapevo che non avrebbero interessato più nessuno, volumi destinati a prender polvere per chissà quanti altri decenni, ma ai quali avrei voluto dare un’ultima come dire… possibilità di lettura.
Ho deciso di farne una serie che intitolerò “Time machine”.
Il primo proviene dalla collana La geografia di Biagi, edita da Rizzoli e scritta ovviamente da Enzo Biagi, titolo CINA, 1979, di cui pubblico l’Introduzione chiarificatrice (meglio spiegarsi subito).
Come vedeva Biagi la Cina quarant’anni fa? Aveva previsto (o poteva prevedere) il risveglio del gigante dormiente? Cosa trapela dalla sua Introduzione? Più paura o curiosità? Più simpatia o distacco?
Buona lettura

La geografia di Biagi: CINA
Introduzione chiarificatrice (meglio spiegarsi subito)
.
Enzo Biagi

Lo ha detto Confucio che se ne intendeva: ci vorrebbero cento vite per conoscere la Cina. Io dispongo di una sola, e in buona parte consumata; poi non ho capito ancora bene come è fatta l’Italia.
Questo, dunque, non è che un resoconto di un lungo viaggio, durato quattro settimane, in treno, in aereo e in auto, su un itinerario abbastanza vario, che ha toccato parecchie città di diverse provincie: Pechino, Tientsin, Nanchino, Shanghai, Sian, Kunming, e molti villaggi, con visite a fabbriche e ad aziende agricole (ed è un giro abbastanza comune), ma anche, ad esempio, a un manicomio e ai rifugi antiatomici, ed è un programma meno facile.
Ho conversato con dirigenti e attori, militari ed ex capitalisti, preti e iman, sul sagrato della chiesa o nel fresco giardino della moschea, con artisti e con fuggiaschi del Vietnam, con donne che scrivono o che vanno a curare i malati per le campagne e li chiamano “medici scalzi”, perché si affidano alla pratica, e non hanno pretese. Riferisco quei dialoghi, così come si sono svolti.
Ero un “ospite straniero”, e sono stato trattato ovunque con spontanea cortesia: ma non ho scelto un interlocutore, non ho incontrato uno dei personaggi che avevo proposto – un reduce della Lunga Marcia, per fare un caso – tra me e gli altri c’è sempre stato l’interprete, e credo che il contenuto delle interviste lo abbiano annotato con scrupolo. C’era sempre qualcuno che scriveva, senza alzare la testa.
Dice una sentenza popolare di quelle parti: “meglio vedere una volta che sentire cento”. È questo il senso del mio resoconto; io sono andato nella patria di Mao non in pellegrinaggio, perché neppure laggiù c’è la mia Mecca; non mi portavo dietro né i sogni di chi ha fatto di quel paese un mito, né le frustrazioni di chi vorrebbe che la rivoluzione continuasse all’infinito, per poter sperimentare in provetta, e sulla pelle di una immensa moltitudine, le proprie teorie.
Sarebbe come chiedere a Cristo di farsi crocifiggere ogni giorno, per darci ulteriori assicurazioni del possibile paradiso.
Il “Libretto Rosso” per me, non è mai stato la Bibbia.
So che nella Repubblica Popolare ogni gesto, ogni fatto, ha un significato politico: ma i miei occhi non erno appannati, mi sentivo piuttosto mosso da una profonda attrattiva e propensione per questo popolo gentile e drammatico, sempre pronto ad affrontare anche le prove impossibili. Cito un verso di Mao: “alzarsi fino al nono cielo per spegnere la luna”.
Marx paragonò la Cina a un “fossile vivente”; un abisso culturale la separa dal mondo occidentale. Nel suo isolamento non ha seguito né l’evoluzione della scienza né quella della tecnica. Ma si stanno aprendo: nella Grande Muraglia c’è una piccola breccia. Qualche bottiglia di Coca-Cola non vuol dire, però, la rinuncia alla loro morale: l’individuo conterà sempre poco, la libertà di parola, di stampa, di riunione, di sciopero – sancita dalla Costituzione – senza il consenso del partito, guida e controllo, è inconcepibile.
Non sono andato alla ricerca dell’ “uomo nuovo”; non ce l’ha fatta Gesù, non ne è venuto a capo Lenin, e non mi aspettavo che il complicato esercizio fosse riuscito al Presidente. Ma una profonda pulizia esiste, e anche una continua, quasi esasperata denuncia dei propri fallimenti, delle molte insufficienze.
Il principio d’autorità è quello che regge il sistema. “Se questa gente non fosse così buona” mi ha detto un giornalista “quando l’economia era sull’orlo del crollo si sarebbe ribellata”.
Ogni paragone con l’Europa o con l’America è privo di senso: il confronto è con la miseria e l’umiliazione del passato. Hanno percorsa molta strada.
Scriverò dunque delle mie esperienze, e terrò per modello (mi riferisco, si intende, allo scrupolo del cronista) quel mercante veneziano che, dopo i frati, arrivò fino a quella lontana terra che chiamava Catai e amorosamente la descrisse. Il suo nome è Marco Polo. Prometteva infatti: “le cose vedute dirà di veduta, e l’altre per udita, acciò che il nostro libro sia veritiero e senza niuna menzogna”.
Il Milione era la Guida Nagel dei suoi tempi, e ancora oggi molte notizie sono esatte: ho contemplato, come Marco, quel “lago che deborda”, laggiù nello Yunnan orientale, e c’erano davvero attorno commercianti e artigiani, e sulle strade uomini d’ogni razza, e fanno sempre col riso una bevanda molto gradevole e chiara, e pescano una grande quantità di pesci, così grossi e di buona qualità, che al mondo non ce n’è di meglio.
Adesso “l’olio che brucia” lo cercano anche con le sonde degli americani.
Le pagine che seguono sono dunque la testimonianza delle mie curiosità, il diario degli incontri, e spero anche che trasferiscono le molte, indimenticabili emozioni che hanno animato questa trasferta in una contrada dove qualunque storia accada diventa sempre leggenda. Vogliono essere un contributo a capire, anche se mi rendo conto dei limiti che comporta un reportage ma, dicono i contadini delle risaie, “anche una scintilla può dare fuoco a tutta la prateria”. Basterebbe se nella mente del lettore si accendesse una piccola luce, almeno quella della simpatia. Io l’ho provata.

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4 risposte a Time machine: Cina, La geografia di Biagi, 1979

  1. newwhitebear ha detto:

    Biagi è stato un grande giornalista, che ascoltava e vedeva il mondo intorno a sé, esattamente come una persona curiosa osserva la strada dalla finestra.
    Un pezzo illuminante che descrive quello che non è mai mutato in questi anni.

  2. Silvia Pareschi ha detto:

    Grande Biagi. Per carità, conservalo, è un documento importante. E bella l’idea della Time Machine!

  3. matteotelara ha detto:

    Grazie Silvia, sì, è una bella idea. E la maniera di scrivere di Biagi mi sembra di una freschezza che raramente si trova nei giornalisti di oggi….

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