Ciò che non ha saputo salvare

È con un doloroso senso di fatalità a pesarmi su dita e parole che scrivo oggi dell’inutilità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nata dalle ceneri della Società delle Nazioni per porre rimedio alla sua tutto sommata impossibilità d’intervento (anche e soprattutto militare) in caso di conflitti tra (e interni a) popoli e nazioni, l’ONU sembra oggi averne assimilato tutti i difetti senza esserne riuscita a sviluppare e potenziare alcuno dei pregi.
Agli occhi degli stessi popoli che ne avevano sostenuto e auspicato la nascita (e a difesa dei quali dovrebbe dal 1945 a oggi ergersi) l’ONU appare sempre più come una costosissima organizzazione di facciata in cui gli interessi dei singoli hanno preso il sopravvento sul bene di tutti, e dove regna la legge del petrolio e dell’interesse dei più forti.
Era l’11 luglio del 1995, diciassette lontanissimi anni fa, diciassette, che ottomila vite vennero strappate alla loro personale storia davanti agli occhi impotenti (impotenti appunto) dei caschi blu olandesi: testimoni di un massacro che oggi possono testimoniare benissimo i telefonini dei presenti, senza bisogno di muovere il pesante carrozzone di mezzi, soldi e risoluzioni dell’ONU stessa.
Oggi che le parole hanno dimostrato nuovamente la loro incapacità a smuovere le coscienze del Monolite di Vetro, oggi che non bastano i corpi, le grida, il sangue, le bombe, le suppliche, gli appelli, le immagini, le prove, la memoria, il dolore, la speranza, lo sconcerto, oggi che tutto sembra urlare la necessità, ennesima e improrogabile, di seppellire quest’ONU di fianco alla tomba delle Società delle Nazioni che l’ha partorita (per sostituirla con qualcosa che sia finalmente capace di fare il lavoro per cui è stata creata) oggi resta solo l’immagine dei corpi e delle vite che ancora una volta l’ONU non ha saputo salvare.

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È sul ponte di una nave che veleggia in solitario

È sul ponte di una nave che veleggia in solitario verso il regno delle cose selvagge che immagino Maurice Sendak questa notte, a occhi chiusi e polmoni aperti, ad affrontare la grande avventura della morte.
Lui che aveva sempre descritto la sua infanzia come “a terrible situation”, sia per il dramma dell’Olocausto che aveva coinvolto la sua famiglia e lo aveva esposto fin da piccolo al concetto di mortalità, sia per i problemi di salute che l’avevano confinato a lungo a letto (portandolo, però, a sviluppare una fervida e precoce immaginazione) era destinato a diventare uno dei più esperti conoscitori del viaggio solitario dietro le quinte del mondo. È questo, in fondo, che fa di un uomo un grande uomo, e di un grande uomo, un grande storyteller. Leggi l’articolo completo

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Endless Summer, Seven Ghosts e quella voce che prova a diventare Mito…

 

Cinque surfisti. Un’isola remota. Un fiume. Un’onda che corre per 40 chilometri, una voce che prova a diventare mito e su tutti un nome: “The Search”.
“Cercavo qualcosa che non avevo mai visto prima d’ora” dice Bruno Santos alla fine di questo video, e sebbene non credessimo d’esserne a nostra volta alla ricerca, seduti dentro le nostre stanze, sulle nostre sedie, davanti a schermi che quotidianamente c’istruiscono sulla natura del nostro quotidiano, non basta spegnere il computer per far sì che Seven Ghosts smetta di srotolarsi di fronte ai nostri occhi.
In principio c’era “The endless summer”: era la metà degli anni ’60, il sogno hippy irradiava promesse di musica e rivoluzione nei cinque continenti, e da qualche parte nel nord della California nasceva l’idea d’inseguire l’estate intorno al mondo rendendola potenzialmente infinita. Leggi l’articolo completo

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Tonino Guerra (1920-2012)

La mòrta

Mu me la mòrta
l’a m fa una pavéura che mai
ch’u s lasa tròpa ròba ch’l’a n s vaid piò:
i améig, la tu faméia,
al piènti de’ pasègg ch’à cl’udòur,
la zénta te incuntrè una vòlta snò.
A vréa muréi d’inveràn quand che piòv
ch’u s fa la saira prèst,
e d’fura u s spòrca al schèrpi t’ e’ pantèn
e u i e è la zénta cèusa ti cafè
datònda ma la stòva.

La morte. A me la morte/mi fa morire di paura/perché morendo si lasciano troppe/cose che poi non si vedranno mai più:/gli amici, quelli della famiglia, i fiori/del viale che hanno quell’odore/e tutta la gente che hai incontrato/anche una volta sola.//Io vorrei morire proprio dentro l’inverno/mentre piove/in uno di quei giorni in cui è sera presto/e per la strada le scarpe si sporcano di fango/e la gente è chiusa nei caffè/stretta intorno alla stufa. (Traduzione di Roberto Roversi)

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Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

Non è facile parlare di un film muto senza avere l’impressione d’essere a fargli un torto. Verrebbe piuttosto voglia d’usare le braccia e i fianchi, di battersi le mani sulle cosce, scambiandosi occhiate come a dire ‘ecco qualcosa da andare a vedere, da andare a vedere al Cinema, nel silenzio degli sguardi di chi ci sta attorno.’ Ma soprattutto, verrebbe voglia di riuscire a farlo come ha fatto Michel Hazanavicius in “The Artist”, trasgredendo un po’ di regole per riaffermarne di più importanti, e reinventando (nel nostro caso) un modo di recensire che sia insieme classico e improbabile, comprensibile e sorprendente, inaspettato e prevedibile. Leggi l’articolo completo

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L’unica cosa concreta che in fondo abbiamo

“Tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi. Emma Bovary e i Finzi-Contini sono fantasmi. Sono fantasmi gli eroi dei cicli bretoni, i re shakespeariani e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi” dice Francesco Longo in un bell’articolo sull’ultimo libro di Michele Mari, aggiungendo, subito dopo, che è la consapevolezza che la letteratura sia l’unica “scienza esatta dei fantasmi”, appunto, a innervare il nuovo libro di Mari.
La recensione di Longo è come sempre accurata e condivisibile, né mi sognerei mai di metterne in discussione i nodi focali, e l’unica ragione per cui mi sono permesso di citarne l’incipit è che quel “tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi…” ha liberato dal sistema di controllo che vi avevo costruito attorno, una serie di riflessioni che da tempo gravitavano ai margini di alcuni dei miei post.
Non ci sono dubbi circa i fantasmi. Nessuno sano di mente al giorno d’oggi ne metterebbe in discussione l’esistenza. Io ad esempio Leggi l’articolo completo

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Non dimenticare il salvagente

Trama, emozione, personaggi, tema, stile, ambientazione, dialoghi, disciplina, cura del dettaglio, visione d’insieme: scrivere fiction (e soprattutto buona fiction) “può essere un lavoro difficile e solitario, come attraversare l’Atlantico con una vasca da bagno” dice Stephen King in “On writing, a memoir of the craft”.
Ma per quanto negli ultimi decenni il ‘segreto’ di tale traversata sia stato rivelato, sviluppato e sviscerato con bussole, mappature, guide, manuali di navigazione assistita e GPS, le vasche da bagno continuano a costituire il mezzo meno indicato ad attraversare gli oceani, soprattutto per chi, a metà strada, scopre di soffrire il mal di mare.
Nel suo “On writers and writing” John Gardner, usando una metafora un po’ più camuffata ma altrettanto autoevidente, dice: “fiction is the only religion I have”. E chi davvero naviga lo sa, che vasche da bagno o meno nessun oceano può essere attraversato senza fede. Leggi l’articolo completo

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