Diffondendo aroha.

Se l’identità di un individuo o di una comunità non viene definita da quello che gli succede ma dalla maniera in cui reagisce a quanto gli è accaduto, la Nuova Zelanda sta dimostrando ancora una volta di essere una nazione a cui guardare quando si pensa alle sfide che un mondo sempre più globalizzato, multietnico, multiculturale e multireligioso presenterà negli anni a venire.
All’indomani del vigliacco atto terroristico che ha portato alla morte di cinquanta fedeli islamici (uomini, donne e bambini) riuniti in due differenti moschee della città di Christchurch per la tradizionale preghiera del venerdì, l’intera nazione sta reagendo con stupefacente partecipazione e con un toccante e sorprendente senso di appartenenza.
Da una parte la prima ministra Jacinda Arden si è recata a portare conforto e solidarietà alla comunità islamica di Christchurch indossando uno chador (lei, icona del femminismo, grande difenditrice della comunità maori, di una politica di denuclearizzazione, di rispetto dei diritti delle minoranze, agnostica e presidente per anni dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista) a conferma del rispetto che il popolo neozelandese ha nei confronti di credi religiosi differenti. Dall’altra numerosissimi sono stati gli episodi di cittadini non islamici che nei giorni seguenti all’attentato si sono recati davanti alle moschee di tutto il paese con l’intenzione di ‘proteggere’, con la propria presenza, coloro che vi si recavano.
Difficile, nella storia recente, trovare esempi di atei, agnostici, cristiani, induisti, buddisti o ebrei che si recano all’entrata di una moschea per permettere a fedeli di un credo differente di pregare in sicurezza.
Il principio, qui, sembra quello che se la libertà di un piccolo o grande gruppo di individui viene messa in discussione, è la libertà di tutti che viene a mancare.
Altrettanto inclusiva è stata la risposta della comunità islamica, determinata a trovare, col resto del Paese, una risposta alla radicalizzazione sociale e religiosa che ha avvolto il mondo negli ultimi decenni, ovvero a creare un’alternativa che opponga allo scontro delle comunità, la creazione di una società in cui credi ed etnie differenti possano vivere e prosperare insieme.
La nuova sfida della Nuova Zelanda (dopo quella, difficilissima e tutt’ora in fase di realizzazione, di far convergere due popoli, maori ed europeo, in uno solo) è quindi cominciata.
I risultati li vedremo tra anni, ma nel frattempo sono in molti a ritenere che è a questo piccolo Paese del Pacifico che il resto del pianeta debba guardare: la Nuova Zelanda ha perso la propria innocenza, è stato scritto sui giornali, ma non la propria essenza.
Poco prima di mettere in pratica il suo attacco, l’attentatore aveva inviato alle autorità un’email in cui compariva una sorta di manifesto del sovranismo della razza bianca, e che indicava in Donald Trump la propria figura di riferimento.
In risposta alla richiesta del presidente americano su come gli Stati Uniti potessero essere di aiuto in questo tragico momento, Jacinda Arden ha risposto con le seguenti parole: “mostrando vicinanza e amore verso tutte le comunità musulmane”. In maori: diffondendo aroha.
A diciott’anni di distanza dall’11 settembre potrebbe essere la risposta che stavamo tutti aspettando.

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